Registrati

Prima ora - Notizie di martedì 1° settembre

01.09.2026

Galiano: mestiere dei dirigenti sempre più complesso, i docenti sono soli. Nessun preside ha ormai più tempo per vedere le piccole cose

Il docente e scrittore Enrico Galiano ha dedicato una riflessione al ruolo dei dirigenti scolastici, in un nuovo articolo pubblicato su Il Libraio. Per farlo è partito dalla storia di un preside statunitense, Jared Lamb, diventato famoso come “Principal Lamb”, che usa un vecchio carrello come “presidenza mobile”.

Il preside dice di girare per la scuola per capire come sta andando la giornata, come stanno docenti e studenti, cosa può fare per renderla migliore, per celebrare traguardi. In Italia, sarebbe possibile una cosa del genere?

Ecco la riflessione di Galiano: “Il carrello ha contribuito parecchio alla notorietà: e certo, perché vedere un preside in giacca, cravatta e scarpe da ginnastica che spinge il suo ufficio lungo un corridoio funziona decisamente meglio di un video sulla compilazione del PTOF.

Solo che il carrello è la parte meno interessante della storia.

Lamb dice che il vantaggio vero è un altro: passando gran parte della giornata nei corridoi sa cosa succede nella sua scuola. Entra nelle classi, incontra i ragazzi, vede gli insegnanti. Ogni mattina fa il giro del personale e chiede se serve qualcosa. Può essere una fotocopia, una telefonata a una famiglia, un aiuto con un alunno, perfino dieci minuti in classe perché un professore deve andare urgentemente in bagno.

La sua idea di leadership scolastica parte da lì: chi dirige una scuola dovrebbe stare il più possibile vicino alle persone che quella scuola la fanno.

Detta così sembra una di quelle belle storie americane confezionate apposta per diventare virali, ma nasce dopo anni di fallimenti (Lamb è stato anche licenziato in passato) e cambia quando questo dirigente ha cominciato a chiedersi meno come controllare gli insegnanti e molto di più che cosa potesse fare per permettere loro di lavorare bene.

Ed è qui che la storia di un preside americano con un carrello comincia a riguardarci.

Perché provate per un attimo a portare Principal Lamb in una scuola italiana.

Il carrello glielo troviamo. Il corridoio, pure. Sul tempo a disposizione, invece, cominciano i problemi.

Negli ultimi anni la rete scolastica italiana si sta concentrando in istituzioni autonome più grandi. Attenzione, perché qui le parole contano: parliamo di autonomie scolastiche, non di edifici che vengono necessariamente chiusi.

Nell’anno scolastico 2023/24 il contingente nazionale era di 7.936 istituzioni autonome; per il 2026/27 il decreto MIM-MEF fissa il contingente nazionale massimo a 7.389. Quando però due autonomie vengono accorpate, gli studenti non evaporano. Nemmeno i professori. E spesso nemmeno i plessi.

Semplicemente, sopra tutto quel pezzo di mondo scolastico rimane un dirigente solo.

Che magari deve occuparsi di una scuola dell’infanzia da una parte, una primaria qualche chilometro più in là, una secondaria altrove. Centinaia di insegnanti e collaboratori. Migliaia di studenti e relative famiglie. Edifici diversi, problemi diversi, emergenze diverse.

Poi ci sono le reggenze, uno dei piccoli capolavori lessicali della scuola italiana. Succede quando a un dirigente che una scuola ce l’ha già viene affidata anche un’altra istituzione scolastica. Un’altra comunità, altri docenti, altri studenti, altri genitori, altri edifici, altre riunioni, altre emergenze.

A quel punto chiedergli di essere una presenza quotidiana assomiglia un po’ a chiedere al medico di famiglia di fare visita a tutti ogni mattina: sarebbe bellissimo, resta da capire in quale dimensione spazio-temporale.

Anche perché, diciamolo: quello del dirigente scolastico italiano è diventato un mestiere di una complessità impressionante.

La legge gli affida la rappresentanza legale della scuola, la responsabilità delle risorse finanziarie e strumentali e dei risultati del servizio, la gestione del personale, il coordinamento delle risorse umane, le relazioni sindacali. E, nello stesso articolo, gli affida anche il compito di promuovere la qualità dei processi formativi.

Ed è proprio questo il punto. Quest’ultima parte richiede una cosa che ormai nessun preside ha più: tempo.

Tempo per entrare in una classe senza che sia successo niente di grave. Tempo per parlare con un insegnante prima che arrivi al limite. Tempo per conoscere quel ragazzo che ha cominciato a saltare un giorno di scuola, poi due, poi una settimana. Tempo per accorgersi che in una classe qualcosa si è rotto prima che arrivino ventisette mail, tre lettere protocollate e una richiesta di consiglio straordinario.

Chi insegna lo sa.

Ci sono momenti in cui il problema non è avere qualcuno che ti dica cosa fare. Basta sapere che, se la situazione diventa complicata, da qualche parte nella scuola esiste una persona che la conosce, che conosce te, che conosce quel ragazzo e che può entrare nella stanza e dire: va bene, adesso questa cosa la affrontiamo insieme.

Molto spesso, invece, gli insegnanti si trovano soli.

Non perché il dirigente se ne freghi. Magari vorrebbe esserci. Solo che in quel momento sta gestendo una questione di sicurezza in un altro plesso, una riunione sindacale, una supplenza scoperta, un problema amministrativo, una famiglia inferocita, una scadenza ministeriale. Oppure si trova fisicamente nell’altra scuola di cui ha la reggenza.

E intanto il professore è lì. Con venticinque ragazzi davanti.

Naturalmente sarebbe sciocco prendere Principal Lamb, mettergli un’aureola e concludere che basta comprare un carrello a ogni preside italiano. Lamb lavora dentro un sistema molto diverso dal nostro, quello delle charter school americane. E i social, come sempre, mostrano quello che qualcuno decide di mostrare.

Però la domanda che solleva resta.

Abbiamo discusso per anni di quanto potere dare ai presidi. Li abbiamo chiamati dirigenti, manager, leader. Abbiamo aumentato responsabilità, procedure, controlli, rendicontazioni. Continuiamo a chiedere loro di progettare, amministrare, coordinare, rispondere, firmare, verificare.

Forse dovremmo ricominciare a permettergli di fare una cosa che una volta potevano fare molto di più: esserci.

Anche se non sembra, una scuola vive soprattutto in quelle piccole cose che spesso nessuno vede: una porta aperta, una parola detta nel momento giusto, un adulto che compare quando la situazione si sta mettendo male.

Il carrello possiamo tranquillamente lasciarlo in Louisiana. Ma quell’idea di scuola, forse, varrebbe la pena di importarla. Una scuola in cui chi ha la responsabilità delle persone abbia ancora il tempo di incontrarle“.

Non sei ancora un utente TS+?

Registrati gratuitamente in pochi passi per ricevere notifiche personalizzate e newsletter dedicate