Otto donne uccise in poche settimane, un nuovo reato appena entrato nel codice penale e una scuola che, nello stesso periodo, si prepara ad applicare l’obbligo di consenso informato per l’educazione sessuale e affettiva. Tre piani diversi che negli ultimi giorni si sono sovrapposti, riportando al centro del dibattito pubblico il tema della prevenzione della violenza di genere e il ruolo che le istituzioni, i media e la scuola possono davvero avere nel contrastarla.
Tra luglio e il 19 agosto sono almeno otto le vicende in cui gli inquirenti hanno contestato, riconosciuto o stanno ancora valutando l’ipotesi di femminicidio: da Luigia Fortunato, uccisa a Loreto dal marito, a Tania Sperindio nel Riminese, fino a Dafne Rebaudo a Roma, Daniela Florea a Torino, Tania Terrin nel Veneziano e Joanna Rouissi a Colleferro, uccisa a coltellate davanti a uno dei figli. A questi si aggiunge il caso di Ornella Forastefano, morta dopo un’aggressione in Calabria, e quello di Carmela Bifano, per cui l’ipotesi di femminicidio dovrebbe ancora essere accertata dall’autopsia. Non esiste ancora un conteggio ufficiale dell’estate 2026, ma la sequenza ravvicinata di casi, insieme ai tentati femminicidi registrati in Sardegna, Calabria, Catania e nel Bresciano, restituisce un quadro che gli esperti definiscono difficile da ignorare.
Dal 17 dicembre 2025 il codice penale prevede, con l’articolo 577-bis, il reato specifico di femminicidio, che si configura quando l’uccisione di una donna avviene per odio, discriminazione o volontà di controllo e dominio legati al genere. Secondo il Dossier del Viminale, nel primo semestre 2026 le donne uccise sono state 34, contro le 54 dello stesso periodo del 2025, con una riduzione del 37%. Il 2025 si era invece chiuso con 97 vittime, di cui 85 uccise da una persona dell’ambito familiare o affettivo: un dato che, nonostante il calo numerico, conferma come nella gran parte dei casi l’autore appartenga alla sfera relazionale della vittima. Nello stesso periodo gli ammonimenti del Questore per violenza domestica sono aumentati del 24,1%, segno di una maggiore emersione del fenomeno ma anche della sua persistenza.
Proprio davanti a questi numeri, l’associazione La Rete D’Oro ets ha denunciato quella che definisce una mancata reazione da parte di chi dovrebbe intervenire con misure concrete, sottolineando come una concentrazione di casi come quella delle ultime settimane avrebbe dovuto imporre un confronto immediato nelle sedi istituzionali. L’associazione critica inoltre il modo in cui la cronaca racconta questi episodi, temendo che una narrazione troppo dettagliata possa trasformarsi in un racconto morboso capace di favorire, anche involontariamente, fenomeni di emulazione, a scapito dell’attenzione dovuta al dramma umano delle vittime e delle loro famiglie.
A confermare quanto il tema sia entrato nel dibattito pubblico c’è anche un dato significativo: nel 2026 “femminicidio” è stata la parola più cercata sul portale della Treccani, davanti a “maranza” e “fake news”. Lo ha reso noto il 18 agosto l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana. Non è la prima volta che Treccani attribuisce alla parola una particolare rilevanza: già nel dicembre 2023 l’aveva scelta come parola dell’anno, sottolineandone non tanto la frequenza d’uso quanto la crescente rilevanza socioculturale e la necessità di richiamare l’attenzione sulla violenza di genere. Il fatto che continui a essere così ricercata, proprio mentre il femminicidio è entrato nel codice penale come specifica fattispecie di reato, può essere letto come un termometro della crescente sensibilità sociale verso un fenomeno che affonda le proprie radici nelle disuguaglianze di genere, negli stereotipi e nelle dinamiche di controllo e potere nelle relazioni.
È in questo contesto che si inserisce la legge 9 giugno 2026, n. 104, pubblicata in Gazzetta Ufficiale, che introduce l’obbligo di consenso informato scritto delle famiglie per le attività scolastiche di ampliamento dell’offerta formativa legate alla sessualità, mentre nella scuola dell’infanzia e nella primaria tali attività restano escluse, salvo quanto già previsto dalle Indicazioni nazionali. La norma prevede inoltre che il coinvolgimento di esperti esterni debba essere approvato dal collegio dei docenti e dal consiglio di istituto. Per l’Associazione Nazionale Presidi (ANP), che aveva già espresso perplessità durante l’iter parlamentare, la disposizione rischia di riaccendere la sovrapposizione tra le competenze degli organi collegiali e quelle gestionali dei dirigenti scolastici.
Di tutto questo e molto altro ne abbiamo parlato nel nostro Focus sull’educazione sessuale a scuola