Lo scorso 4 giugno il ddl sul consenso informato è stato approvato al Senato con 78 voti favorevoli e 38 contrari ed è diventato legge. Il disegno di legge era infatti già stato approvato alla Camera lo scorso dicembre.
Entusiasmo da parte del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara: “Con l’approvazione definitiva di oggi al Senato della legge sul Consenso informato tuteliamo i bambini dalla confusione della propaganda gender e ridiamo voce ai genitori sulle tematiche della identità di genere per i figli adolescenti minorenni. In questo applichiamo la Costituzione che attribuisce ai genitori il diritto di educare i figli. Ovviamente pretendiamo che certe teorie siano spiegate da medici, psicologi, professionisti seri”.
In molti hanno criticato il provvedimento. I cantanti e attori che fanno parte del laboratorio artistico della Fondazione Una Nessuna Centomila, fondazione italiana contro la violenza di genere, hanno sottoscritto una lettera aperta in cui hanno espresso il loro dissenso, definendo il ddl “ennesimo passo indietro, arretramento culturale”.
Tra gli artisti firmatari, come riportato da Il Corriere della Sera, Fiorella Mannoia, Pierfrancesco Favino, Lino Guanciale, Piero Pelù, Maria Chiara Giannetta, Vittoria Puccini, Caterina Caselli, Fabrizio Gifuni, Claudia Pandolfi, Brunori Sas, Paola Turci.
Ecco il testo della lettera, riportato da Flc Cgil: “Abbiamo assistito all’ennesimo passo indietro del nostro Paese su uno strumento fondamentale per la prevenzione della violenza di genere: l’educazione sessuo-affettiva. In Europa, l’Italia resta tra i pochi Paesi a non prevedere un percorso strutturato in questo ambito.
Dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) all’UNESCO, in collaborazione con le altre agenzie delle Nazioni Unite, fino alla Convenzione di Istanbul, i richiami e le linee guida parlano chiaro: la Comprehensive Sexuality Education mira a fornire a bambine, bambini e giovani conoscenze, abilità, atteggiamenti e valori che consentano loro di realizzare la propria salute, il proprio benessere e la propria dignità; sviluppare relazioni sociali e sessuali rispettose; comprendere come le proprie scelte influenzino il proprio benessere e quello degli altri; conoscere e proteggere i propri diritti per tutta la vita.
È un diritto, non una questione ideologica. Significa offrire alle ragazze e ai ragazzi, fin dall’infanzia e in modo adeguato all’età, strumenti per comprendere sé stessi, rispettare gli altri e prevenire la violenza.
Le famiglie siamo anche noi, e chiediamo di essere accompagnati in questo percorso. Ragazzi e ragazze hanno bisogno di confrontarsi con figure competenti, capaci di ascoltare ciò che spesso non riescono a condividere con i genitori. Per ragioni che conosciamo bene: imbarazzo, vergogna, paura.
Nel frattempo, sono cambiati i rapporti, le relazioni e le modalità di crescita. I genitori non sono nativi digitali e faticano a comprendere pienamente il disagio che può nascere dalla dimensione online. Senza un’educazione strutturata all’affettività e alla sessualità, il rischio è che le risposte vengano cercate esclusivamente sul web.
L’affetto e l’attenzione non bastano.
Questo provvedimento rappresenta un arretramento culturale. Mette in discussione anni di lavoro svolto da scuole, università, centri antiviolenza e associazioni per promuovere prevenzione, consapevolezza e rispetto. Ostacolare il cambiamento culturale significa fare un passo indietro. Significa rallentare un processo di trasformazione che ha l’obiettivo di contrastare la violenza prima che si manifesti e privare le nuove generazioni di strumenti fondamentali per comprendere sé stesse, gli altri e il mondo in cui vivono.
La violenza di genere è un fenomeno culturale e non può essere affrontata esclusivamente all’interno delle nostre case. Deve essere affrontata attraverso un percorso condiviso che coinvolga l’intera comunità educante.
Università, centri antiviolenza e organizzazioni impegnate contro discriminazioni, bullismo e razzismo hanno sviluppato competenze preziose che troppo spesso vengono escluse dal dibattito pubblico, lasciando spazio a contrapposizioni ideologiche che poco hanno a che fare con la realtà.
I dati mostrano un aumento dell’accesso precoce alla pornografia online, delle malattie sessualmente trasmissibili tra adolescenti, degli episodi di violenza sessuale e delle forme di autolesionismo. Nel nostro Paese, inoltre, la violenza domestica continua a essere, secondo i dati Istat, la forma di violenza più diffusa.
Ai figli e alle figlie che assistono quotidianamente alla violenza esercitata contro le loro madri, quale risposta stiamo offrendo? Davvero pensiamo che la soluzione possa essere il consenso informato?
