In Italia, circa il 24% dei laureati totali proviene da discipline STEM, una percentuale inferiore alla media europea, che si attesta intorno al 26%, ma non è un fenomeno solo del nostro Paese.
Negli ultimi anni, il mismatch tra domanda e offerta di lavoro nel settore STEM è al centro dell’attenzione di istituzioni e osservatori economici. Secondo i dati OCSE e Eurostat, si stima che in Europa circa il 40% dei datori di lavoro in ambito STEM segnali difficoltà significative nel reperire personale con le competenze adeguate per i ruoli tecnici avanzati.
STEM è l’acronimo di Science, Technology, Engineering e Mathematics, ovvero Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica. Queste discipline costituiscono il nucleo delle professioni scientifiche e tecnologiche e rappresentano le aree di studio e lavoro più richieste nell’industria 4.0. L’approccio STEM è fondamentale per lo sviluppo dell’innovazione, della ricerca e della competitività nei settori avanzati.
Secondo Unioncamere–Anpal, ogni anno oltre il 50% delle imprese italiane che cercano figure STEM fatica a trovarle, in particolare nei settori informatica, ingegneria, matematica e fisica.
Il mismatch è ancora più marcato in alcuni settori: ad esempio, nell’ICT il 60% delle posizioni aperte resta vacante per diversi mesi per mancanza di candidati idonei. Solo nel settore delle tecnologie dell’informazione e comunicazione, mancano infatti all’appello circa 236.000 occupati per allinearsi alla media europea.
Secondo un’indagine del World Economic Forum, l’80% delle aziende prevede di aumentare la domanda di specialisti STEM nei prossimi cinque anni, ma il 41% si dichiara insoddisfatto delle competenze pratiche dei candidati.
A questo fenomeno si aggiunge anche la mancanza di soft skill essenziali: il 35% delle offerte STEM rimane infatti scoperto proprio per carenze di capacità trasversali come problem solving e lavoro in team. Il mismatch nelle professioni STEM comporta costi importanti per il sistema economico del nostro Paese: secondo Confindustria, la mancata copertura dei ruoli ad alta specializzazione tecnologica può costare fino all’1% di PIL annuo in termini di mancata crescita e innovazione. Un fenomeno che impatta anche sul ritardo digitale del nostro Paese, l’Italia è al 23° posto in Europa per digitalizzazione, con solo il 22% della popolazione dotata di competenze digitali avanzate.
Il problema riguarda anche i fabbisogni futuri : per il prossimo quinquennio, si stima che il 38% del fabbisogno occupazionale riguarderà professioni con formazione terziaria (laurea o ITS), con una crescita marcata per le professioni specialistiche e tecniche.
Il gap tra domanda e offerta nelle aree economiche in ambito STEM è ancora di più accentuato se si considerano i numeri distinti tra uomini e donne.
In Italia solo il 16% delle ragazze si iscrive a corsi universitari STEM rispetto al 37% dei ragazzi, e le donne rappresentano circa il 30% della forza lavoro STEM in Europa. Nonostante le donne rappresentino il 41% dei laureati STEM totali, la loro presenza crolla nelle discipline ICT influenzata da persistenti stereotipi di genere.
Non solo, le imprese guidate da donne in settori STEM crescono più lentamente, anche a causa della scarsità di modelli femminili e della continua persistenza di stereotipi culturali ancora fortemente presenti nel nostro Paese e duole dirlo anche negli orientamenti scolastici.
Il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha definito un nuovo assetto per gli istituti tecnici, con l’obiettivo di rinnovare l’intera filiera scolastica e avvicinarla alle esigenze delle imprese. Il provvedimento interviene tra le altre cose sulla struttura dei percorsi, rivedendo indirizzi, articolazioni, quadri orari e risultati di apprendimento, in coerenza con le indicazioni del Piano nazionale di ripresa e resilienza.
In particolare, la riorganizzazione complessiva degli indirizzi è stata accompagnata anche da un rafforzamento delle discipline STEM, l’obbligo di introdurre un insegnamento tecnico in lingua inglese con metodologia CLIL nel triennio finale e dall’apertura a percorsi post-diploma professionalizzanti.
Altro aspetto rilevante è il rafforzamento della didattica laboratoriale, con il coinvolgimento diretto delle imprese locali. Gli istituti potranno aderire ai Patti educativi 4.0, a strumenti di collaborazione con università, ITS e mondo produttivo.
La nuova offerta formativa viene ridefinita attraverso due grandi ambiti: quello economico e quello tecnologico-ambientale. Ogni settore si articola in indirizzi e specializzazioni, che prendono forma nel triennio finale del ciclo di studi. L’obiettivo è strutturare percorsi più flessibili, mirati alle esigenze del mondo del lavoro e in grado di adeguarsi alle rapide trasformazioni in atto nei settori strategici del lavoro.
La riforma ha inoltre l’obiettivo di rafforzare i legami tra istituti tecnici, gli ITS Academy e i percorsi universitari professionalizzanti.
I numeri dimostrano che il mismatch nel settore STEM non è solo una questione di formazione, ma coinvolge anche aspetti sociali, culturali e di orientamento. Affrontare il problema significa investire sia nella modernizzazione dell’offerta formativa sia in politiche attive per l’inclusione e l’aggiornamento continuo delle competenze, per garantire la competitività e lo sviluppo sostenibile del Paese.