Registrati

Inclusione: parola pronunciata da molti, ma poco messa in pratica

Il mondo della scuola parla continuamente di inclusione: è una delle parole più ricorrenti nei documenti ministeriali, nei PTOF, nei corsi di formazione, nei collegi docenti, nei consigli di classe, nelle riunioni di vario genere. Eppure, viene spontaneo chiedersi: quanto di questa inclusione viene realmente vissuto ogni giorno nelle classi?

Includere non significa soltanto predisporre un PDP o un PEI, concedere strumenti compensativi o dispensativi (per ottemperare alla legge), adattare una verifica, dare più tempo per un compito in classe, programmare un’interrogazione. L’inclusione autentica nasce molto prima. Nasce quando un ragazzo si sente visto, accolto, ascoltato, rispettato nei suoi tempi. Includere significa saper riconoscere che ogni persona possiede una propria forma di espressione che rifiorisce sempre e comunque. Infatti la vera inclusione non rende tutti uguali, ma permette a ciascuno di essere pienamente sé stesso nella propria irripetibile diversità.

Oggi, invece, troppo spesso la scuola continua a disperarsi di questi ragazzi di oggi che sono totalmente cambiati e che spesso vengono considerati un problema. La scuola oggi corre dietro ai programmi, ai contenuti, alle verifiche, alle scadenze, alle valutazioni misurando il profitto e costruendo classifiche implicite tra chi è “bravo” e chi rimane indietro. Nel frattempo, però, rischiamo di dimenticare ciò che dovrebbe essere il cuore dell’educazione: davanti a noi non ci sono semplici studenti, ma adolescenti che attraversano fragilità, paure, emozioni, sogni e ferite.

La diversità, di tutti e di ciascuno non è un “problema” da gestire, ma un dono da accogliere perché ci troviamo davanti a ragazzi che hanno bisogno di essere riconosciuti prima ancora che valutati.

La scuola oggi, purtroppo ha smesso di essere una comunità ed è diventata soltanto un luogo di prestazioni individuali, perdendo la sua missione più autentica.

Nessuno cresce da solo, soprattutto i nostri ragazzi, i quali hanno bisogno di noi che abbiamo il coraggio di credere nelle loro possibilità anche quando ancora non sono visibili e di riconoscere in loro il capolavoro che possono diventare. Queste riflessioni che non sono soltanto teoria ma sono vita: sono il dolore di un figlio bocciato che, prima ancora di essere valutato nelle sue competenze, avrebbe avuto bisogno di sentirsi compreso, accolto, amato, riconosciuto per quello che è. Un ragazzo che troppo spesso è stato lasciato ai margini, senza che qualcuno si interrogasse davvero sulle ragioni profonde delle sue difficoltà.

Sono il volto di un altro ragazzo con DSA che ha conosciuto il bullismo perché i suoi bisogni erano evidenti e “DIVERSI”, perché leggeva in modo diverso, scriveva in modo diverso, imparava in modo diverso, parlava in modo diverso. Invece di sentirsi protetto, si è sentito messo ai margini e colpevole di un qualcosa di sconosciuto.

E sono le parole, forse ancora più dolorose, rivolte a un altro studente: “Tu, essendo DSA, non potrai mai raggiungere il livello degli altri.” Non posso metterti un voto alto come i compagni nonostante la tua verifica sia giusta.

Il dolore permanente di chi continua a percepirsi invisibile.
Le parole degli adulti costruiscono, eppure a volte distruggono ferocemente per sempre. Le parole possono diventare ali oppure “gabbie dorate e dolorose”.
Perché un voto si dimentica, una verifica passa, un programma si conclude, un anno vola via. Ma lo sguardo di un insegnante che ti giudica e non ti fa sentire amato e accolto resta nella memoria per tutta la vita provocando dolore. Un ragazzo difficilmente ricorderà la pagina spiegata il 14 novembre. Ricorderà, invece, chi gli ha fatto credere di valere perché prezioso.

Il successo formativo infatti non coincide con l’accumulo di contenuti, ma con la capacità di aiutare ogni ragazzo a scoprire il proprio valore, il proprio talento.
Pertanto educare non significa riempire una mente, ma accendere una vita!
E quando questo accade, anche l’apprendimento ritrova finalmente il suo significato più profondo.

Perché nessuno impara davvero se prima non si sente accolto, amato, riconosciuto e incluso.

Avanti, con coraggio, mi rivolgo a tutti docenti: non siate semplicemente insegnanti che trasmettono conoscenze, ma educatori che accendono possibilità con “ARTE”, alimentano speranze e fanno fiorire talenti con AMORE.

Donatella Parla

Non sei ancora un utente TS+?

Registrati gratuitamente in pochi passi per ricevere notifiche personalizzate e newsletter dedicate