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Aggiornato il 05.01.2026
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Crans-Montana, perché i ragazzi hanno filmato invece di scappare? Lavenia: “La sicurezza non è responsabilità dei minori”


Perché i ragazzi presenti nel bar di Crans-Montana, località sciistica svizzera in cui si è sviluppato l’incendio che ha causato la morte di quaranta persone durante la notte di San Silvestro filmavano la scena con il cellulare invece di scappare?

L’intervento

Lo psicologo Giuseppe Lavenia, su La Repubblica, ha dato una spiegazione semplice. Ecco il suo intervento: “Perché riprendevano invece di scappare? È la frase che leggo ovunque sotto la notizia della tragedia di Crans-Montana. Una frase che sembra semplice, quasi ovvia. E invece è una frase che fa male. Perché giudica senza capire. Perché arriva dopo, quando l’orrore è già accaduto, e cerca colpe dove servirebbe comprensione”.

Di fronte a tragedie come questa, l’opinione pubblica spesso si aggrappa a una domanda rassicurante: ‘Perché non hanno fatto la cosa giusta?’ È rassicurante perché ci illude che esista sempre una scelta corretta, lucida, razionale. Ma è un’illusione adulta, non una verità psicologica.

Ci sono almeno due aspetti fondamentali che stiamo dimenticando. Il primo riguarda il cervello. Fino ai 20-22 anni la corteccia prefrontale non è completamente sviluppata.

È l’area deputata alle funzioni esecutive: valutare il rischio, inibire l’impulso, pianificare, scegliere rapidamente la strategia migliore in una situazione complessa. Non è un’opinione, è un dato neuroscientifico.

In condizioni normali questa immaturità si traduce in impulsività, difficoltà di previsione delle conseguenze, bisogno di conferme esterne. In una situazione estrema, fiamme, fumo, panico, urla, caos, pretendere una risposta “adulta” da un cervello adolescente è semplicemente falso dal punto di vista neurofisiologico.

Il sistema emotivo prende il sopravvento, la reazione è automatica, non riflessiva.

Il secondo aspetto è ancora più scomodo, perché riguarda tutti noi. Riprendere non significa non sentire. Spesso significa sentire troppo. Filmare diventa un meccanismo di difesa. Uno schermo tra sé e l’orrore. Un modo per non essere travolti da ciò che sta accadendo. Di fronte a un trauma improvviso, la mente cerca una distanza. Quando condividiamo invece di vivere, spesso non stiamo scegliendo. Stiamo cercando di proteggerci. Riprendere diventa una soluzione immediata per non affrontare il trauma in modo diretto.

Lo schermo funziona come un anestetico emotivo: riduce l’impatto dell’orrore, abbassa l’intensità delle emozioni, crea una separazione che permette alla mente di non crollare. Non è cinismo. Non è superficialità. È sopravvivenza emotiva.

E allora c’è una domanda che dovremmo avere il coraggio di porci, invece di puntare il dito: perché stiamo chiedendo ai ragazzi di salvarsi da soli? La sicurezza non è una responsabilità dei minori. La sicurezza è un dovere degli adulti, delle strutture, delle organizzazioni, delle istituzioni.

Agli adolescenti non si può pretendere lucidità nel panico. Agli adulti e alle istituzioni va chiesto di garantire contesti sicuri prima che accada la tragedia, non spiegazioni dopo. Il problema non sono quei ragazzi. Il problema è una società che giudica a posteriori, invece di assumersi la propria responsabilità preventiva, educativa e strutturale. Perché nessuno sa davvero come reagirebbe, finché non si trova dentro l’inferno”.

“Le vittime non sbagliano”

Ecco il commento della psicologa e criminologa Roberta Bruzzone: “Ci sono immagini che fanno più paura dell’incendio stesso. Sono quelle in cui qualcuno riprende mentre tutto sta per esplodere. E ogni volta che le vediamo ci chiediamo: ‘Ma perché non scappa?’ ‘Perché resta lì?’. La risposta non è comoda. E non è rassicurante. Perché in quei secondi il cervello non ragiona come crediamo. Quando scoppia un incendio improvviso, l’istinto di sopravvivenza non sempre parte subito. A volte il cervello si difende negando: “Non è grave”. A volte si blocca. A volte si dissocia. A volte cerca un’illusione di controllo. E il telefono diventa quella illusione. Riprendere non è sempre esibizionismo. Spesso è freezing, paralisi emotiva mascherata da azione. È il tentativo disperato di dire: ‘Sto facendo qualcosa’, mentre in realtà non sto scappando. Lo schermo crea una distanza. Trasforma il pericolo in contenuto. La paura in video. La realtà in qualcosa che sembra irreale. E poi c’è il gruppo. Se nessuno corre, il cervello pensa che non sia ancora il momento.

