La riapertura delle scuole anche quest’anno è all’insegna del sempre uguale: il problema del precariato resta irrisolto, come quello dei fondi destinati alle scuole – sempre troppo pochi. Quanto alle strutture, la torrida estate del 2026 ha portato una brezza di novità, un argomento di cui ancora si era parlato poco, quello della mancanza di climatizzatori nelle aule; si è scoperto che poco più del 7% degli edifici scolastici possiede impianti di climatizzazione e celermente il Ministero ha erogato 20 milioni di euro, ad esaurimento (anzi, già esauriti), che andranno a circa 6.000 scuole, per una cifra complessiva di 3.200 euro, sufficienti, forse, per climatizzare un’aula. Invece le aule informatizzate nell’anno scolastico 2020-2021 erano presenti nel 29,4% degli edifici; nel 2024-2025 si è raggiunta la percentuale del 55,4%, in base ai dati forniti dal Portale unico del Ministero dell’Istruzione e del Merito.
Non che si voglia contrapporre climatizzazione a informatizzazione, ma è indubbio che in base al principio non contestabile del primum viverel’una è più necessaria dell’altra. Se passiamo al deinde philosophare ci si meraviglia che, nonostante i proclami ministeriali contro smartphone et similia, adesso ci si faccia un problema dell’arretratezza della scuola rispetto all’uso dell’intelligenza artificiale. I dati forniti dal sito Skuola.net rilevano che 8 studenti su 10 usano i chatbot per i compiti ma che soltanto “1 su 6 ha ricevuto istruzioni o linee guida ufficiali da parte della scuola su come usarli oppure è stato formato o stimolato dai docenti a sfruttarli in maniera critica e costruttiva”. Poveri noi, mi viene da commentare: usare in maniera “critica e costruttiva” quel Moloch che è l’intelligenza artificiale comporta una ed una sola cosa: avere una mentalità “critica” già ben formata, possedere strumenti mentali analitici sofisticati e, in poche parole, aver studiato molto su quegli oggetti arretrati e poco tecnologici che sono i libri, con la guida di adulti che ne sanno più dei ragazzi.
Come si fa a non comprendere che il territorio verso il quale stiamo spingendo i più giovani è quello in cui l’individuo viene eterodiretto, in quanto il vasto campo della (presunta) conoscenza non porrà più problemi ma soluzioni la cui veridicità è, per uno studente medio, non verificabile?
Abbiamo tutti i giorni dimostrazioni dei reali pericoli dell’uso cialtrone dell’IA, eppure noi adulti ce ne freghiamo. L’ultimo caso di cui ci ha parlato la cronaca, l’aggressione di un’insegnante romana da parte di uno studente tredicenne, inaugura l’anno scolastico 2026/2027 all’insegna della continuità con il precedente: e soltanto la nota propensione del Ministro Valditara a lodare le proprie iniziative gli può far dire che adesso il clima è migliorato, forse anche grazie “all’effetto deterrente della legge 25 del 2024, la norma votata nel marzo di due anni fa che – insieme a leggi votate negli anni successivi – prevede pene più severe per chi aggredisce dirigenti scolastici, docenti, personale ATA.” Altre fonti, egualmente serie, sostengono al contrario che il fenomeno della violenza interna alle scuole sia comunque allarmante.
Il recente episodio di aggressione alla docente romana da parte di uno studente tredicenne è davvero un caso di studio. Inizio dall’età dei due “protagonisti”: lui 13 anni, lei 66. Li divide più di mezzo secolo e nulla sarebbe se i nostri non fossero tempi di accelerazione tecnologica e di letterale esplosione dei modelli educativi: come può una persona così anziana far fronte alle esigenze di adolescenti spesso annoiati, insofferenti e che non rinuncerebbero al proprio smartphone per nulla al mondo, visto che il cellulare è anche il luogo geometrico in cui si incrociano tutte le loro relazioni con l’esterno?
