Registrati

Prima Ora | notizie del 29 giugno

l paradosso della vigilanza: quando il dovere d’ufficio diventa un rischio professionale

Nella complessa macchina degli Esami di Stato, la fase della vigilanza rappresenta uno dei doveri deontologici e giuridici più delicati per le commissioni d’esame. Eppure, l’esperienza sul campo e le dinamiche degli ultimi anni stanno portando alla luce un paradosso sistemico inquietante: la tendenza a sanzionare, nei fatti o nelle aule di tribunale, l’eccesso di zelo e a premiare, con il silenzio e l’assenza di contenziosi, la colpevole tolleranza. Si assiste così a un cortocircuito culturale e normativo in cui chi lavora seriamente e applica rigide procedure di controllo rischia il ricorso amministrativo, mentre chi ignora il proprio dovere d’ufficio naviga in acque perfettamente tranquille.

​Dal punto di vista puramente statistico e burocratico, le commissioni d’esame che scelgono una linea morbida, se non del tutto permissiva, non corrono quasi mai alcun rischio. Laddove ai candidati viene concesso di consultare surrettiziamente lo smartphone, scambiarsi informazioni o copiare interi blocchi delle prove scritte, l’esito finale è matematicamente prevedibile. I voti saranno mediamente alti, gli studenti e le famiglie si dichiareranno pienamente soddisfatti e si registrerà un’assenza totale di ricorsi al TAR. In questo scenario, il mancato adempimento dell’obbligo di vigilanza si traduce in una paradossale pace sociale, poiché nessuno ha interesse a contestare un voto alto, anche se palesemente falsato e privo di merito reale.

​Il quadro cambia radicalmente quando una commissione decide di operare con precisione e rigore, nel rispetto del principio di equità e del valore legale del titolo di studio. Impedire l’uso di dispositivi elettronici e vigilare attivamente significa, inevitabilmente, far emergere il reale livello di preparazione dei candidati. Il risultato immediato si traduce in voti più bassi e valutazioni severe che interrompono la narrazione di un successo scolastico scontato. Non potendo quasi mai basare il ricorso sul merito tecnico della correzione, che gode della discrezionalità tecnica della commissione, la difesa dei candidati si sposta sul piano formale e psicologico, ribaltando la realtà dei fatti.
​Si assiste quindi alla nascita di capi d’accusa paradossali, come la contestazione di non aver garantito un clima di relax all’interno delle aule. Il rigore, il silenzio e il controllo accurato dei banchi vengono descritti nei ricorsi come atteggiamenti ostili o vessatori, capaci di ingenerare uno stato d’ansia tale da compromettere la performance del candidato. Ancora più emblematica è la questione dei servizi igienici, storicamente noti come veri e propri snodi logistici per l’occultamento di smartphone e appunti. La necessità tecnica di presidiare i bagni e seguire i ragazzi per evitare frodi viene talvolta impugnata dalle famiglie come una violazione della privacy o un atto persecutorio. Si dimentica, tuttavia, che la giurisprudenza richiede alla commissione la continuità della vigilanza proprio per garantire l’autenticità e la genuinità della prova.
​Questo meccanismo genera un incentivo perverso all’interno del corpo docente. Se l’onestà intellettuale ed il rispetto delle regole espongono i commissari al rischio di contenziosi legali, spese e stress burocratico, la tentazione del laissez-faire rischia di trasformarsi in una legittima strategia di autodifesa. Le conseguenze sul sistema scolastico sono enormi, poiché si produce una svalutazione generalizzata dei titoli di studio e si compie una profonda ingiustizia nei confronti degli studenti meritevoli, i quali vedono i propri sforzi equiparati a quelli di chi ha copiato indisturbato. La scuola non può permettersi che la legalità diventi una colpa e l’omissione di controllo una virtù burocratica. È necessario che l’Amministrazione difenda con fermezza l’operato delle commissioni rigorose e che si ponga un limite a ricorsi pretestuosi basati sul presunto stress da esame. L’esame di Stato è, per definizione, una prova di resistenza intellettuale ed emotiva, e pretendere che si svolga nella legalità non è un abuso, ma l’unico modo per dare un valore autentico al futuro dei nostri studenti.

Arianna Ragusa

Non sei ancora un utente TS+?

Registrati gratuitamente in pochi passi per ricevere notifiche personalizzate e newsletter dedicate