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14.08.2026

Il mito e il proporzionale puro: fenomenologia di una Italia divisa

L’omicidio si consumò quando Roma fu fondata e un colpo di spada pose fine ai giorni di Remo che aveva tentato di fare altrettanto con Romolo. Dopo l’assassinio l’aratro delimitò la nascita della città più potente del mondo. L’antico mito latino insegue il destino del popolo da cui discende, come, per certi versi, quello germanico del bagno di sangue insegue il destino dei tedeschi. E tutta la storia del nostro paese è contrassegnata da divisioni nette, dai cosiddetti campanili, a partire dai Guelfi e dai Ghibellini, dai Bianchi e dai Neri del medioevo a continuare nelle guerre tra le varie signorie e principati del 500/600 e finire, dopo una Unità ancora sotto esame, agli scontri armati fra partigiani e fascisti, democristiani e comunisti. Già forse gli antichi italici avevano capito che qualcosa non andava fra di loro e per sublimare la drammaticità della contrapposizione che avvertivano nella loro coscienza e nella loro stessa esistenza contadina e guerriera, mercantile e predona crearono il mito della lotta fratricida per il possesso e Roma fu fatta edificare nel sangue.

A distanza di millenni il mito della divisione si affaccia ancora tra destra e sinistra al governo del paese, anche se alla spada è stata sostituita la scheda elettorale e alla forza del braccio quella delle idee, condendo il tutto col sale di parole sempre più enfatizzate, come democrazia e volere popolare. Tuttavia chi il popolo elegge per dare certezza di governo, invece di allontanare spettri lontani di vendetta e di attrito, pare si compiaccia di intingere ancora il suo potere proprio nel brodo della fazione accesa, cosicché alle legioni dei “coglioni”, come ebbe a dire Berlusconi a coloro che votavano a sinistra, vengono contrapposte altri “coglioni”, al risultato elettorale della coalizione l’idea che non rappresenta la maggioranza, al liberalismo l’illiberalità, alla libertà la dittatura, alla democrazia l’oligarchia e i poteri forti in un dissidio così ripetuto e gonfiato che ha tutti i toni della nenia subliminale.

E allora si parla di Italia divisa e spaccata a metà solo perché qualche migliaio di voti separano uno schieramento dall’altro come se cinque anni addietro e altri cinque ancora non avessero dato stesso responso, esattamente uguale.

È il sistema bipolare che vuole la divisione e la contrapposizione e la conduzione dell’aratro nelle mani di Romolo o di Remo, dell’Imperatore o del Papa, come al tempo delle lotte cesaropapiste.

Il problema semmai sta nel riuscire, da parte di chi ha i mezzi per farlo, a non dividere quanto è già abbondantemente diviso, a non incitare alla resistenza e alla delegittimazione quanto è fortemente già compromesso. Deriva da qui forse la crescita sempre più larga di semplici cittadini nostalgici del proporzionale puro, quello che divideva poco e consentiva al piccolo schieramento una rappresentanza fondamentale per tenere un governo in piedi: l’ago della bilancia.

Il proporzionale puro fu voluto dai costituenti subito dopo la rinascita dell’Italia spaccata in due sul confine scavato dal sangue dei partigiani contro le truppe nazifasciste, dal terrore per la imminente sconfitta contro l’odio per gli aguzzini che tentavano l’ultimo colpo di coda. Ritornare con ogni probabilità a quel proporzionale puro, così bistrattato potrebbe consentire forse un effetto di estraniazione alla politica vociata e minacciosamente minacciata di questi giorni, ma restituirebbe l’amico all’amico e la conversazione al piacere della parola piuttosto che all’offesa.

L’esempio bipolare lasciamolo al mito americano della frontiera e del nemico esterno alla nazione sul cui scalpo insanguinato però si tracciarono le città. E sarebbe pure opportuno di lasciare alla Germania le grandi koalizioni, anche perché per loro Nord e Sud sono solo realtà geografiche e Sigfrido l’eroe incolpevole di una strage futura.

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