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21.08.2026
Aggiornato alle 09:46

Docenti in burnout, test da somministrare durante i corsi per la sicurezza. L’idea di Pacifico (Anief): pensione a 60 anni? Non è impossibile

I docenti lottano ogni giorno con alunni scalmanati, genitori inferociti, colleghi, scadenze, burocrazia, adempimenti: si tratta di lavoratori che sono alle prese con il burnout. Un recente studio prodotto dall’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, come riporta La Repubblica, spiega che a livello europeo “quasi il 50% degli insegnanti delle scuole secondarie di primo grado sperimenta stress sul lavoro, mentre il 24% degli insegnanti riferisce che il proprio lavoro ha un impatto negativo sulla propria salute mentale e il 22% sulla propria salute fisica”.

Secondo Anief è il momento di fare un censimento e avere dati precisi sullo stato di salute degli insegnanti italiani. Come? Con test da somministrare ai diretti interessati. “Sullo stress da lavoro correlato – dichiara Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief – è arrivato il momento di attuare una ricognizione sull’intero territorio attraverso l’Osservatorio nazionale e nel contempo di somministrare dei test specifici al personale scolastico durante i corsi di aggiornamento sulla sicurezza”.

“Stiamo anche coinvolgendo RSU e RLS e il Ministero dell’Istruzione, su tutte le questioni che hanno a che vedere con il burnout nella scuola, in primo luogo perché sia riconosciuto dallo Stato, oltre che per comprendere se interessa la maggior parte del personale”.

Anief ribadisce che il riconoscimento del burnout, quiundi di una professione usurante e l’anticipo pensionistico a 60 anni non possono essere rimandati sine die: la politica e il legislatore se ne devono rendere conto, incaricando l’Osservatorio nazionale perchè verifichi l’effettiva il grado di incisività dello stress da lavoro tra gli insegnanti e il personale Ata. E quindi, una volta appurato questo, procedere con una norma che permetta al personale a rischio l’uscita dal lavoro, per andare in pensione, verso i 60 anni. A questo proposito, l’Ufficio Studi del sindacato Anief ha verificato che le coperture economiche non sono impossibili da raggiungere.

“Per finanziare la pensione anticipata per il personale scolastico, senza riduzioni di assegno o penalizzazioni – ha detto ancora Marcello Pacifico – si potrebbe utilizzare una parte del ‘tesoretto’ INAIL pari a 47 miliardi: di questo ne basterebbero 10, quindi poco più di un quinto. Inoltre, si potrebbe separare la spesa sociale dal bilancio INPS del pagamento degli assegni. Perché lo stress da lavoro correlato è una patologia professionale che va riconosciuta”.

Lo studio

Lo studio precisa che “gli ambienti di lavoro dei professionisti dell’insegnamento differiscono significativamente da quelli degli uffici, del settore sanitario e dei servizi e degli ambienti di lavoro industriali”.

Le richieste rivolte ai docenti sono di tre tipologie: “Richieste quantitative, come il carico di lavoro e i vincoli di tempo; richieste cognitive, che implicano lo sforzo mentale necessario per svolgere i propri compiti; e richieste emotive, che includono la gestione di situazioni emotivamente intense e lo svolgimento di un lavoro emotivo”.

Il corpo docente è quindi “esposto a rischi psicosociali significativi sul luogo di lavoro, che comprendono carichi di lavoro elevati, esigenze in termini emotivi, autonomia limitata, precarietà lavorativa ed esposizione alla violenza. Questi fattori incidono sulla salute mentale, sul benessere e sulla qualità del lavoro, con possibili ripercussioni sull’assunzione, sulla permanenza e sull’apprendimento da parte del corpo studentesco”.

Il report europeo spiega anche come si svolge il lavoro dei docenti: “Il 71,5% del carico di lavoro degli insegnanti della scuola secondaria di primo grado è legato all’insegnamento, mentre il tempo rimanente è suddiviso tra il mantenimento dell’ordine e della disciplina (13%) e lo svolgimento di compiti amministrativi (8%), come la registrazione delle presenze e la distribuzione di informazioni o moduli scolastici”.

Via d’uscita? La pensione

La via d’uscita sembra essere, per molti, solo la pensione: ma, al momento, solo chi svolge un lavoro “logorante” può cercare di smettere di lavorare in anticipo, usufruendo della cosiddetta Ape Sociale, che di recente è stata estesa al 31 dicembre 2026.

Con l’Ape Sociale, con 63 anni e 5 mesi di età e 36 di contributi, è infatti possibile andare in pensione in anticipo, con una piccola decurtazione fino ai 67 anni, per i lavoratori della scuola che svolgono una professione inserita nella lista dei lavori più faticosi: ad avvalersi di questa facoltà, ad oggi, sono però solo i docenti di scuola primaria e pre-primaria (codice Istat 2.6.4).

Di recente l’INPS ha aggiornato la lista, con il messaggio numero 1808 del 29 maggio. Con il messaggio, si chiariscono le corrispondenze tra vecchi e nuovi codici:

  • “Operatori della cura estetica” (CP2011: 5.4.3) corrisponde a CP2021: 5.5.1.
  • “Addetti all’assistenza personale” (CP2011: 5.4.4.3) corrisponde a CP2021: 5.5.2.3.0;“Professioni qualificate nei servizi personali ed assimilati” (CP2011: 5.4.4) corrisponde a CP2021: 5.5.2.;

Le parole di Pacifico

Nulla di nuovo per quanto riguarda un probabile allargamento per i docenti. “Nella lista di coloro che svolgono professioni usuranti andrebbero considerati i lavoratori della scuola, come pure dei comparti Ricerca e Afam, sempre più soggetti a disturbi e patologie conseguenti a forme di burnout più o meno conclamate”, a dichiararlo è stato tempo fa Pacifico.

“Se davvero vogliamo migliorare e tutelare le condizioni di lavoro di circa 1,4 milioni di lavoratrici e lavoratori dei comparti Istruzione, Università, Afam e Ricerca – ha continuato Pacifico – è giunto il momento di dare loro l’opportunità di non ammalarsi di lavoro: parliamo di professionisti plurititolati, oltre che sottopagati, in media tra i 500 e 1.000 euro in meno al mese, poco valorizzati da uno Stato che spesso li sfrutta per anni, anche decenni, da precari e li divide dalle loro famiglie per colpa di norme inutili, e che a fine carriera li mette a serio rischio burnout, per via dell’evidente stress da lavoro correlato ancora disconosciuto. A fronte di tutto questo – ha concluso il sindacalista – siamo convinti che non si può continuare ad andare avanti nell’indifferenza”.

I dati del sondaggio

L’alta percentuale non sembra essere relativa solo agli insegnanti con più esperienza: è significativo che anche il 68% dei docenti che hanno meno di 14 anni di anzianità di servizio ritiene di ritrovarsi in burnout. Questi sono i dati che emergono da un sondaggio della ‘Tecnica della Scuola‘ a cui hanno partecipato 2.188 insegnanti.

Ma anche i docenti della secondaria di primo e secondo grado dovrebbero essere inseriti nella lista dei lavori gravosi? La risposta della categoria è chiara: lo dichiarano 2.049 docenti su 2.188, che corrispondono al 93,65% dei docenti che hanno partecipato al sondaggio on line.

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