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02.11.2026

“D’istruzione pubblica”: un film per comprendere la demolizione controllata della scuola italiana

«Per privatizzare, devi convincere che il privato funzioni meglio del pubblico»: così è accaduto, ben oltre le parole del giurista Ugo Mattei, economista dell’Università di Torino. Ce lo racconta, con rigore e veridicità, l’avvincente e gradevole film documentario D’istruzione pubblica (2026), diretto da Federico Greco e Mirko Melchiorre. Il film è scaricabile (su offerta libera) dal sito openddb.it.

La Scuola di Piero Calamandrei: istituzione democratica e organo costituzionale

«Abbiamo ereditato dall’illuminismo la Scuola come formazione dell’Uomo e del cittadino», ricorda all’inizio del film il docente e saggista Fabio Bentivoglio; «perché non siamo i primi a camminare sul pianeta Terra: già qualcuno prima di noi l’ha fatto e ha riflettuto su amicizia, amore, dolore, gioia e delusione, ingredienti della nostra esistenza. Questa è la formazione dell’Uomo. Cittadino è chi ha interiorizzato l’alfabeto sociale della polis, in modo tale da esser poi consapevole, e partecipare consapevolmente alla vita».

Il cronoprogramma che ha cambiato faccia alla politica scolastica italiana

Tale è stata la secolare impostazione della Scuola italiana ed europea. Impostazione da almeno 35 anni sottoposta a demolizione controllata. Il film espone per ordine le tappe di tale demolizione, illustrandone senso e presupposti ideologici: il neoliberismo sfrenato in voga dagli anni ‘80, ed oggi pensiero unico globale, favorito dall’ignorantizzazione generalizzata prodotta proprio dalla demolizione delle Scuole nazionali (italiana in particolare).

La Scuola è stata sottoposta — è la tesi del film — a logiche industriali volte a formare masse profondamente incolte e incapaci di elaborare analisi e pensieri, perché prive di conoscenze profonde; folle pronte a lavori esecutivi di basso profilo, e convinte che la cultura sia inutile. Culmine italiano di questo processo è la L. 107/2015 (la renziana “Buona Scuola”) che introdusse l’”Alternanza Scuola-Lavoro”, sottraendo gli studenti medi alla classe per mandarli a lavorare: l’opposto delle “150 ore” di studio permesse dal 1973 agli operai per acculturarsi.

Esecutori di destra e di “sinistra”

Tuttavia già «nel 1992 Maastricht prepara le condizioni per invertire completamente la tendenza», chiarisce marina Boscaino — docente di italiano e latino nonché giornalista — che aggiunge: «Di sottofondo già nascevano i mostri che poi avrebbero cambiato definitivamente la Scuola italiana». “Mostri” seguiti passo passo dal lungometraggio. Mostri bipartisan, controriforme di destra e di “sinistra” venute dall’alto, più in alto dei vari ministri che hanno attuato il cronoprogramma. Mandante il capitalismo  turboliberista internazionale, cui servono esecutori docili nei governi nazionali. Lo si è visto coi miliardi del PNRR, offerti dall’UE (per lo più in prestito) purché l’Italia trasformasse la propria Scuola secondo le esigenze di Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft e compagnia digitalizzante (e “innovante”).

Un copione formulato negli Stati Uniti di fine ‘800

Cronoprogramma di matrice tecnoindustriale, simile a quello che da fine ‘800 sfigurò l’istruzione USA, oggi modello per le trasformazioni imposte alla Scuola nostrana. A piccoli passi, di cui la categoria docente nel suo complesso non ha preso coscienza, la rana è stata bollita, ed è pronta da servire nel piatto del potere economico. «Il neoliberismo va alla conquista dell’intera Europa» secondo Massimo Baldacci (pedagogista e professore universitario).

Nel 1946 l’UNESCO affida a un’associazione privata statunitense le decisioni più importanti sull’istruzione dei Paesi occidentali: è l’International Bureau of Education (IBE), finanziato alla sua nascita dalla Fondazione Rockefeller. Da allora si giunge fino a noi, sulla scia d’interessi miliardari privati e scelte ideologiche.

Scuola italiana, da modello di democrazia a fucina di competenze lavorative minimali

Negli anni ’60-‘70 la Scuola italiana democratizzata dava molta importanza a ciò che oggi è una parolaccia: la trasmissione dei saperi dai docenti (persone colte) ai discenti; cultura significava libertà dalla schiavitù dell’ignoranza. Idem in tutta Europa. «Negli anni ’90 la democratizzazione dell’istruzione per tutti è stata abbandonata», sostiene Nico Hirtt (esperto di politiche educative ed economista belga). Oggi i docenti, “facilitatori” nell’acquisizione delle “competenze” lavorative, son considerati alla stregua di maggiordomi che devono accontentare il cliente della scuola-azienda. Aver aziendalizzato la Scuola significa dunque averla snaturata del tutto, distruggendola dalle fondamenta.

Un film ottimo (malgrado alcune dimenticanze)

Corretta la ricostruzione storica fatta dal film-inchiesta; che però commette l’errore di far partire la svolta della Scuola italiana dalla riforma berlingueriana. In realtà il primo passo nella destrutturazione della Scuola come istituzione democratica di matrice costituzionale fu il D.Lgs. 29/1993, che pose i docenti delle scuole (ma non quelli universitari) nel Pubblico Impiego, e privatizzò il rapporto di lavoro del Pubblico Impiego stesso. Persino il ministro Valditara ha di recente implicitamente riconosciuto che l’impoverimento dei salari della Scuola nasce da lì. Da lì nasce — con l’avallo dei sindacati maggiori — anche il Preside “datore di lavoro” (che poi l’autonomia rese “dirigente scolastico”), e si spiana la strada per le varie controriforme successive.

Altre tappe fondamentali: la L. 146/1990 (che imbrigliò il diritto dei docenti a scioperare e bloccare gli scrutini) e ancor più i decreti Bassanini del 1997 sulla rappresentanza sindacale, che limitarono il diritto dei lavoratori di conoscere le critiche dei sindacati alternativi (risultato ottenuto riducendo i diritti sindacali di questi ultimi). Se il film avesse fatto più esplicito riferimento a questi fatti, il quadro sarebbe stato ancor più comprensibile; ma gli autori si sarebbero forse procurate inimicizie potenti.

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