Oppure siamo noi, come società, a doverci assumere la responsabilità di garantire loro il diritto a un’altra possibilità, a un altro racconto, a una storia diversa cui poter aspirare?
La forma non sempre coincide con la sostanza. Basterà il diniego di un genitore per impedire l’avvio di un progetto. Per le scuole sarà difficile organizzare attività alternative e il clima di allarmismo rischia di generare ulteriore confusione.
Il rischio concreto è che molte scuole, per timore di conflitti o contestazioni, rinuncino del tutto ad affrontare questi temi. Non saranno messi in discussione soltanto i percorsi di educazione sessuo-affettiva, ma anche le iniziative culturali dedicate al contrasto degli stereotipi di genere, alla prevenzione della discriminazione e alla costruzione di relazioni rispettose. Il risultato sarà un progressivo impoverimento del dibattito educativo e culturale.
Si rischia di legittimare un’unica idea possibile di famiglia, di relazioni, di maschile e di femminile, limitando la possibilità di confrontarsi con la complessità del reale.
Siamo genitori, cittadine e cittadini consapevoli, ma siamo anche artisti e artiste che credono che il cambiamento culturale sia la chiave per prevenire e contrastare la violenza.
Non possiamo permettere che la paura vinca sul futuro delle nostre figlie e dei nostri figli. Educare all’affettività e al rispetto è un atto di civiltà. Un diritto. Come genitori, cittadini e artisti, continueremo a dare voce a chi non ne ha, a costruire spazi di ascolto e a volere una società in cui nessuna ragazza e nessun ragazzo si senta solo. Il cambiamento culturale è un cammino che si fa insieme, e noi non faremo un solo passo indietro”.
Gino Cecchettin, presidente della Fondazione Giulia Cecchettin, che da tempo si batte per l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole, come ha più volte detto alla Tecnica della Scuola, ha ovviamente commentato. “L’educazione sessuo-affettiva all’interno degli istituti è importante, proveniamo da una cultura nella quale parlare di sesso e parti del corpo è un tabù. La Fondazione Giulia Cecchettin ha incontrato l’onorevole Valditara per portare questa educazione nelle scuole. Da parte nostra i tentativi ci sono stati”, ha detto, come riporta Il Gazzettino.
“Approfitto anche per chiarire alcuni aspetti che sono stati strumentalizzati. Non è vero che con questa legge non si potrà fare educazione affettiva: il Governo per la prima volta ha reso stabilmente obbligatoria in tutti i gradi di scuola l’educazione al rispetto, alle relazioni e alla empatia. Non è vero che non si farà l’educazione sessuale in senso biologico: continuerà a farsi nei programmi di scienze in tutti i gradi di scuola. Per la prima volta introduciamo nei programmi delle medie l’educazione alla prevenzione dei rischi derivanti dalle malattie sessualmente trasmissibili. Nelle vecchie Indicazioni nazionali per la scuola del primo ciclo non era prevista. Sarà introdotta anche nei programmi di scienze per le superiori”, ha aggiunto Valditara.
“Con questa legge proteggiamo la crescita dei più giovani e favoriamo una loro maturazione equilibrata. Ringrazio la maggioranza parlamentare per il grande lavoro fatto a sostegno di una riforma storica”, ha concluso il Ministro.
Il ddl, come ricordato dal nostro giornale, stabilisce che l’educazione sessuale potrà essere proposta alle scuole medie e superiori solo agli studenti per cui sia stato espresso il consenso preventivo dei genitori. Restano escluse le scuole dell’infanzia e le elementari, “fatto salvo… quanto previsto dalle indicazioni nazionali“.
Queste ultime, scrive ancora Repubblica, comprendono solo contenuti di base come anatomia, differenze biologiche, funzioni riproduttive e malattie sessualmente trasmissibili, mentre empatia e rispetto restano nell’ambito dell’educazione civica.
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Il ddl è composto da tre articoli. All’articolo 1 viene stabilito che “le istituzioni scolastiche sono tenute a richiedere il consenso informato preventivo dei genitori o degli studenti, se maggiorenni” e che tale consenso deve essere acquisito dopo aver messo a disposizione il materiale didattico previsto.
L’articolo 2 disciplina invece il coinvolgimento di esperti esterni: secondo quanto riporta il quotidiano, esso sarà possibile solo previa deliberazione del collegio dei docenti e approvazione del consiglio d’istituto. I criteri di selezione, si legge ancora nel testo, dovranno basarsi su titoli, esperienza e coerenza con finalità educative e livello di maturazione degli studenti.
Infine, l’articolo 3 del ddl specifica che “dall’attuazione delle disposizioni della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica“. Si tratta di un provvedimento destinato a incidere sull’organizzazione delle attività educative nelle scuole italiane.