Se nessuno urla, il pericolo viene minimizzato. È così che nascono le tragedie silenziose, non dal panico, ma dalla sua assenza iniziale. C’è anche un altro aspetto, scomodo da dire: viviamo in un mondo in cui esserci può arrivare a contare più che salvarsi.In cui documentare vale più che reagire. In cui il riflesso di registrare è più rapido del riflesso di fuggire.Ma il fuoco non aspetta. Il fumo non avvisa. E gli incendi non crescono in modo graduale ma esplodono. Quei secondi persi a riprendere non sono leggerezza. Sono errori cognitivi, automatismi, distorsioni percettive. Sono il cervello che fallisce sotto stress. Ecco perché non basta dire ‘scappate’. Bisogna insegnare a riconoscere subito il pericolo,a non fidarsi della calma apparente, a capire che quando qualcosa brucia non è mai il momento di filmare. Perché il problema non è il telefono. Il problema è aver disimparato ad ascoltare l’allarme interno. E quando l’allarme non suona,la tragedia entra in silenzio. Ci tengo ad aggiungere una precisazione fondamentale, perché in queste ore mi state facendo in molti la stessa domanda. Questa riflessione non sposta di un millimetro le responsabilità. E lo dico con chiarezza assoluta: nulla, e ripeto nulla, può superare o attenuare la responsabilità del locale. Non basta avere delle autorizzazioni formali. Non basta ‘essere in regola sulla carta’. La sicurezza non è un timbro, è prevenzione reale, gestione del rischio, controllo costante, scelte responsabili. Qui non siamo davanti a un singolo errore. Siamo davanti a una catena di responsabilità che va ricostruita in modo rigoroso, puntuale e senza fare sconti a nessuno: a chi gestisce, a chi controlla, a chi autorizza, a chi ha il dovere di garantire che un luogo affollato non diventi una trappola. Il mio intervento serve a rispondere a una domanda di area psicologica (perché alcune persone non scappano subito) che oggi mi hanno rivolto in molti…ma non deve mai diventare un alibi strutturale per chi aveva il compito di prevenire l’emergenza. Le vittime non sbagliano. I ragazzi non ‘se la cercano’. Quando un luogo non è sicuro, la responsabilità non è di chi resta intrappolato, ma di chi doveva impedire che quell’incendio potesse anche solo iniziare”.

Minuto di silenzio a scuola il 7 gennaio

Mercoledì 7 gennaio in tutte le scuole italiane sarà osservato un minuto di silenzio in memoria delle vittime del tragico incendio avvenuto a Crans-Montana, località sciistica svizzera, nella notte di San Silvestro. Sarà quindi, per tutti gli studenti italiani, un rientro a scuola dopo le vacanze natalizie molto amaro.

Le salme presto in Italia

Un volo dell’Aeronautica Militare riporterà oggi, 5 gennaio, in Italia le giovanissime vittime italiane dell’incendio di Capodanno nella svizzera Crans-Montana: Achille Barosi, Giovanni Tamburi, Emanuele Galeppini, Chiara Costanzo, Riccardo Minghetti. Il sesto feretro, che non sarà imbarcato, è quello di Sofia Prosperi, che viveva a Lugano.

Il partirà da Sion alle 11 e atterrerà a Milano Linate alle 11:50. A spese dello Stato anche i funerali.

Intanto sono state identificate tutte le 40 vittime dell’incendio. Nove erano minorenni: una aveva appena 14 anni. “Una tragedia evitabile”, commenta l’ambasciatore Cornado, come riporta La Repubblica.

Anche stavolta, per alcuni la colpa è della scuola

C’è chi osserva che a scuola si dovrebbe insegnare di più la sicurezza: come riconoscere una situazione pericolosa, come reagire in caso di incendio, come muoversi in mezzo alla folla, come mantenere lucidità quando tutto intorno diventa caos.

A colpire, tra le testimonianze dei superstiti, è stata in particolare la frase di un ragazzo che, a RaiNews, ha raccontato di essersi salvato perché il padre gli aveva insegnato una regola semplice: quando “fiuti” un pericolo, scappa subito. I commenti a questo video sono “scatenati”. In molti hanno parlato di “selezione naturale”, lodando l’insegnamento di questo papà.

Questo è stato fortemente criticato dalla giornalista Selvaggia Lucarelli, nelle sue storie Instagram: “Quando è successo che abbiamo smesso di provare empatia per chiunque? I ragazzini morti perché non sono riusciti a raggiungere l’uscita perché ineducati, insomma. Ma sì, buttiamo m***a a caso. Quello che serve alle famiglie”.

Anche l’influencer Aurora Ramazzotti si è sfogata su Instagram: “Voi giovani e incoscienti non lo siete stati mai? Vedendo i video la domanda che mi sorge è perché non siano state attivate misure di sicurezza dagli adulti presenti evacuando subito il locale, non perchè i ragazzi stessero filmando al posto di scappare. Criticano il distaccamento dalla realtà delle nuove generazioni e lasciano commenti colpevolizzando dei minori per la loro morte”.

L’attacco alle vittime

C’è di più: sui social e non solo, c’è chi ha colpevolizzato direttamente i ragazzi, le vittime: “figli di papà”, “ragazzini viziati”, “pensavano solo a bere e a divertirsi”, “inermi perché impegnati a riprendere tutto con il telefono”. Come se la tragedia fosse la conseguenza naturale di un modo superficiale di vivere.

Non meno frequente è l’accusa rivolta alle famiglie, descritte come incapaci di educare, troppo permissive o distratte. Anche qui, il rischio è quello di semplificare. Educare non significa poter controllare ogni scelta dei figli, né prevedere ogni contesto in cui si troveranno.

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