Sta facendo discutere quanto accaduto in una scuola media di Mestre: una docente ha tagliato delle ciocche di capelli a due alunne dopo che una avrebbe chiesto delucidazioni sulla lunghezza da dare a un riassunto.
“Un gesto improvviso, davanti a tutta la classe rimasta senza parole, che non si è nemmeno fermato lì, perché la professoressa si è poi avvicinata ad un’altra alunna che si era alzata con gli occhi sbarrati e anche qui, con la medesima foga, le ha preso i capelli tagliandone una ciocca“, questo il racconto de Il Messaggero.
La professoressa, una supplente assunta con interpello, è stata ufficialmente sospesa e rischia il licenziamento. L’episodio ha scatenato un intenso dibattito sul reclutamento degli insegnanti e sulle loro condizioni psicofisiche.
A dire la sua è stata la psicologa e criminologa Roberta Bruzzone sulla sua pagina Facebook. “Capita spesso che io difenda gli insegnanti. E lo faccio con convinzione, perché so bene in quali condizioni lavorano oggi: classi sempre più complesse, ragazzi sempre più fragili, un disagio psicologico e neuropsichiatrico che cresce e che rende il lavoro educativo enormemente più difficile, più usurante, più frustrante.
In Italia si parla ormai di numeri che impongono una riflessione seria, perché il disagio dei minori non è più un’eccezione, ma una realtà con cui chi insegna deve fare i conti ogni giorno. 
Ma proprio per questo, quello che sarebbe accaduto a Mestre è qualcosa di semplicemente insopportabile. Tagliare i capelli a due ragazze davanti alla classe non è un gesto educativo, non è un modo per ‘farsi capire’, non è un eccesso di zelo.
È un atto di prevaricazione, di umiliazione, di violenza simbolica esercitata davanti a testimoni, in un luogo che dovrebbe essere presidio di crescita, tutela e dignità. 
La scuola non è una caserma fuori controllo, e l’aula non è il palcoscenico su cui un adulto scarica la propria inadeguatezza relazionale travestendola da autorevolezza.
Quando un insegnante arriva a un gesto del genere, il punto non è più la fatica del mestiere, che resta enorme e reale. Il punto è che quella persona, in quel momento, ha mostrato di non essere idonea a gestire il potere educativo che le è stato affidato. Perché qui non siamo davanti a una ‘modalità discutibile’.
Siamo davanti a un gesto che spezza un confine fondamentale: quello tra educare e umiliare. E chi umilia pubblicamente un minore non sta insegnando nulla, se non la legge del più forte.
Una legge miserabile, antica, tossica, che dovrebbe restare sepolta nei tempi più bui, non riaffacciarsi nel 2026 dentro una classe. Ed è proprio per questo che non basta indignarsi un giorno e voltare pagina quello dopo.
Bisogna avere il coraggio di dirlo chiaramente: chi svolge una professione così delicata dovrebbe essere selezionato non solo per titoli e graduatorie, ma anche per equilibrio, struttura di personalità, capacità di gestione emotiva, tenuta relazionale.
Perché mettere un adulto inadeguato davanti a dei ragazzi significa consegnare dei minori a qualcuno che può trasformare il proprio ruolo in uno strumento di mortificazione. E questo, francamente, è intollerabile.
Quello che colpisce di più è l’abisso mentale che può consentire di compiere un gesto simile e poi pensare persino di giustificarlo come un tentativo di comunicazione. No. Quella non è comunicazione. Quella è sopraffazione. È l’idea malata che umiliare qualcuno possa servire a educarlo. Ed è un’idea che dovrebbe essere incompatibile con l’insegnamento.
Perché un ragazzo può dimenticare una spiegazione, può dimenticare un voto, può perfino dimenticare una materia. Ma non dimentica l’umiliazione subita davanti agli altri. Quella resta. Scava. Ferisce. E lascia un segno profondo, soprattutto quando arriva da un adulto che avrebbe dovuto proteggere, non colpire.
Se davvero vogliamo difendere la scuola, allora dobbiamo difenderla anche da chi la tradisce dall’interno. E un gesto del genere la tradisce nel modo peggiore ossia calpestando la dignità di un minore sotto gli occhi di tutti”.
Secondo un instant poll realizzato da Skuola.net su un campione di 780 studenti, il 90% è favorevole all’introduzione di test psicoattitudinali per chi sale in cattedra. Un dato netto, che solleva questioni complesse sulla selezione e il monitoraggio del corpo docente.
I numeri parlano chiaro. Secondo un’indagine condotta da Skuola.net insieme all’Associazione Nazionale Presidi su oltre 5.000 studenti, l’87% degli intervistati dichiara di essersi sentito almeno una volta sottovalutato o umiliato da un insegnante: il 30% dice che accade frequentemente, il 57% occasionalmente. In molti hanno commentato i risultati del sondaggio con esperienze dirette, descrivendo episodi di nervosismo, scatti improvvisi e reazioni sproporzionate. Come sintetizza uno degli studenti interpellati: “Prima ancora di insegnare, un docente dovrebbe essere in grado di gestire lo stress e il rapporto con gli studenti”.
La stessa indagine ridisegna il profilo del docente ideale secondo i ragazzi. Per 8 studenti su 10 contano soprattutto la capacità di motivare, valorizzare e coinvolgere la classe. La competenza disciplinare, pur ritenuta centrale, si ferma al 70% delle preferenze, tallonata dall’esigenza di ascolto verso chi è in difficoltà, indicata come fondamentale dal 69% degli intervistati. La dimensione relazionale pesa dunque almeno quanto quella didattica. Non a caso, il 76% degli studenti ritiene giusto che i docenti vengano valutati sul loro operato complessivo, e il 67% è favorevole a questionari anonimi di fine anno, sul modello universitario.