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03.10.2026

La comunità che educa: tre giorni intensi al CultureLink Festival 2026

Dal 9 all’11 ottobre 2026 torna a MIND – Milano Innovation District – il CultureLink Festival 2026, il festival dedicato all’educazione e all’innovazione sociale, promosso dall’impresa sociale Stripes insieme a Pedagogika.it.
Saranno tre giorni per interrogarsi sulle trasformazioni della società contemporanea e immaginare nuovi modi di vivere le relazioni, i servizi e le comunità.

Ne parliamo con Dafne Guida, presidente di Stripes Coop

CultureLink Festival sta diventando un appuntamento fisso. Volendo definire in poche parole l’edizione 2026, quali sono le parole chiave?

La prima parola è quella che dà il titolo all’edizione: Persone. Le altre tre sono i verbi che la accompagnano: raccontare, immaginare, costruire. Nel 2024 avevamo chiesto ai partecipanti di superare i confini tra mondi educativi, sociali, culturali ed economici. Quest’anno facciamo un passo in più e ci interroghiamo sul legame tra individualità e collettività. Ci chiediamo come la storia di ciascuno si intrecci con il destino di tutti. Se dovessi aggiungere una parola mia, direi “relazione”. Il programma è costruito su quattro linguaggi: convegni e tavoli tematici, formazione e workshop, cultura e performance, laboratori per famiglie. In tutti c’è la stessa convinzione pedagogica: si cresce, si impara e si cambia solo dentro le relazioni. Lo dice bene anche il titolo dell’evento di apertura, che riprende una frase antica e attualissima: nessun uomo è un’isola.

Mi pare che molto si giochi sulla questione della comunità. Secondo voi perché?

Perché è ciò che oggi si sta sfilacciando di più ed è ciò di cui abbiamo più bisogno. Lo vediamo ogni giorno nei nostri servizi. Ci sono ragazzi che si chiudono in camera e anziani soli. Ci sono famiglie che affrontano il carico della cura senza una rete intorno e genitori che non sanno a chi chiedere. Il disagio non è mai solo individuale: prende forma nelle relazioni che ci sono o che mancano. Per questo al festival dedichiamo un tavolo intero al contrasto alla solitudine. Parte da dieci anni di lavoro di comunità nel Rhodense con il progetto Oltre i perimetri. Un altro tavolo è dedicato alla rigenerazione dei luoghi, con esperienze come Ariosto 72 a Caronno Pertusella e i Giardini Luzzati di Genova.

Ma CultureLink è prima di tutto una comunità in sé. Non è un evento che organizziamo da soli: è una rete che tiene insieme Terzo settore, università, scuole, imprese, realtà civiche e istituzioni. Mi piace pensarlo come un tavolo permanente, un presidio di comunità educante, un luogo in cui chi educa, a qualsiasi titolo, smette di sentirsi solo. Stripes è nata a Rho quasi trent’anni fa, a pochi passi da MIND. Portare qui questo incontro significa restituire al territorio quello che il territorio ci ha dato.

Il festival non riguarda solo il mondo della scuola. Quale rapporto pensate si debba costruire oggi fra scuola e agenzie educative?

Un rapporto di corresponsabilità, non di delega. Per troppo tempo la scuola è stata lasciata sola davanti a compiti che nessuna istituzione può reggere da sola: il benessere psicologico, l’inclusione, l’accoglienza, l’orientamento. Allo stesso tempo i servizi educativi entravano a scuola come “aggiunte”, progetto dopo progetto. Credo che oggi serva un patto diverso, in cui scuola, servizi, famiglie, territorio e imprese si pensino come un unico sistema che educa.

Al festival lo raccontiamo con esperienze concrete. “Alleniamo gli sguardi” presenta la sperimentazione dell’educativa scolastica di plesso nel Rhodense, con Sercop. L’educatore non segue più soltanto il singolo alunno: diventa una risorsa per l’intera scuola e per l’inclusione di tutti. Poi c’è il convegno “Crescere non è un caso”, nella Giornata Mondiale della Salute Mentale. Mette allo stesso tavolo psicologi, neuropsichiatri, pedagogisti e una dirigente scolastica, e guarda a scuola, famiglia e spazi culturali come luoghi di ascolto e prevenzione. Il workshop “Dal silenzio alla voce” lavora sulle buone pratiche di accoglienza degli alunni con background migratorio. Il tavolo “Il lavoro che verrà” fa dialogare dirigenti scolastici, imprese e Terzo settore sul futuro professionale dei ragazzi.

C’è però un tassello che spesso manca: il racconto. Il lavoro educativo che si fa ogni giorno dentro e intorno alla scuola resta invisibile finché non diventa emergenza. Per questo venerdì 9, dalle 15.30 alle 17.30, ci poniamo una domanda volutamente provocatoria: “Se la cooperazione fosse in prima pagina?”. Ne parliamo con Riccardo Sorrentino, Presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, e con Sergio Splendore dell’Università di Milano. Con loro ci sono Franca Maino di Percorsi di secondo Welfare, Maria Piacente, direttrice di Pedagogika.it, e la Vicesindaca di Milano Anna Scavuzzo. Modera Sara De Carli di Vita. Ci chiediamo come raccontare questo lavoro senza ridurlo a una notizia di cronaca o a un linguaggio per addetti ai lavori. Il convegno è accreditato dall’Ordine dei Giornalisti per la formazione professionale continua, e coincide con i trent’anni di Pedagogika. Una comunità educante che non sa raccontarsi rischia di non essere riconosciuta. La scuola resta il cuore, ma un cuore ha bisogno di un corpo intero per battere.

