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Prima Ora | notizie del 31 agosto

Diventare mediatori nel quotidiano: la recensione di “Mettiamoci d’accordo” di Maria Martello

Pubblichiamo la recensione del libro METTIAMOCI D’ACCORDO, Diventare mediatori nel quotidiano per risolvere i conflitti di Maria Martello, edito da In Dialogo, prezzo 20,00 euro. Recensione a cura di Elisabetta Zamarchi, fenomenologa per formazione filosofica.

La peculiarità di un testo emerge per l’originalità o l’attualità del tema trattato, per i riferimenti teorici che lo supportano, ma anche per gli accorgimenti retorici e lessicali che danno al suo tessuto una affascinante singolarità.

La singolarità di “Mettiamoci d’accordo. Diventare mediatori nel quotidiano per risolvere i conflitti”, edizioni ITL Libri, appare fin dalle prime pagine, grazie all’operazione di rideterminazione semantica del concetto di mediazione che Maria Martello mette in atto teoricamente, avallando poi la sua proposizione con esempi concreti che guidano i lettori a diventare artigiani di pace nella vita quotidiana.

In che senso rideterminazione semantica? Perché il concetto di mediazione, estrapolato dal contesto giuridico, viene qui risignificato: conserva la sua forma ma si arricchisce e si amplia, fino a diventare il paradigma di una rivoluzione antropologica, un mutamento del modo in cui gli esseri umani gestiscono dissenso, fratture e reciprocità. La rivoluzione sta nel concepire la mediazione come un percorso di formazione dell’umano e il conflitto come un’opportunità di confronto e crescita personale: La mediazione, ormai riconosciuta e resa obbligatoria in contesti legali, rappresenta a mio avviso una “rivoluzione antropologica” capace di cambiare il destino dei nostri conflitti e delle relazioni quotidiane. Il libro ne offre esempi concreti, da quelli familiari a quelli professionali, con testimonianze dirette di applicazione riuscita, dimostrando che si può fare” (p.17).

Espressioni come “rivoluzione antropologica” e “mutamento di paradigma” sono fortemente connotate nella storia del logos filosofico occidentale e nella storia della fisica: Maria Martello le assume consapevolmente, mostrando come il conflitto non sia un accidente negativo che travaglia le esistenze e le relazioni, bensì un evento che rivela la struttura stessa dei legami umani.

Questa diversa accezione del conflitto dà adito a un mutamento di paradigma: il conflitto non è un incidente da eliminare, ma una dimensione quotidiana delle relazioni, potenzialmente generativa, perché, se gestito con competenza, diventa occasione di ascolto e di crescita personale e sociale.

Tale mutamento presuppone un cambiamento nell’antropologia di fondo, cioè dell’idea di persona: se l’essere umano non è più pensato come “individuo contro tutti” ma come “essere in relazione”, il conflitto non è guerra, piuttosto diventa spazio di mediazione. Si comprende quindi perché l’autrice parli di “rivoluzione antropologica”: questo diverso modo di concepire l’umano può far sperare in un rovesciamento culturale che, a partire dalle piccole scelte quotidiane, possa incidere su famiglia, scuola, politica, società.

Nell’architettura concettuale del testo, ove il piano professionale si intreccia con quello antropologico e pedagogico, la mediazione non è soltanto un modo per dirimere e riparare i conflitti, ma anche e soprattutto una forma di “bildung” educativa: non è più unicamente una tecnica bensì un percorso di formazione dell’umano, fondato su valori come crescita interiore, libertà, fiducia e desiderio di relazione. “Solo la mediazione può rigenerare le relazioni, proponendo un cambiamento di paradigma fondamentale: sostituire i concetti di forza e di potere, di prevaricazione, di controllo sull’altro, di condizionamento e perfino di manipolazione con quelli di capacità di amare, di accompagnare, di far crescere, di infondere nell’altro un’immagine positiva di sé stesso” (p.53).

Così intesa, la mediazione ha valenza pedagogica perché sposta l’attenzione dai fatti alle emozioni e ai bisogni profondi delle persone: viviamo in una contemporaneità caratterizzata da un analfabetismo emotivo e affettivo, che rende gli individui incompetenti delle sfumature del proprio mondo emozionale e incapaci di gestire l’intensità delle emozioni proprie e altrui. È una povertà cognitiva diffusa, consistente nel non rendersi conto di ciò che si prova, così come spiega Martin Buber, citato da Martello: “Bisogna che l’uomo si renda conto innanzitutto lui stesso che le situazioni conflittuali che lo oppongono agli altri sono solo conseguenza di situazioni conflittuali presenti nella sua anima” (p. 117).

L’approccio umanistico proposto nel testo promuove come antidoto a tale povertà la formazione alle relazioni interpersonali, sempre più compromesse dalla digitalizzazione, dall’uso abnorme dei social e dall’affidamento cieco all’intelligenza artificiale, che inficia ulteriormente la capacità umana di stare nell’apertura dell’ascolto di sé stessi e dell’altro. Si tratta di acquisire una competenza che può essere “appresa e utilizzata nel quotidiano da tutti” per educare a stare in relazione, in un mondo iperconnesso ove gli individui sono molto spesso soli e irrelati.

Le “Storie di trasformazione”, a cui è dedicato il capitolo ottavo, mostrano come ognuno e ognuna di noi possa divenire nel quotidiano mediatore di prossimità e testimoniano il potenziale umanamente rivoluzionario della determinazione a modificare i propri automatismi relazionali, se si accetta che per “aggiustare sé stessi” è necessario passare attraverso gli altri. Perché così solamente appare il nuovo di noi.

Elisabetta Zamarchi

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