“La politica presta più attenzione ai balneari che agli insegnanti o agli infermieri”. A dirlo, nel corso della rubrica settimanale “Dataroom” del TG La 7, è stata la giornalista Milena Gabanelli, che insieme alla collega Simona Ravizza ha approfondito il rapporto tra stipendi e caro-vita. Come ricordato in più occasioni anche da La Tecnica della Scuola, le paghe non sono cresciute di pari passo all’inflazione. Il comparto ricerca e istruzione, evidenzia la ricerca di “Dataroom”, è tra i più colpiti.
“Se guardiamo al rapporto tra salari e prezzi, vediamo che rispetto al 2019 le retribuzioni lorde sono aumentate del 12,2%, mentre i prezzi sono saliti del 19,7%”, si legge in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera, che rilancia i dati del servizio. “Quindi è vero che entra più denaro in busta paga rispetto a qualche anno fa, ma quel denaro compra meno cose di prima. Questo scarto di 7,5 punti è quantificabile in una perdita annua di potere d’acquisto di oltre 3.000 euro per un insegnante, di circa 3.200 per un infermiere, arriva quasi a 3.400 per un commesso ed è pari a 1.755 per un metalmeccanico“.
In questo contesto, proseguono Gabanelli e Ravizza, gli interventi del Governo per contrastare la crisi rischiano di essere dei pannicelli caldi. “Per consentire di recuperare una parte della perdita del potere d’acquisto sul lavoro dipendente, il governo Meloni è intervenuto attraverso il sistema fiscale“, si legge ancora. “Per ridurre l’Irpef, oltre al taglio delle aliquote al 23 e al 33%, viene introdotto un bonus monetario (fino a 20 mila euro di reddito) e unanuova detrazione da lavoro dipendente (1.000 euro tra i 20 e i 32 mila euro, poi a scalare fino a 40 mila)”. Ma ridurre il danno non significa annullarlo.
“Nei profili considerati restano in tasca 1.468 euro in meno per un insegnante”, annotano le giornaliste, “1.688 in meno per un infermiere e 1.187 in meno per un commesso. Solo il metalmeccanico chiude con un minimo scarto: 37 euro in più l’anno”. A fronte di questa situazione – che mette in difficoltà centinaia di migliai di famiglie – nemmeno i sindacati riuscirebbero a intervenire in modo efficace. Una fragilità che dipenderebbe “sia dai cambiamenti strutturali dell’ economia, sia dal loro asservimento alla politica e dalla loro incapacità di trovare nuove forme di contrattazione“.
Per cambiare rotta, del resto, servirebbero politiche fiscali più efficaci da parte dell’esecutivo. “A insistere su questo punto è l’Ufficio parlamentare di Bilancio nell’audizione sulla Finanziaria 2026″, sottolineano Gabanelli e Ravizza. “Per non alimentare distorsioni l’Irpef deve essere uguale per tutti in base alle fasce di reddito, e va separata da bonus e detrazioni“. Questi ultimi, concludono, “dovrebbero diventare strumenti di sostegno al reddito mirati alle famiglie che ne hanno più bisogno“.