Ci sarà molta attenzione ai bambini, alle bambine e anche ai più grandicelli. Ci fa qualche esempio di eventi dedicati a loro?

Sono tanti, e sono pensati per età, perché ogni fase della crescita chiede un linguaggio diverso. Per i più piccoli, dai 2 ai 6 anni, c’è “L’arte di essere bambini”, un invito a rallentare e sporcarsi le mani con la creta. Sempre per la fascia 3-6 ci sono altri due laboratori. MuMaBot, a cura di Fondazione Bambini Bicocca e Fondazione La Nuova Musica, intreccia musica, robotica e matematica e supera la divisione tra discipline. Mecchegno è un gioco di costruzioni in legno con cui si progetta, si sbaglia e si ricomincia. Dai 4 ai 7 anni “Pixel e Fantasia” fa scoprire il digitale come compagno di gioco, con storie da inventare e piccoli robot da guidare. Per i 5-10 anni c’è “Il tempo del presente”, un laboratorio di mindfulness per riconoscere le proprie emozioni. Per i 6-10 anni c’è “La musica è cambiata”, dove suoni e colori raccontano ciò che le parole non riescono a dire. Per i ragazzi dagli 8 ai 12 anni c’è la “Robot challenge”, una sfida di coding a squadre.

Per i più grandi, studentesse e studenti dai 18 ai 28 anni, c’è inNESTi. Aziende come ABB, Microsoft e Siemens portano una sfida reale, e sono i ragazzi, in gruppi misti, a proporre soluzioni. È un modo per dire ai giovani che le loro idee contano.

E poi le famiglie. Ci fa qualche esempio di evento dedicato a loro?

Le famiglie per noi non sono un pubblico accessorio: sono parte della comunità educante. Per questo molti laboratori sono pensati per essere vissuti insieme. Il cantiere ReMida, la domenica pomeriggio, è aperto a grandi e piccoli: un bottone spaiato o un tubo di cartone diventano materia per costruire insieme, senza istruzioni né risultati attesi. Il laboratorio di mindfulness ha una versione parallela per genitori e adulti: due stanze, lo stesso invito a fermarsi. Mentre i bambini partecipano ai laboratori digitali, i genitori possono sedersi al tavolo “Da 0 a 99 anni”. Lì si parla di come proteggere i più piccoli online senza escluderli, e si chiude con un’attività pratica sull’intelligenza artificiale.

Poi ci sono gli incontri che parlano direttamente alle famiglie. Marco Crepaldi, presidente di Hikikomori Italia, affronta il ritiro sociale dei ragazzi. Sabina Pignataro presenta “Nati fuori binario”, sulle infanzie e adolescenze transgender. Alba Bonetti, con “Un cerchio di ciliegie”, dà voce a chi si prende cura di un genitore anziano. Sono temi che spesso le famiglie vivono in silenzio, e il festival prova a renderli dicibili.

L’evento di apertura si intitola “Raccontare, immaginare, costruire”. I tempi della “immaginazione al potere” sono roba del secolo scorso: c’è ancora spazio oggi per immaginare un futuro diverso? Dal Festival emergeranno idee e prospettive?

Credo che oggi l’immaginazione serva più di allora, ma in una forma diversa. Non è più uno slogan da scrivere sui muri: è una pratica quotidiana, quasi un metodo. Immaginare oggi vuol dire progettare con le persone, non per le persone. Vuol dire accettare l’imperfezione e l’errore come risorse, come racconta il workshop di CGM e Artetipi. Vuol dire anche guardare un problema da più punti di vista, come si fa con i “sei cappelli per pensare” nel lavoro d’équipe.

Il festival porta anche prospettive molto concrete. Con Susanna Mantovani e Marco Rossi-Doria restituiamo gli esiti di Paripasso: hub sperimentali per l’infanzia nati per contrastare la povertà educativa, luoghi che vanno oltre i servizi. Presentiamo i risultati di ZoiCare sulla tecnologia al servizio degli anziani e delle loro famiglie. Ci confrontiamo su modelli replicabili di inclusione digitale e scolastica. All’apertura saranno con noi il Sindaco di Rho, fondazioni, consorzi, imprese e aziende dei servizi alla persona, perché l’obiettivo è uscirne con alleanze, non solo con buone intenzioni. Da pedagogista dico che educare è sempre un atto di fiducia nel futuro. Non si educa un bambino se non si crede che il domani possa essere migliore dell’oggi. CultureLink nasce esattamente da quella fiducia.

CultureLink Festival 2026 – 9, 10 e 11 ottobre, MIND Milano Innovation District, Cascina Triulza. Ingresso gratuito con iscrizione obbligatoria su www.culturelink.it

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