È una celebre frase espressa da Sergio Marchionne quando nel 2004 arrivò alla Fiat, azienda sull’orlo del fallimento. Risuona ogni anno a luglio e agosto, ma oggi assume un significato completamente diverso.
Non è più la provocazione di un manager stanco della pausa estiva, ma la realtà cruda di un intero esercito di lavoratori.
Parlo dei lavoratori a termine, dei precari della scuola, dei lavoratori atipici e stagionali. Per chi ha un contratto in scadenza al 30 giugno, o per chi vive di contratti che si rinnovano di settimana in settimana, l’estate non è il momento del riposo. È il momento della sospensione.
Da un lavoro che non sai se avrai a settembre? Da una cattedra che scompare ogni estate per riapparire dentro un algoritmo ad agosto? Da uno stipendio che per due mesi si trasforma in un sussidio di disoccupazione?
La verità è che per i lavoratori a termine l’estate non è vacanza. È un limbo fatto di calcoli, punteggi da monitorare, preferenze da inserire sulle piattaforme ministeriali e ansia da “bollettino”.
Si va in ferie dalla continuità, dalla certezza economica, dalla possibilità di pianificare il proprio futuro. La precarietà non si ferma sotto l’ombrellone. Resta lì, come un rumore di fondo, a ricordarti che la tua stabilità ha una data di scadenza stampata sopra.
Buona “estate di attesa” a chi vive con il telefono in mano, aspettando una convocazione, una firma o semplicemente la certezza di poter ricominciare.
Federico Tringali