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17.08.2026

Lavorare a scuola non è come lavorare in ufficio, la metà dei docenti è in burnout. Pacifico (Anief): pensione a 60 anni per lavoro usurante

I docenti dovrebbero andare in pensione a 60 anni: il presidente nazionale Anief Marcello Pacifico non demorde, la sua battaglia continua.

Lo studio

Un recente studio prodotto dall’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, come riporta La Repubblica, spiega che a livello europeo “quasi il 50% degli insegnanti delle scuole secondarie di primo grado sperimenta stress sul lavoro, mentre il 24% degli insegnanti riferisce che il proprio lavoro ha un impatto negativo sulla propria salute mentale e il 22% sulla propria salute fisica”.

Lo studio precisa che “gli ambienti di lavoro dei professionisti dell’insegnamento differiscono significativamente da quelli degli uffici, del settore sanitario e dei servizi e degli ambienti di lavoro industriali”.

Le richieste rivolte ai docenti sono di tre tipologie: “Richieste quantitative, come il carico di lavoro e i vincoli di tempo; richieste cognitive, che implicano lo sforzo mentale necessario per svolgere i propri compiti; e richieste emotive, che includono la gestione di situazioni emotivamente intense e lo svolgimento di un lavoro emotivo”.

Il corpo docente è quindi “esposto a rischi psicosociali significativi sul luogo di lavoro, che comprendono carichi di lavoro elevati, esigenze in termini emotivi, autonomia limitata, precarietà lavorativa ed esposizione alla violenza. Questi fattori incidono sulla salute mentale, sul benessere e sulla qualità del lavoro, con possibili ripercussioni sull’assunzione, sulla permanenza e sull’apprendimento da parte del corpo studentesco”.

Il report europeo spiega anche come si svolge il lavoro dei docenti: “Il 71,5% del carico di lavoro degli insegnanti della scuola secondaria di primo grado è legato all’insegnamento, mentre il tempo rimanente è suddiviso tra il mantenimento dell’ordine e della disciplina (13%) e lo svolgimento di compiti amministrativi (8%), come la registrazione delle presenze e la distribuzione di informazioni o moduli scolastici”.

Le buone pratiche

Lo studio elenca dieci buone pratiche adottate da alcuni Paesi per migliorare la vita lavorativa degli insegnanti. Per affrontare al meglio i cambiamenti imposti dalla tecnologia e dell’introduzione dell’intelligenza artificiale in alcuni Paesi sono partiti corsi di formazione online sulle tecnologie digitali e sulle metodologie didattiche innovative.

In Finlandia sono stati individuati docenti mentori “per rafforzare la formazione professionale continua degli insegnanti attraverso il tutoraggio tra pari”. In Danimarca, l’istituto danese di ricerca edilizia ha lanciato il progetto che ripensa gli spazi scolastici attraverso la creazione di “aree a pianta aperta per l’insegnamento e il lavoro di gruppo”. L’Austria ha lanciato una “campagna di sensibilizzazione sulla salute e il benessere degli insegnanti”. L’Olanda si è fatta carico di “promuovere il benessere degli insegnanti attraverso un intervento di job crafting”: un approccio che consente al lavoratore di rendere il la propria attività lavorativa più significativa e motivante. La Spagna ha organizzato un servizio di “supporto per gli insegnanti”. Mentre le parti sociali europee hanno scritto “le linee guida per prevenire e combattere i rischi professionali nell’istruzione”.

Diversi Paesi e regioni europei (Catalogna, Croazia, Slovenia, Grecia, Lituania, Lettonia, Cipro, Bulgaria) hanno adottato gli OiRA: strumenti interattivi online per la valutazione del rischio degli insegnanti.

Ecco il commento di Pacifico: “Quello che servirebbe tantissimo è il riconoscimento del burnout per il personale scolastico, come malattia professionale, e l’apertura di una finestra per pensioni a 60 anni dovuta proprio al lavoro usurante che devono svolgere i nostri professionisti della formazione. Lo stress da lavoro correlato è una malattia professionale che va riconosciuta: ciò permetterebbe al personale scolastico di andare in pensione a 60 anni come per tutti gli altri lavori usuranti”.

Via d’uscita? La pensione

La via d’uscita sembra essere, per molti, solo la pensione: ma, al momento, solo chi svolge un lavoro “logorante” può cercare di smettere di lavorare in anticipo, usufruendo della cosiddetta Ape Sociale, che di recente è stata estesa al 31 dicembre 2026.

Con l’Ape Sociale, con 63 anni e 5 mesi di età e 36 di contributi, è infatti possibile andare in pensione in anticipo, con una piccola decurtazione fino ai 67 anni, per i lavoratori della scuola che svolgono una professione inserita nella lista dei lavori più faticosi: ad avvalersi di questa facoltà, ad oggi, sono però solo i docenti di scuola primaria e pre-primaria (codice Istat 2.6.4).

Di recente l’INPS ha aggiornato la lista, con il messaggio numero 1808 del 29 maggio. Con il messaggio, si chiariscono le corrispondenze tra vecchi e nuovi codici:

  • “Operatori della cura estetica” (CP2011: 5.4.3) corrisponde a CP2021: 5.5.1.
  • “Addetti all’assistenza personale” (CP2011: 5.4.4.3) corrisponde a CP2021: 5.5.2.3.0;“Professioni qualificate nei servizi personali ed assimilati” (CP2011: 5.4.4) corrisponde a CP2021: 5.5.2.;

Le parole di Pacifico

Nulla di nuovo per quanto riguarda un probabile allargamento per i docenti. “Nella lista di coloro che svolgono professioni usuranti andrebbero considerati i lavoratori della scuola, come pure dei comparti Ricerca e Afam, sempre più soggetti a disturbi e patologie conseguenti a forme di burnout più o meno conclamate”, a dichiararlo è stato tempo fa Pacifico.

“Se davvero vogliamo migliorare e tutelare le condizioni di lavoro di circa 1,4 milioni di lavoratrici e lavoratori dei comparti Istruzione, Università, Afam e Ricerca – ha continuato Pacifico – è giunto il momento di dare loro l’opportunità di non ammalarsi di lavoro: parliamo di professionisti plurititolati, oltre che sottopagati, in media tra i 500 e 1.000 euro in meno al mese, poco valorizzati da uno Stato che spesso li sfrutta per anni, anche decenni, da precari e li divide dalle loro famiglie per colpa di norme inutili, e che a fine carriera li mette a serio rischio burnout, per via dell’evidente stress da lavoro correlato ancora disconosciuto. A fronte di tutto questo – ha concluso il sindacalista – siamo convinti che non si può continuare ad andare avanti nell’indifferenza”.

I dati del sondaggio

L’alta percentuale non sembra essere relativa solo agli insegnanti con più esperienza: è significativo che anche il 68% dei docenti che hanno meno di 14 anni di anzianità di servizio ritiene di ritrovarsi in burnout. Questi sono i dati che emergono da un sondaggio della ‘Tecnica della Scuola‘ a cui hanno partecipato 2.188 insegnanti.

Ma anche i docenti della secondaria di primo e secondo grado dovrebbero essere inseriti nella lista dei lavori gravosi? La risposta della categoria è chiara: lo dichiarano 2.049 docenti su 2.188, che corrispondono al 93,65% dei docenti che hanno partecipato al sondaggio on line.

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