Ha fatto molto scalpore la notizia relativa ad una ragazza di diciassette anni che è caduta dal balcone di casa, a Latina, lo scorso venerdì 29 agosto, poco dopo essere stata bocciata per il secondo anno di fila all’esame di riparazione.
Il professor Paolo Crepet, psichiatra e sociologo, ha commentato la notizia riflettendo in maniera ampia sulla società in cui vivono gli adolescenti di oggi, ai microfoni de Il Messaggero. “Come sempre ripeto è sbagliato generalizzare, non so nulla del vissuto della 17enne di Latina e del caso concreto. Ma posso dire solamente che non si arriva a un gesto del genere per una bocciatura, quella è solo l’ultima cosa che ha spinto al suicidio. Il resto non lo conosciamo. I genitori si sentiranno in colpa sempre e comunque, ma è un episodio che va rispettato, capito, analizzato. E ora bisogna aiutare queste persone, spero che lo si faccia”, ha esordito.
“Non esiste un codice segreto per capire in tempo, chissà quali contrasti, conflitti si celano dietro certi gesti. Quel che ripeto è semplice: dobbiamo banalmente parlare. Senza entrare nel merito, mi chiedo con chi ha comunicato, con chi parlava, questa ragazza o altri arrivati a tanto? Chi se ne occuperà credo debba farsi seriamente questo tipo di domande”.
Ed ecco degli affondi alla scuola: “La scuola dura da settembre a giugno, succederà qualcosa tra le tante che possono accadere nella vita che vanno oltre l’ambito scolastico. Tutti i giorni. Penso a tutti i ragazzi che oggi hanno appreso questa notizia, cosa rispondiamo? La scuola, che fa? C’è anche qui una possibilità di parlare o vale solo se si è interrogati? Se è così mi dispiace non funziona”.
“Ma è una scuola che discute su un film, sul concerto di Ultimo, interagisce davvero? Parlando si cresce e ci si confronta, è essenziale. E se non lo fa, qualcosa non va. Ho scritto il primo libro sui suicidi giovanili 30 anni fa, la situazione è solo peggiorata. E ancora stiamo parlando della possibilità di tenere il cellulare in classe. Ancora non è chiaro che i telefonini vanno messi dentro il cassetto e piuttosto sapere che la studentessa che si ha davanti al banco si chiama Claudia”, ha aggiunto.
“Hanno in tutti questi anni inventato forme diverse di scuola? Senza telefonini, dove si fa mimo, danza, fotografia, si ride, si parla, si ascolta musica? Cinquanta, sessanta anni fa non era così, non era necessario questo allarme perché c’erano una famiglia, una parrocchia, qualsiasi luogo di raduno possibile. Neanche voglio generalizzare al contrario, non tutti i ragazzi vogliono finire la vita in un spritz, ma se non posso comandare una famiglia posso farlo con la scuola”, ha concluso.
Si torna così a parlare di disagio giovanile a causa di un sistema scolastico, quello attuale, da molti considerato opprimente.
“Questa notizia ha suscitato forte dolore tra di noi”, spiega Bianca Piergentili, coordinatrice regionale della Rete degli Studenti Medi. “Al contempo, però, proviamo una forte rabbia nei confronti di un Ministro all’Istruzione che continua ad ignorare le necessità delle studentesse e degli studenti, sono anni che denunciamo un sistema scolastico tossico che insegna competizione invece di darci gli strumenti per costruirci un futuro. Di scuola non si può morire, Ministro ci ascolti perché noi non siamo numeri”.
Valditara, dal canto suo, parla da tempo dell’importanza della valutazione, spiegando che a suo avviso gli studenti devono confrontarsi già a scuola con il merito, con i giudizi. Ecco cosa ha detto da poco: “Questo è proprio il compito della scuola. La via più comoda, che nega la valutazione, che rifugge dalla competizione, che rifiuta il merito, che odia i divieti, che ritiene che la responsabilità sia sempre di altri o magari della società, è la via che in Italia abbiamo già sperimentato, è quella del vietato vietare, del 6 e del 18 politico, del rifiuto del merito e della irresponsabilità dilagante. Non è quella la via che aiuta veramente i giovani a diventare adulti, ad affrontare le sfide della vita e possibilmente a vincerle”.