Ha trascorso una vita all’insegna del volontariato e dell’impegno sociale: per quindici anni attiva nello scoutismo, due anni con la famiglia in Uganda a prestare servizio civile come coordinatrice di educatori sanitari nel settore della medicina preventiva per l’infanzia, membro dell’Opera Nomadi per l’integrazione delle minoranze Rom e Sinti e poi ventidue anni trascorsi a scuola come educatrice nelle scuole dell’infanzia. Con una vita del genere alle spalle, in molti si sentirebbero di chiudere i battenti e pensare un po’ di più a se stessi.
Tutti tranne Silvia Polleri, genovese di nascita ma milanese d’adozione che ancora oggi a 75 anni continua a prestare la propria opera di educatrice. Non più a scuola, ma in un altro luogo più difficile e duro, il carcere di Milano Bollate che anche grazie al suo corso di scuola alberghiera è diventato un modello per costruire il futuro dopo il fine pena. Polleri, come riportato dal quotidiano “Avvenire”, opera a Bollate già da una ventina d’anni: nel 2004 , accettando la proposta della direttrice del carcere, ha fondato, con alcuni detenuti, la Cooperativa “Abc, la sapienza in tavola”, con l’intento di aprire un catering con i detenuti, per insegnare loro un mestiere e portarli fuori a lavorare.
Il 2012 è un’altra data importante per Silvia Polleri: grazie alla presidenza dell’Istituto Professionale Paolo Frisi di Milano, il corso di Scuola Alberghiera entra in carcere offrendo la possibilità di conseguire un diploma quinquennale con competenze, attraverso un percorso didattico-formativo che offre la possibilità del reinserimento, raggiunto il fine pena, nella società. Abc ha da sempre un sogno ambizioso, il completamento del percorso riabilitativo. Poi, nel 2015, una sorta di “mission impossible”: aprire un ristorante di qualità all’interno dell’istituto di pena, fruibile da tutti. Il nome non poteva essere che “InGalera”…
Milano – come dichiarato da Polleri al quotidiano Il Giorno – ha ancora una volta dimostrato di essere una città curiosa e accogliente. C’è stata una risposta straordinaria sia da parte dei singoli che delle istituzioni e delle realtà private. Ad oggi siamo arrivati a centomila clienti che sono venuti InGalera, e posso dire con certezza che il 90% di quelle persone non sapeva neppure dove fosse il carcere. Quindi sono davvero molto contenta perché il ristorante è un ponte tra quello che c’è dentro e quello che c’è fuori, è un modo per abbattere stereotipi e pregiudizi. Anche negli anni del Covid quando, come molte realtà della ristorazione, abbiamo rischiato di chiudere, i milanesi mi hanno supportata.
Non solo occupazione, ma spazi lavorativi che trasmettono ai reclusi il valore, il culto per il lavoro – dice Polleri – con prestazioni forti del contratto occupazionale, al quale si accompagna per il detenuto l’impegno a onorare l’attività con la garanzia, a fine pena, di aver ottenuto un curriculum lavorativo aggiornato. Ad oggi sono 19 le persone che lavorano all’interno dell’istituto di pena di Bollate con un contratto di lavoro a tempo indeterminato.