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14.01.2026

Famiglia nel bosco, la prima lezione della maestra in pensione: “La madre? Non ha vissuto la mia presenza come un fastidio”

Ieri, 13 gennaio, hanno avuto inizio le lezioni, da parte di una maestra in pensione, ai tre figli della famiglia nel bosco, allontanati il 20 novembre dai genitori, due anglo-australiani che vivono in un bosco in Abruzzo, in una casa senza elettricità.

L’ex docente 66enne, nella giornata della prima lezione ai bambini, ha rilasciato un’intervista a Il Corriere della Sera. “Non giudico, insegno”, questa la risposta a quanti vogliano strapparle dettagli o peggio giudizi su genitori e figli. 

“Io ho visto solo dei bimbi belli e bravi. Li ho conosciuti, mi sono parsi bimbi educati ma un’ora e mezza è troppo poco per formarsi un’opinione. Occorre più tempo”, ha aggiunto. “Sono stati seduti al loro posto con educazione, mi sono sembrati tranquilli e volenterosi, credo si possa lavorare bene. Ascoltavano quello che dicevo con molta concentrazione”.

“Sono sprovveduta”

“Con la mamma c’è stata una stretta di mano, non mi pare abbia vissuto la mia presenza come un fastidio, anzi”, ha rivelato. Ecco qual è il suo approccio: “Il mio è un approccio fonematico, studiamo i suoni corrispondenti alle lettere dell’alfabeto e da qui ho iniziato. Ma non applicherò questo schema con rigidità, diciamo che, con il trascorrere del tempo, vedendo come reagiranno all’approccio, lo modulerò a seconda delle loro esigenze: è ancora presto per stabilire le lacune”.

“Generosa? Sono anche molto sprovveduta, in verità”, ha concluso.

Maestre in servizio hanno rifiutato

Pare anche che ci sia stata una serie di no da maestre in servizio (impaurite sembra dalla vicenda complessa e mediatica). “Non so dire cosa mi aspetti, non li conosco se non dalla tv e dai giornali – ha detto l’insegnante, intercettata dai microfoni del programma di Rai1 La Vita in Diretta -. A me è stato chiesto di insegnare a leggere e scrivere a questi tre bimbi e così farò”.

“Aiuterò questi bambini. Insegnerò loro a leggere, a scrivere e a far di conto, come si diceva una volta”, ha detto al giornale locale Il Centro. “In realtà la mia intenzione iniziale era un’altra. Mi ero offerta di dare una mano come volontaria alla scuola dove ho insegnato per tantissimi anni, dal 1996. Pensavo di aiutare le mie ex colleghe con i bambini stranieri che stanno arrivando numerosi e che non parlano l’italiano. Poi hanno chiesto di occuparmi di questa situazione specifica. Io credo che quando una persona decide di mettersi a disposizione per dare un aiuto, non debba scegliere dove andare in base alle proprie preferenze, ma debba recarsi dove serve, dove le istituzioni segnalano un bisogno effettivo. Me l’hanno chiesto e ho risposto di sì. Per me, sinceramente, non faceva differenza: l’importante era prestare il servizio che avevo deciso di offrire”.

La docente non si sente per niente una “eroina“: “Se avessi continuato, quest’anno avrei seguito una seconda elementare e sarebbe stato il mio ultimo anno prima della pensione definitiva, ma avendo già tutti i contributi ho preferito fermarmi. Evidentemente, però, il richiamo della classe era ancora forte. Mi avrebbe fatto piacere aiutare qualsiasi bambino, non è una questione specifica legata a questo caso. Questi mi sono capitati per caso. Le dico la verità: se avessi saputo che ne sarebbe nata tutta questa confusione mediatica, forse avrei rinunciato. Io avrei voluto agire nell’anonimato. Ho tantissime colleghe che fanno volontariato nelle carceri, nei centri per immigrati o negli ospedali e nessuno dice niente, nessuno le cerca. Invece per questi bambini c’è un’enfasi che non capisco. Per me è lo stesso gesto, è la stessa cosa che fanno le mie colleghe altrove”.

“Come all’inizio di una prima elementare”

“Vedo quello che fanno le mie colleghe ogni giorno: servono empatia, preparazione e una grande capacità di collaborare. Bisogna sapersi adattare alle situazioni impreviste e, soprattutto, serve una pazienza infinita verso le mamme, che ultimamente sono diventate molto apprensive. Molti mi chiedono cosa farò, ma è come all’inizio di una prima elementare: finché non entri in classe e non vedi chi hai davanti, non puoi decidere un metodo. Il mio approccio è sempre stato adattato alla classe. Non è per reticenza che non rispondo, è che davvero queste interviste avrebbero più senso a maggio, dopo mesi di lavoro. Bisogna agire con tatto dal punto di vista emotivo. Cercherò di ascoltarli, se vorranno parlare, ma se saranno riservati o timidi non forzerò la mano. Magari proverò a farli giocare un po’ per rompere il ghiaccio. Immagino che siano bambini stressati dalla situazione che stanno vivendo, quindi bisogna muoversi con cautela”, ha concluso.

La scadenza del 23 gennaio

Il momento è delicatissimo: il 23 gennaio inizieranno gli approfondimenti psicodiagnostici chiesti dal Tribunale. Le recenti esternazioni del padre non hanno aiutato. Il papà ha infatti descritto quella che, a suo avviso, appare come una sorta di trasformazione dei figli a partire dal 20 novembre scorso, con l’ingresso nella comunità. Erano collaborativi. Sarebbero diventati aggressivi. Erano tranquilli. Sarebbero diventati autodistruttivi. Troppi cambiamenti, troppe emozioni negative.

Il nodo della scuola

Assistente e funzionari della struttura protetta in cui sono stati trasferiti i bambini della coppia anglo australiana che vive immersa in un bosco in Abruzzo hanno definito con parole critiche l’atteggiamento della donna, ai loro occhi “diffidente” e “infastidita” di fronte alle indicazioni delle educatrici.

La donna sarebbe inamovibile sulla questione di un’educazione indotta da soggetti esterni, insegnanti pubblici o privati che siano. Su questo versante l’avvocata curatrice dei tre minori, avrebbe dovuto far partire già da oggi le lezioni all’interno della struttura di Vasto, ma non ci sono conferme se ci sia riuscita. 

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