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Divieto di social ai minori? Pronta app per la verifica dell’età, Von der Layen: “Spetta ai genitori educare, non alle piattaforme”

Mentre da mesi si parla di un possibile divieto di social per i minori, oggi, 15 aprile, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen in un punto stampa a Bruxelles ha dato un importante aggiornamento.

A quanto pare è pronta un’app che può accertare l’età di chi accede a piattaforme online. “La nostra app europea” testata in cinque Stati membri tra cui l’Italia “per la verifica dell’età è tecnicamente pronta e presto sarà a disposizione dei cittadini. Questa app consentirà agli utenti di dimostrare la propria età quando accedono alle piattaforme online”, queste le sue parole riportate da Ansa.

Le parole di Von der Layen

“Spetta ai genitori crescere i propri figli, non alle piattaforme”, ha aggiunto precisando che le piattaforme social offrono un ambiente che crea “dipendenza” e non è un ambiente che “fa bene alle giovani menti in fase di sviluppo”.

“Lo scorso autunno, nel discorso sullo stato dell’Unione, mi sono impegnata a rendere il mondo online più sicuro per i nostri figli. Sappiamo che la tecnologia digitale può offrire ai bambini opportunità incredibili” ma “siamo anche ben consapevoli che questi benefici comportano dei rischi: quando si tratta della sicurezza dei bambini online, la situazione è estremamente preoccupante”, ha spiegato la numero uno di Palazzo Berlaymont.

“Le piattaforme online possono facilmente fare affidamento sulla nostra app di verifica dell’età. Quindi – ha concluso – non ci sono più scuse: l’Europa offre una soluzione gratuita e facile da usare in grado di proteggere i nostri figli da contenuti dannosi e illegali”, ha concluso.

Il disegno di legge

Stop ai social per i minori di quindici anni: il disegno di legge che lo prevede, depositato due anni fa, è stato “riesumato” e il suo iter sta proseguendo al Senato dopo mesi e mesi di stop.

Come riporta La Repubblica, a occuparsene è l’ottava commissione di Palazzo Madama – Ambiente, transizione ecologica, energia, lavori pubblici, comunicazioni, innovazione tecnologica – alle prese con quattro testi. Il principale è quello bipartisan firmato da Lavinia Mennuni (FdI) e Simona Malpezzi (Pd), relatore Claudio Fazzone, che ha una analoga proposta alla Camera firmata da Marianna Madia.

La proposta, che ha ricevuto l’ok di tutti i partiti, aveva visto la luce due anni fa e poi era stata sottoposta per un anno e mezzo a un lungo lavoro di audizioni di esperti e associazioni del settore prima di approdare, nell’ottobre scorso, in commissione. Vicina all’approvazione al Senato, si era poi arenata, salvo rispuntare ora.

Dalle parti dell’opposizione, si racconta che il nodo più ostico, per il quale la proposta aveva subito una battuta d’arresto, fosse quello legato alle big tech che controllano i social. Sull’onda degli ultimi fatti di cronaca, primo fra tutti l’accoltellamento di una docente da parte di uno studente che ha filmato il gesto, il ddl rischia di essere scavalcato dal Governo.

La novità

C’è una bozza che ricalca il testo all’esame di Camera e Senato che l’esecutivo vorrebbe fare propria, accelerando i tempi. Se ne è parlato, prima di Pasqua, in una riunione presieduta dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e alla quale hanno partecipato i ministri Valditara, Abodi, Foti e Roccella.

Perché la bozza si era impantanata?

Il Ministro Valditara, come ha scritto il nostro collaboratore, il dirigente scolastico Aluisi Tosolini, ha in realtà dato la colpa al garante Privacy che tuttavia ha smentito con decisione sostenendo che “il nuovo testo, presentato dal Relatore il 24 settembre 2025, recepisce le indicazioni formulate dal Garante sui profili sottoposti alla sua attenzione. L’esame del provvedimento in Commissione risulta tuttavia fermo al 21 ottobre 2025, per ragioni che non risultano note all’Autorità”.

Cosa dice il ddl

Ecco una breve analisi del ddl bipartisan depositato al Senato, il 1136.

