Nell’era dominata dai sociale e dell’intelligenza artificiale, chi lavora nell’istruzione riceve a fine mese una retribuzione che si colloca tra le più basse del pubblico impiego: anche dopo i tre contratti di lavoro rinnovati negli ultimi 4 anni, risultano in ritardo del 18,81% rispetto alla media di tutta la Pa, pari a oltre 7 mila euro in meno, -21,29% rispetto a chi lavora nei ministeri e -27,27% di chi lavora in sanità, nonostante il titolo di accesso sia per tutti la laurea.
E i docenti italiani sono tra i meno pagati anche in Europa: -16,2% rispetto alla Francia, -27,8% rispetto alla Spagna, in Germania e Paesi Bassi si guadagna più del doppio. A rendere pubbliche le percentuali è stata la Flc Cgil.
Nel corso di una conferenza stampa on line, sulla quale abbiamo già avuto modo di scrivere, ha presentato il dossier “Conoscenza sotto costo”, attraverso il quale ha messo in evidenza “la drammatica situazione economica e salariale in cui versa il personale di scuola, università, ricerca e Afam”.
La ricerca del sindacato ha confermato che l’Italia è ultima per spesa nell’Istruzione: con l’8% della spesa pubblica totale nel 2024 contro il 9,7% della media dell’Unione europea, siamo all’ultimo posto.
Spendiamo il 4% del Pil nel 2024 contro il 4,8% dell’Ue e oltre il 6% di Belgio e Finlandia. Per il riallineamento delle retribuzioni a regime, dal 2027, occorre per il sindacato un finanziamento complessivo pari a 6,8 miliardi di euro lordi.
Dalla ricerca sindacale è anche emerso che n sei anni, tra il 2022 e il 2027, ogni lavoratore della scuola ha perso e perderà più di 20 mila euro, per la precisione 21.507, sommando il deficit di potere di acquisto anno per anno, in media 3.585 euro l’anno, 276 euro in media ogni mese, mentre gli aumenti contrattuali coprono meno della metà dell’inflazione. Mancano oltre 4mila euro l’anno a regime nel 2027.
Anche gli oltre 300mila precari della scuola pagano un prezzo altissimo: basti pensare che il loro stipendio, più basso di tutti, rimane infatti fermo per tutto il periodo di pre-ruolo. E anche una volta stabilizzati si ritrovano il compenso a fine mese bloccato per i primi 8 anni di carriera.
Se poi si guarda ai casi particolari, il quadro non può che peggiorare. Basti pensare e docenti e Ata, spesso non di ruolo, che devono convivere con l’alto costo della vita nelle città: in base alle rilevazioni sui canoni medi di locazione nei centri a maggiore ‘attrazione scolastica’ specialmente nel Centro-Nord, la spesa minima per una stanza singola o un piccolo monolocale oscilla tra i 600 e i 900 euro mensili. A cui vanno aggiunte le utenze e le spese condominiali. E anche i costi per tornare a casa almeno un paio di volte nell’anno scolastico.
Per i lavoratori fuori sede arrivare a fine mese è un vero problema: A fronte di una retribuzione netta media d’ingresso nel comparto scuola di circa 1.400 – 1.600 euro al mese, l’impatto economico dell’alloggio prosciuga dal 37% al 65% dello stipendio mensile netto. Qualora si considerino anche le utenze e i trasporti per il rientro periodico a casa, l’incidenza totale dei costi di trasferta può superare il 75% dell’intero reddito.
Per comprendere quanto sia precipitato il potere di acquisto del personale scolastico, basti pensare, spiega la Flc-Cgil che una utilitaria costava 5,7 stipendi nel 2010: oggi è arrivata a costarne 9,3.
Anche i soli buoni pasto non assegnati ad ogni lavoratore della scuola fanno perdere cifre non indifferenti: la Flc-Cgil ha calcolato che ad ogni lavoratori sottraggono ben 504 euro l’anno.
Secondo Gianna Fracassi, segretaria generale Flc-Cgil, siamo di fronte ad “un’emergenza che chiede una svolta politica: serve un piano di investimento pluriennale che si aggiunga ai normali stanziamenti contrattuali e colmi il divario. In questa legge di bilancio bisogna dare il segnale legato allo scostamento tra le risorse e l’inflazione che si è impennata”.
La sindacalista è convinta che “questo è un governo ostile alla scuola, all’università e all’alta formazione e giustamente gli studenti stanno protestando; la Cgil ha messo in campo uno sciopero il 20 novembre e crediamo che queste due lotte, degli studenti e del personale scolastico, facciano parte di una unica vertenza. Anche i numeri del precariato danno il senso del fallimento: 1 lavoratore su 4 è precario da troppi anni”.
Anche sul fronte dell’Università, il ritardo si conferma notevole, soprattutto se si confrontano i compensi con quelli assegnati fuori confine.
In l’Italia per la formazione accademica, oggi si spende circa la metà della media dell’Unione europea, mentre gli aumenti coprono solo metà del caro vita, a causa del quale ogni anno in media un lavoratore perde 2.596 euro.