“L’iniziativa in oggetto rischia di introdurre, anche solo sul piano simbolico, una forma di controllo esterno sull’attività didattica che non trova fondamento nell’ordinamento vigente”, perché “la legge 30 marzo 2004 n. 92 istitutiva del Giorno del Ricordo, pur promuovendo iniziative di sensibilizzazione, non configura obblighi prescrittivi tali da comprimere l’autonomia scolastica, principio costituzionalmente garantito, mentre le scelte didattiche attengono alla libertà di insegnamento”. È uno dei passaggi chiave della lettera di una insegnante di lettere classiche al liceo ‘Vico’ di Chieti, uno degli istituti citati nell’interrogazione parlamentare presentata da una decina di deputati di Fratelli d’Italia che hanno inviato la richiesta scritta al ministro Giuseppe Valditara per segnalare che, a loro avviso, in diverse scuole italiane non è stato celebrato adeguatamente il Giorno del Ricordo.
Con l’iniziativa, capitanata dall’on. Fabio Rampelli, vice-presidente della Camera, i parlamentari hanno denunciato che vi sono testimonianze in base alle quali sarebbero stati totalmente ignorati (da quasi 40 istituti) gli indirizzi previsti da due leggi dello Stato che coinvolgono le scuole nelle celebrazioni: la Legge 92 del 30 marzo 2004 (istituita “al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo degli istriani, fiumani e dalmati dalle loro terre nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”) e la Legge 16 del 2024, che ha rafforzato le iniziative per la promozione della conoscenza della tragedia delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata, specialmente nelle giovani.
La docente esprime “profondo rammarico per il clima che simili iniziative contribuiscono a generare”, sostenendo che “chi insegna sa che la memoria non si impone per via normativa, ma si costruisce attraverso un percorso educativo fondato sull’analisi, sul dialogo e sul rispetto delle diverse sensibilità. La scuola in quanto presidio democratico, non può essere ridotta a luogo di adempimento formale o di verifica esterna, ma deve rimanere uno spazio autonomo di elaborazione critica e di pensiero libero”.
L’insegnante in servizio nella scuola abruzzese ricorda anche che “la scuola è il fondamento della democrazia. E proprio per questo – conclude la docente – deve essere tutelata nella sua autonomia e nella sua funzione educativa, senza indebite pressioni o semplificazioni che rischiano di comprometterne la missione”.
Nella lettera, la docente ribadisce che “la scuola non è terreno da sorvegliare o schedare, bensì uno spazio autonomo di elaborazione critica e di pensiero libero. La percezione di una scuola sottoposta a logiche di controllo, verifica e potenziale esposizione pubblica rischia di incrinare quel rapporto di fiducia che dovrebbe caratterizzare la relazione tra istituzioni e comunità educante”.
La professoressa sostiene anche che “è necessario correggere un dato di fatto: nel nostro istituto il tema delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata è stato ed è regolarmente affrontato nell’ambito della programmazione didattica, in coerenza con le Indicazioni nazionali per i licei e con le linee guida ministeriali, nonché mediante iniziative di approfondimento dedicate”.
Così, “appare pertanto evidente che le informazioni poste a fondamento dell’interrogazione risultano, allo stato, non adeguatamente verificate”.
Questo significa, conclude la docente, che “il riferimento a una ‘lista’ di scuole inadempienti, costruita sulla base di generiche ‘testimonianze raccolte’ solleva profili di criticità sotto il profilo della trasparenza, dell’attendibilità delle fonti e del rispetto dei principi di imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione”.