Tutti continuano a chiamarlo bullismo, come se fosse una deviazione infantile, una brutta polvere nascosta sotto il tappeto delle aule scolastiche o una stagione fisiologica della crescita da superare con un paio di assemblee d’istituto e uno psicologo di corridoio.
Ci piace pensarlo così perché questa narrazione ci assolve. Ci fa comodo credere che il bullo sia un mostro generato dal nulla o da un uso scorretto dello smartphone, e che la vittima sia solo un corpo fragile capitato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ma la verità è molto più scomoda: il bullismo non è un guasto del sistema, è la perfetta esecuzione della nostra società. I ragazzi non inventano nulla.
Sgridiamo i figli per ciò che compiono a ricreazione, mentre la sera celebriamo in televisione l’aggressività verbale, l’umiliazione sistematica dell’avversario, la supremazia del più forte e la spietata spettacolarizzazione del dolore altrui. Il bullismo giovanile è semplicemente il tirocinio gratuito che la comunità offre ai minori per prepararli al mondo degli adulti.
Stiamo compiendo un errore di prospettiva quasi criminale: continuiamo a focalizzarci unicamente sul bullo o sulla vittima, dimenticando il vero motore del fenomeno, ovvero la massa dei “normali”. Il bullismo non vive dell’odio del singolo, vive del consenso silenzioso della platea.
È una rappresentazione teatrale in cui il bullo è solo l’attore protagonista e il resto della classe fornisce il pubblico pagante. Senza il riso del compagno di banco, senza il video girato col cellulare e condiviso nella chat di gruppo, la violenza svanisce. Abbiamo educato una generazione all’anestesia emotiva e al tifo da arena: si guarda l’umiliazione come un contenuto multimediale qualsiasi, un algoritmo da consumare in tre secondi prima di passare al prossimo reel. A questo si aggiunge la piaga della digitalizzazione precoce, consegnata nelle mani dei bambini quando non possiedono ancora le strutture cognitive ed emotive per gestire la distanza fisica dall’altro.
Schermi ed empatia sono grandezze inversamente proporzionali: quando la sofferenza della vittima non ha un corpo, una lacrima visibile o un tremito nella voce, il cervello del pre-adolescente non percepisce il limite del dolore inflitto. La violenza diventa pura astrazione ludica, un punteggio da accumulare in termini di visualizzazioni. C’è poi il cortocircuito dell’iper-protezionismo genitoriale, un fenomeno devastante che ha azzerato la capacità dei ragazzi di tollerare la frustrazione. I genitori moderni non educano più, ma fanno da scudo penale ed emotivo ai figli. Se un insegnante richiama un alunno, la famiglia sferra un attacco all’istituzione; se un figlio sbaglia, si cerca immediatamente un capro espiatorio esterno.
Questa eliminazione sistematica dell’ostacolo produce individui analfabeti dal punto di vista emotivo, fragilissimi di fronte al fallimento e al contempo feroci quando devono affermare il proprio ego. Il bullo spesso nasce proprio lì: nell’incapacità di gestire un “no” o una sconfitta, trasformando l’ansia da prestazione in ostentazione ed esibizione di forza coercitiva sui più deboli. Un altro grande tabù riguarda la complicità involontaria delle istituzioni. Per anni la scuola ha risposto al bullismo con la burocrazia dei progetti, i cartelloni colorati e gli slogan patinati.
Abbiamo trasformato un’emergenza esistenziale in una pratica amministrativa da spuntare. La scuola ha paura: paura dei ricorsi legali, paura di rovinare la propria reputazione se ammette che tra le sue mura si consuma una prepotenza sistematica, e paura di educare davvero, preferendo delegare tutto alla sanzione formale o alla patologizzazione. Ogni volta che bolliamo un gesto come una semplice “ragazzata” o, al contrario, quando ci affrettiamo a dare un’etichetta clinica a qualsiasi disagio, stiamo abdicando al nostro ruolo di adulti ed educatori.
Il vero botto, quello che fa tremare le fondamenta del nostro modello educativo, è capire che il bullo non è un elemento estraneo da rieducare con tre giornate di volontariato. Il bullo è il nostro specchio più fedele. È il prodotto di famiglie che chiedono ai figli di essere aggressivi per non farsi sopraffare, di una cultura che confonde l’arroganza con la leadership e la fragilità con la debolezza. Se vogliamo davvero fermare questa epidemia, dobbiamo smettere di fare retorica ed eseguire un’operazione di verità chirurgica. Dobbiamo smetterla di chiedere ai ragazzi di denunciare se poi li lasciamo soli ad affrontare le conseguenze sociali della loro scelta. Dobbiamo smettere di insegnare l’empatia a parole mentre pratichiamo la competizione cinica nei fatti. Il bullismo finirà soltanto quando noi adulti avremo il coraggio di guardarci allo specchio e riconoscere che l’inferno dei corridoi scolastici non è altro che la brutale copia del mondo che abbiamo costruito per loro.