Articolo 1 – Ambito di applicazione

La legge si applica a tutti i fornitori di servizi della società dell’informazione che operano in Italia, a prescindere da dove si trovi la loro sede legale.

Articolo 2 – Verifica dell’età (Age Verification)

  • I fornitori di servizi digitali hanno l’obbligo di verificare l’età degli utenti.
  • L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGCOM) stabilirà entro 60 giorni le modalità tecniche per tale verifica, garantendo la sicurezza e la minimizzazione dei dati personali raccolti.
  • Questo obbligo riguarda i fornitori che superano una determinata soglia di accessi unici mensili, che verrà stabilita dalla stessa AGCOM.

Articolo 3 – Validità dei contratti

  • I contratti stipulati da minori di 15 anni con i fornitori di servizi digitali sono considerati nulli e non possono costituire una base giuridica valida per il trattamento dei dati personali.
  • Tali contratti sono validi solo se conclusi dai genitori o tutori per conto del minore.
  • I fornitori devono essere in grado di dimostrare che l’utente è maggiorenne o che il minore ha l’assistenza dei genitori.
  • AGCOM e il Garante per la protezione dei dati personali vigilano sul rispetto di queste norme e possono applicare sanzioni.

Articolo 4 – Consenso del minore

Viene abrogato il comma 1 dell’articolo 2-quinquies del Codice in materia di protezione dei dati personali (che precedentemente regolava l’età del consenso digitale).

Articolo 5 – Guadagni derivanti dalle immagini di minori (Influencer e piattaforme)

  • La diffusione non occasionale di immagini di minori di 15 anni su piattaforme online, se il minore è il protagonista, richiede l’autorizzazione dei genitori e della direzione provinciale del lavoro se i guadagni superano i 10.000 euro annui.
  • L’autorità stabilirà tempi massimi di “lavoro”, misure per limitare i rischi psicologici e garanzie per la frequenza scolastica.
  • I proventi sopra i 10.000 euro devono essere versati su un conto corrente intestato al minore; i genitori non possono usarli se non in casi di emergenza autorizzati dal tribunale.
  • Sia gli inserzionisti pubblicitari che i gestori delle piattaforme sono responsabili di verificare il rispetto di queste norme e devono versare i compensi direttamente sul conto del minore.

Articolo 6 – Ampliamento del numero di emergenza 114

  • I fornitori devono inserire nelle loro app e piattaforme una funzionalità che permetta ai minori di 15 anni di contattare immediatamente il numero di emergenza infanzia 114 via voce o testo.
  • Per finanziare l’ampliamento di questo servizio, i fornitori con fatturato superiore a 50 milioni di euro devono versare un contributo annuale pari allo 0,035% del proprio fatturato.

La nuova proposta

I punti essenziali della nuova proposta discussa a Palazzo Chigi il 2 aprile nella riunione presieduta da Mantovano paiono essere i seguenti:

  • Soglia dei 15 anni: innalzamento dell’età minima per il consenso digitale autonomo. Sotto i 15 anni, l’iscrizione è possibile solo con l’autorizzazione dei genitori.
  • Nullità dei contratti: i contratti stipulati tra minori di 15 anni e fornitori di servizi digitali senza il consenso dei genitori sono considerati nulli.
  • Age Verification: obbligo per le piattaforme di implementare sistemi rigorosi per verificare l’età effettiva degli utenti.
  • Controllo Parentale: obbligo per produttori e fornitori di integrare sistemi che permettano di limitare l’uso del dispositivo a chiamate, SMS e contatti autorizzati, bloccando siti pericolosi.
  • Sanzioni: introduzione di sanzioni amministrative per i genitori inadempienti ai doveri di vigilanza stabiliti dalla norma. 

Le parole di Valditara

Ecco cosa ha detto il ministro Valditara il giorno dell’accoltellamento della docente, favorevole allo stop ai social under 15: “Bisogna fare una riflessione a 360 gradi. Innanzitutto c’è da capire come mai c’è aggressività diffusa tra i giovani. C’è l’impatto estremamente negativo dei social da considerare: sembra che anche in questo caso i social siano in qualche modo coinvolti. Noi dobbiamo intervenire, per esempio impedendo ai ragazzi sotto i 15 anni l’accesso ai social come hanno fatto altri Paesi”.

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