Il 23 ottobre, l’Istituto pediatrico Giannina Gaslini di Genova ha celebrato i cinquant’anni della sua Scuola in ospedale, una delle esperienze più significative del nostro sistema educativo. Un anniversario che invita a riflettere sul valore di una scuola capace di costruire opportunità e legami anche nelle situazioni più difficili. Da mezzo secolo garantisce ai bambini e agli adolescenti ricoverati la continuità degli studi e la possibilità di sentirsi parte di una comunità, coltivando relazioni, interessi e progetti.
Nata nel 1976 per iniziativa della dottoressa Luisa Massimo, la Scuola in ospedale del Gaslini è cresciuta fino a coinvolgere tutti i gradi d’istruzione. I numeri, da soli, raccontano già molto: nell’anno scolastico 2025-2026 ha seguito 3.767 bambini e ragazzi, dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di secondo grado.
Dietro queste cifre c’è il lavoro quotidiano, straordinario e spesso silenzioso, dei docenti della sezione ospedaliera dell’Istituto Comprensivo Sturla e dell’Istituto Montale. Insegnanti che operano in condizioni molto diverse da quelle di una classe tradizionale, adattando tempi e metodi alle condizioni di salute degli studenti, in collaborazione con le famiglie e il personale sanitario.
È un lavoro che richiede attenzione ai tempi di ciascuno: a volte la lezione si svolge al letto del paziente, altre volte in piccoli gruppi. L’insegnante deve saper riconoscere quando insistere e quando fermarsi, senza perdere di vista il percorso educativo. Per un ragazzo ricoverato, ritrovare un libro, affrontare un esercizio, confrontarsi con un insegnante significa mantenere vivo il legame con la propria quotidianità, temporaneamente interrotta dalla malattia. Anche per questo il rapporto con la scuola di provenienza e con i compagni è prezioso.
In ospedale non esiste una giornata uguale all’altra. Le terapie possono interrompere una lezione, la stanchezza rendere difficile la concentrazione, le condizioni cliniche imporre cambiamenti improvvisi. Servono flessibilità, competenza professionale e una particolare capacità di ascolto. Come ha ricordato la mia ex collega Claudia Mereu, insegnante di inglese, in un articolo di Fabrizio Cerignale pubblicato su Repubblica il 23 ottobre, riuscire a coinvolgere in un’attività didattica un ragazzo costretto a letto può rappresentare un risultato straordinario.
Significativa anche la vicenda ricordata nello stesso articolo dal direttore di Emato-Oncologia Carlo Dufour: uno studente che, durante le cure, volle portare a termine l’ultimo anno di liceo, riuscendo a conseguire la maturità. Un obiettivo che contribuì a dare continuità al suo percorso di vita, anche durante la malattia.
Questa realtà ha saputo aprirsi a progetti condivisi con le scuole del territorio. Ne ho avuto esperienza attraverso il giornalismo scolastico che ho promosso con StrozziNews, poi SturlaNews, il giornale della secondaria De Toni dell’IC Sturla. Gli alunni ricoverati partecipavano come autori, con articoli, racconti, poesie e disegni pubblicati accanto ai lavori dei compagni del laboratorio di giornalismo. Fu fondamentale la collaborazione tra i docenti della scuola ordinaria e quelli della sezione ospedaliera.
Per tredici anni consecutivi, dal 2007 al 2019, il giornale fu presentato nell’Aula Magna del Gaslini alla presenza di studenti, anche della sezione ospedaliera, e docenti. Erano occasioni di incontro tra scuola e città, con giornalisti, scienziati, sportivi e rappresentanti delle istituzioni. Importante fu il contributo, nei primi anni, di Massimo Minella, della Repubblica, e successivamente di Vittorio De Benedictis, del Secolo XIX. Il confronto con il giornalismo professionale dava ulteriore significato al lavoro dei ragazzi. Nella stessa Aula Magna si svolse, nel 2019, l’evento «Genova, Lanterna di positività», che contribuii a organizzare, dedicato a un’informazione attenta anche alle buone notizie.
Sfogliando oggi alcune edizioni del giornale, ritrovo la varietà degli interessi dei ragazzi del Gaslini. C’era chi raccontava una giornata speciale legata al Real Madrid e al dono di una maglietta, chi rifletteva su un quadro di Van Gogh, chi dedicava una poesia ai propri insegnanti o si cimentava con un monologo di Shakespeare. Ricordo anche l’ultima presentazione, quando un’insegnante della Scuola in ospedale lesse un testo scritto da un’alunna scomparsa poco tempo prima. Fu un momento di profonda commozione. Quelle pagine restituivano la voce dei ragazzi, le loro passioni e la loro creatività, che la condizione di pazienti non poteva esaurire.
L’attività del giornalismo scolastico, come tante altre proposte dalla Scuola in ospedale, mostrava concretamente che l’inclusione significa mettere ciascuno nelle condizioni di contribuire, esprimersi ed essere ascoltato.
Anche in ospedale la scuola rimane un luogo di crescita, di relazioni e di futuro.
Maurizio Braggion