Il caso della cosiddetta “famiglia nel bosco” — tre bambini sottratti ai genitori e affidati a una casa famiglia in seguito a un provvedimento del tribunale per i minorenni abruzzese — continua a tenere banco tra dichiarazioni istituzionali, polemiche politiche e l’appello dello stesso padre a deporre i toni.
Nathan, padre dei tre minori, ha scelto di parlare direttamente a LaPresse per lanciare un appello alla calma: “Non voglio che i nostri figli vadano via da Vasto, finché i bambini non ci verranno riaffidati preferisco che restino qui. Chiedo a tutti di cessare ogni presidio e ogni forma di protesta”. Una presa di posizione netta, che arriva mentre attorno alla casa famiglia che ospita i bambini si moltiplicavano sit-in e manifestazioni di solidarietà. La Garante per l’Infanzia della Regione Abruzzo ha nel frattempo voluto fare chiarezza: “Allo stato attuale non esiste alcun rischio di adozione dei bambini e il provvedimento adottato non ha mai previsto la separazione definitiva dei minori dalla loro famiglia. Si tratta di misure temporanee di tutela, disposte esclusivamente nell’interesse dei minori”. La garante ha inoltre precisato che i tre fratelli non verranno separati tra loro.
La Garante ha segnalato un episodio preoccupante avvenuto sabato scorso: durante una delle manifestazioni all’esterno della struttura, una minorenne ospite della comunità è stata pesantemente insultata perché scambiata per un’operatrice. La dottoressa ha definito il fatto “inaccettabile”, rivolgendo un appello al rispetto di tutti i minori presenti nella struttura, ricordando che la comunità ospita anche altri bambini la cui tutela deve essere garantita.
Il caso è entrato anche nel dibattito politico. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, intervistato a Radio1, ha sollevato dubbi sull’allontanamento: “Questi bambini che prima vivevano nelle condizioni che tutti conosciamo, ma non avevano turbe di alcun tipo, oggi si producono gesti di autolesionismo e hanno bisogno dell’assistenza continua dello psicologo”. Mantovano ha poi allargato il ragionamento al sistema giudiziario, citando in contrasto il caso di Giovanni, bambino di 9 anni ucciso dalla madre a Trieste a novembre, nonostante le denunce pregresse: “Quello che manca è forse alla giustizia italiana è anche un po’ di buon senso comune“. Il sottosegretario ha infine collegato la vicenda alla riforma della magistratura, sostenendo che essa “pone le basi perché una maggiore prevedibilità e un’omogeneità all’insegna del buon senso possano essere realizzate”.