Nell’acqua, nell’aria; nel pesce; nel sale. Microplastiche e nanoplastiche sono ovunque. Anche nel nostro cervello. I nostri giovani studenti lo sanno? Ne conoscono i rischi? Come possono i docenti far loro comprenderne pericoli e rimedi?
Consigli pratici, riflessione umanistica e rigore scientifico saranno base per lezioni interdisciplinari sul tema, compatibili con l’educazione civica. Alimentazione, cervello e cittadinanza attiva: difendiamoci dalle microplastiche. Questo il possibile titolo del percorso didattico.
Primo obiettivo sarà insegnare cosa sono microplastiche (MP, particelle di plastica più piccole di 5 millimetri) e nanoplastiche (NP, frammenti inferiori a 0,1 micrometri o 100 nanometri). Poiché il nanometro è un milionesimo di millimetro, tale invisibile particolato supera le barriere biologiche più strette e s’infiltra nelle cellule di tutti i viventi, cioè nella catena alimentare e nell’aria.
Ecco perché ogni settimana ciascun umano, da decenni, metabolizza decine di migliaia di particelle di plastica, per un peso stimato di una carta di credito. I corpuscoli superano agevolmente la barriera emato-encefalica (infiltrandosi nel sangue e nel cervello).
Secondo obiettivo del percorso sarà l’esame dei dati scientifici più recenti, desumibili dagli studi sull’accumulo di plastiche nel cervello umano. Ciò al fine di stimolare l’approccio critico all’intera questione (e a tutte le questioni analoghe), senza emotività né negazionismi di comodo, ma sulla base di biologia, chimica, educazione civica ed etica.
Partendo da premesse filosofiche e storiche, rifletteremo sul concetto di “Antropocene” (era geologica dell’umanità), che secondo molti studiosi andrebbe chiamato con più realismo “Capitalocene”, dato che la crisi ecologica e climatica non è stata prodotta dall’umanità in quanto tale, ma dal capitalismo degli ultimi 250 anni, e soprattutto dal turboliberismo degli ultimi 45, con la sua inflessibile legge del profitto immediato ed incondizionato. Legge che ha creato nel XX secolo un materiale praticamente eterno: la plastica. Materiale indistruttibile: gli oggetti in plastica si riducono a frammenti microscopici, capaci d’invadere l’organismo, con effetti ancora non noti.
I più recenti dati scientifici (resi pubblici da fonti autorevoli come Fondazione Veronesi e Nature Medicine) dimostrano che nanoplastiche — in concentrazioni significative — sono nel tessuto cerebrale umano più ancora che nei reni e nel fegato. Ne posseggono dosi più elevate i cervelli di persone con demenza e/o neurodegenerazione. È d’altronde risaputo che il deterioramento neuronale comporta alterazioni motorie, deficit cognitivi, demenza, disturbi comportamentali e psicologici; con costi personali, familiari, sociali, umani inestimabili.
Occorre informare i più giovani in che modo gli inquinanti entrano negli oggetti che usiamo e, soprattutto, nel cibo che assumiamo. Milioni di frammenti ci vengono “donati” dalle bustine di tè in plastica. La maggior “donatrice” è tuttavia l’acqua in bottiglie di PET, specialmente se esposte a calore: si pensi all’acqua trasportata sui camion nelle nostre “fresche” estati d’inferno, cui siamo avvezzi da 35 anni almeno. Metterla in frigorifero serve solo a rassicurarci e farcene scordare.
Microplastiche son prodotte dai passaggi industriali complessi cui son sottoposti gli alimenti disponibili nei supermercati, i formaggi, i cibi ultra-processati. Molti di essi sono avvolti in packaging che raccomanda il riscaldamento del cibo stesso nel microonde con tutto il contenitore in plastica: modo ottimo per beccarsi qualche altro miliardo di “saporite” — si fa per dire — particelle.
La plastica buttata in strada da idioti incivili finisce in fogna, nei fiumi, negli oceani. Nel pesce che mangiamo troviamo la massima fonte delle nostre “beneamate” microplastiche: almeno fino al 2048/2050, quando dovrebbe avvenire — se ne continuassimo la sistematica distruzione al ritmo attuale — il collasso globale delle riserve ittiche commerciali.
Come uscirne? O meglio, come limitare i danni? Informando lo studente di alcune “regole auree” quotidiane, che le linee guida sanitarie e la Fondazione Veronesi hanno sintetizzato efficacemente. Prima regola: ridurre l’acquisto di bottiglie in plastica, costose e nocive. Bere l’acqua pubblica del rubinetto, che secondo tutti gli studi è la più controllata sotto l’aspetto chimico e batteriologico. L’acqua dei rubinetti italiani è tra le migliori d’Europa, ma gli italiani lo ignorano (come ignorano tanto altro che li riguarda) e sono il popolo europeo che consuma più acqua imbottigliata. L’acqua di Roma è considerata un’eccellenza assoluta a livello nazionale: primato che detiene da almeno 22 secoli. Perché dunque bere costose (e venefiche) acque in bottiglia?
Con l’acqua bollente del caffè in cialda ingeriamo anche miliardi di polimeri del contenitore in plastica della cialda stessa: meglio dunque preparare il caffè con la moka (possibilmente in acciaio).
Evitare cibi ultra-processati — e confezionati in multipli strati di plastica — fa bene alla salute (nonché alle tasche). Meglio prepararsi i cibi da sé e conservarli in metallo o vetro. Nel microonde, scaldare i cibi nella ceramica o in vetro borosilicato.
Le lezioni si chiuderanno comunque invitando i ragazzi al dibattito sul tema: ridurre la plastica è compito solo del singolo consumatore (con le sue scelte d’acquisto) o soprattutto dell’industria e della legislazione globale (mediante trattati sulla plastica)? Riflessione che anche tutti noi adulti dovremmo approfondire e far nostra.