Ormai le aggressioni e gli episodi di violenza nei confronti del personale della scuola si susseguono con frequenza impressionante, anche se va detto che le indagini internazionali collocano l’Italia fra i Paesi meno “violenti”.
Quelle che però stanno diventando poco comprensibili sono le reazioni della politica e soprattutto dei vertici del Ministero.
Ad ogni episodio, infatti, il mantra è sempre lo stesso: “Ci vogliono misure più severe, le inseriremo nel prossimo pacchetto sicurezza”.
E’ ormai da un paio di anni che questo cliché si ripete: lo documenta con grande efficacia e precisione il bel servizio di Laura Bombaci.
Inizialmente il Ministro aveva parlato di misure disciplinari più drastiche, ma in realtà, per entrare in vigore le nuove regole impiegarono mesi e mesi, forse persino più di un anno.
Da quest’anno le misure più pesanti si concretizzano in percorsi di “recupero” sociale presso strutture convenzionate, ma a tutt’oggi elenchi ufficiali, precisi e completi non sono facili da reperire.
Un tempo, parliamo di 60 anni fa era prevista l’espulsione per un anno o a vita da tutte le scuole dello Stato, ma è chiaro che una misura del genere non è più percorribile e quasi certamente sarebbe persino a rischio di costituzionalità.
Ma allora, cosa fare?
Un primo suggerimento sarebbe quello di smetterla con la politica degli annunci che non portano da nessuna parte; una seconda idea potrebbe essere quella di tornare al vecchio principio di Cesare Beccaria: le pene devono essere proporzionate al “reato” ma, soprattutto, devono essere immediate e certe.
I diritti dell’accusato vanno rispettati fino alla virgola, ma una volta che si è stabilito che l’infrazione va sanzionata con 10 giorni di lavori utili per mantenere pulito il giardino del quartiere, bisogna andare avanti su quella strada.
Abbiamo un codice che ormai prevede di tutto e di più, ci sembra inutile perdere tempo ad aggiungere altre pene ed altre fattispecie di reato. Usiamo gli strumenti che abbiamo, che sono già tanti.
Negli anni ’70 il terrorismo fu sconfitto anche introducendo nella legislazione ordinaria qualche correttivo che limitava le libertà personali: possiamo davvero pensare a misure analoghe per tenere sotto controllo ragazzotti che, forse, avrebbero bisogno più di terapie psicologiche o forse psichiatiche (o magari anche solo “umane” ed affettive) che di un mese di isolamento in un carcere come Alcatraz?
Mettiamoci al lavoro, usiamo tutti gli strumenti che le scienze della mente ci mettono a disposizione per capire davvero da dove arriva la devianza e come può essere corretta.