Inizia oggi, 22 settembre, al centro congressi Roma Eventi Piazza di Spagna, a Roma, la Conferenza Programmatica per la scuola della CISL Scuola. Ad aprire i lavori la segretaria generale Ivana Barbacci.
Ecco alcuni stralci del suo discorso: “Vorrei tenere come punto di partenza questo concetto: pensare al futuro significa capire come migliorarlo, anche e soprattutto partendo dai guasti del presente. Programmare significa scegliere come governare il futuro senza subirlo. Il futuro entra ogni giorno nelle nostre aule”.
“Dobbiamo cambiare un modo per cambiare il futuro. Lo consideriamo un punto lontano ma il futuro è già dentro il presente. Non esiste un solo futuro, ne esistono vari, futuri che temiamo e futuri che possiamo contribuire a costruire. Se il futuro è inevitabile, alla scuola non resta che adattarsi; se decidiamo che sia aperto torna in campo la nostra responsabilità”.
“Non siamo qui per indovinare come sarà la scuola del 2050 ma per chiederci quale scuola vogliamo cominciare a costruire da oggi. Per troppo tempo abbiamo chiesto alla scuola di prepararsi al futuro, come adattamento, pensando a quali lavori ci saranno nel futuro, ma non basta. La scuola deve formare persone capace di stare nel cambiamento senza esserne travolte. Dobbiamo tornare all’idea della formazione integrale della persona: le competenze professionali contano, ma accanto contano pensiero critico, creatività, capacità relazionali”.
“Noi insegniamo ma dobbiamo essere umili e tornare ad imparare e a disimparare. Non basta aggiungere sempre nuove competenze: a volte serve abbandonare categorie che non ci aiutano più a capire la realtà. Dobbiamo uscire dalla comfort zone. I nostri valori non sono contrattabili: la solidarietà, la giustizia sociale”.
“Dobbiamo affrontare le questioni concrete ma anche saper leggere il cambiamento. Siamo convinti che il futuro della scuola non uscirà dalle decisioni del Mim ma dall’interazione della comunità. Tutti ci dicono cosa dobbiamo fare, cosa deve fare la scuola. Ma che cosa deve diventare la scuola per svolgere la sua funzione? Dobbiamo dare ai ragazzi strumenti per affrontare il futuro”.
Poi, sul calo demografico: “Possiamo discutere di IA, nuove tecnologie, ma prima di tutto c’è una domanda: quante persone abiteranno il nostro Paese tra trent’anni? Non stiamo diventando solo un Paese più anziano, ma un Paese in cui diminuisce il peso delle nuove generazioni. La denatalità entra nelle nostre classi prima che nei bilanci dello Stato”.
“Meno bambini, meno classi, meno personale? Lettura politicamente povera. C’è la necessità di una scuola migliore. Dobbiamo rispondere con un investimento serio sull’istruzione. La nostra speranza non è ingenua, ma è costruita sui servizi, sul welfare. La scuola può essere una risposta alla denatalità”.
“Dobbiamo respingere la logica aritmetica. Meno alunni ma più attenzione a ciascuno, classi meno affollate”.
Poi, sugli alunni stranieri: “La scuola è la principale fonte di integrazione, la scuola è aperta a tutti, deve stabilire legami, aiutare a non formare ghetti. Sono le parole del nostro presidente Mattarella”.
Ma come stanno i giovani? Ecco le parole di Barbacci: “Crescere oggi è diventato difficile: non dobbiamo attaccare etichette, come quella di ‘generazione fragile’. La fragilità appartiene anche agli adulti. Non dobbiamo chiederci cosa succede ai ragazzi, ma cosa succede agli adulti. Sarebbe troppo comodo scaricare tutto sui social. Dobbiamo sforzarci di praticare l’ascolto”.
“Una scuola che considera ogni difficoltà una deviazione da correggere medicalizza il disagio. Non esiste nessuno invulnerabile, servono adulti credibili, ci vogliono insegnanti che abbiano tempo non solo per insegnare, ma per ascoltare, per comunicare”.
“Dobbiamo provare a recuperare. La relazione educativa è un lavoro. Non possiamo misurare il lavoro del personale solo attraverso adempimenti e procedure. La fragilità dei giovani non è da scaricare solo sulla scuola, ma deve diventare responsabilità condivisa del Paese. Dobbiamo evitare di considerare i giovani troppo forti o troppo deboli”.
Sull’IA: “Cresce la potenza degli strumenti e il tempo per capirli. Il problema è capire quanto riusciremo a governarla. Servono istituzioni, regole, partecipazione democratica. Quale posto vogliamo assegnare alla persona? Questa questione entra direttamente nella scuola. L’IA deve aumentare la capacità di pensare dello studente. La scuola non può inseguire le trasformazioni della tecnologia. La persona viene prima della propria funzione economica. Non possiamo chiedere tutto ai docenti”.
“Se vogliamo una scuola autorevole, dobbiamo rendere autorevole il lavoro di chi ci opera. Non può essere sempre ‘senza costi aggiuntivi per lo Stato’.
“Un contratto firmato produce diritti e tutele, è realtà. La firma della parte economica del Ccnl 2025/2027 ha riallineato la contrattazione alle scadenze naturali. Il nodo successivo è il precariato, che indebolisce la qualità del servizio. Non si combatte con procedure straordinarie”.
“La vocazione non può diventare l’alibi per pagarci meno il lavoro. Tanto lo fanno ugualmente. Dobbiamo costruire opportunità professionale. Dobbiamo dare spazio al welfare, che si deve aggiungere al salario. I rinnovi contrattuali sono stati fatti ma non sono un punto di arrivo”.
“Doppio canale: è l’unica soluzione, la stabilità non si costruisce con i bandi di concorso a raffica”. Ed infine un appello alla politica in tempo di elezioni: “Non fate della scuola un capitolo tra gli altri del programma elettorale. Non iniziate ogni volta da una nuova riforma. Serve una politica nazionale capace di guardare almeno ai prossimi dieci anni. Non ci si può dividere sulla convinzione che il futuro dell’Italia dipende dalla scuola. Il futuro non si costruisce da soli. Il futuro dipende sempre dalle nostre scelte”.