Mi pare d’aver capito che il ragazzo avesse un debito in Storia. Credo che sarebbe bastata un po’ di attenzione e di collaborazione con la docente per arrivare, in seconda media, alla sufficienza. Probabilmente – dico probabilmente – il ragazzino era riottoso e il metodo della docente non lo avrà convinto ad assimilare almeno gli elementi essenziali del programma di Storia.
Del ragazzo sappiamo che proviene da una famiglia normale e istruita (la madre è insegnante), che nonostante la giovanissima età ha libero accesso alla carta di credito della mamma e che ha costruito con cura il suo piano di aggressione alla docente. Possiamo supporre che la gran parte del suo tempo non la passi a leggere e studiare ma a farsi rincretinire da siti internet vari di argomento non certo educativo. D’altra parte l’aggressione nella scuola di Centocelle ripropone la stessa messa in scena di atri due casi recenti: perciò è legittimo supporre che alle spalle di questi gesti ci sia la stessa regia occulta, come è stato evidenziato da un’inchiesta giornalistica.
Si vede che i suoi professori non sono riusciti a fargli usare Internet “criticamente” e con consapevolezza – anche perché l’unico modo efficace di impedire che minorenni vengano attratti da siti internet costruiti da dementi, che inneggiano alle cose peggiori è vietare l’uso senza filtri di Internet tout court ai minori di 18 anni. Sono sicura che tale misura garantirebbe una migliore e più armoniosa crescita a tanti ragazzi, che attualmente subiscono un vero e proprio processo di colonizzazione da parte dei media informatici.
Passiamo ora alla vittima, l’insegnante aggredita: fermo restando che nessuno va preso a coltellate, l’insegnante in questione pare aprisse la sua pagina Facebook con una foto di Giorgio Almirante e che si dichiarasse a favore della “remigrazione”, ultima e sciagurata parola d’ordine di una destra che fa leva sui cattivi sentimenti e accantona la ragionevolezza in nome della propaganda. Può un’educatrice abbracciare l’idea della “remigrazione” pubblicamente? Direi di no, poiché chi educa ha il dovere di rispettare la nostra Costituzione, nella quale non v’è posto per la “remigrazione”; inoltre chi vuole educare non può essere privo di un sentimento elementare, che fonda ogni società civile: la pietà, la compassione verso il nostro simile in stato di difficoltà. Dimostrare l’avversione contro chi è straniero e cerca di vivere nella nostra società, poiché nel luogo in cui è nato non ci sono sufficienti condizioni di benessere e di sicurezza, non è degno di un buon insegnante.
I nostri bambini e i nostri ragazzi hanno bisogno di adulti che trasmettano loro valori buoni, non sentimenti di diffidenza e di risentimento. Buoni non significa “buonisti”: il “buonismo” è la versione ipocrita della bontà e la bontà è la linfa che corre in ogni dignitoso tessuto educativo. A differenza della bontà, che evapora se si traduce in buonismo, l’astio, il risentimento, la diffidenza preconcetta verso chi è diverso da noi resistono molto bene anche se diluiti – e persino in dosi omeopatiche riescono a far danno, soprattutto nelle giovani menti.
L’episodio di Centocelle ci riempie di tristezza poiché è la sintesi di un fallimento. Non sento alcun bisogno di ricoprire di fango la professoressa ferita dal suo piccolo alunno, ma sento che anche lei è complice di quel fallimento educativo che ha portato un ragazzino a “vestirsi per uccidere” e lo ha spinto a colpire la sua professoressa. La professoressa dichiara di volerlo abbracciare, adesso: forse sarebbe bastato, per evitare il dramma, che lo avesse abbracciato nei mesi passati, che lo avesse guardato negli occhi e che gli avesse spiegato che lei, adulta, anziana, professoressa, stava dalla sua parte e non lo avrebbe mai lasciato solo, impigliato nelle reti dei peggiori siti Internet.