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Aggiornato il 28.02.2026
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Nuove regole per i docenti sui social: vanno bene i doveri di fedeltà e decoro, ma la libertà di espressione è intoccabile

L’intenzione di introdurre un nuovo codice di comportamento per i docenti sui social network si scontra con pilastri giuridici e pedagogici difficili da abbattere. Analizzando la questione, emergono punti critici che rendono questa manovra molto fragile sotto il profilo del diritto e della coerenza educativa.

Nessun codice di comportamento, che è una norma di rango inferiore, può annullare la libertà di manifestazione del pensiero. Sebbene il dipendente pubblico sia vincolato a doveri di fedeltà e decoro, tali obblighi non possono trasformarsi in un divieto generalizzato di critica o in un obbligo di silenzio nel tempo libero. La giurisprudenza ha più volte ribadito che la sanzione è legittima solo se sussiste un danno concreto e provato all’immagine dell’istituzione. Viene da chiedersi: un docente può ancora dirsi libero se deve pesare ogni parola come se fosse sotto esame 24 ore su 24?

Una norma deve essere precisa per essere valida. Termini come sobrietà, decoro o autorevolezza sono soggettivi e astratti. In assenza di una definizione oggettiva, la norma diventa arbitraria e contraria al principio di determinatezza della sanzione. Questo espone l’amministrazione a una pioggia di contenziosi: ogni sanzione basata su un giudizio estetico o morale del dirigente scolastico sarebbe facilmente impugnabile per eccesso di potere. Cari dirigenti, vi sentite pronti a trasformarvi in censori dei post domenicali dei vostri collaboratori, rischiando di dover rispondere davanti a un giudice di valutazioni puramente soggettive?

L’autorevolezza non nasce dall’obbedienza a un regolamento, ma dalla coerenza professionale. Se si trasforma il docente in un soggetto che deve nascondere le proprie idee per paura di sanzioni, si distrugge proprio la funzione che si vorrebbe proteggere. Un insegnante che pratica l’autocensura smette di essere un modello di autenticità e pensiero critico per gli studenti. La scuola deve formare cittadini liberi, e non può farlo se chi educa è il primo a subire una limitazione della propria libertà d’espressione. Che tipo di cittadini stiamo crescendo se i loro maestri sono obbligati al silenzio per contratto?

Sul piano pratico, un monitoraggio costante dei profili social di quasi un milione di dipendenti è irrealizzabile. La norma verrebbe applicata solo in caso di segnalazione o denuncia. Si passerebbe così da uno Stato di diritto a un sistema basato sulla delazione, dove genitori o colleghi possono usare il codice come clava per colpire docenti sgraditi. Un sistema che si regge sulla vendetta privata non garantisce il decoro, ma solo il sospetto. Siamo pronti ad accettare una scuola dove il clicca e segnala diventa lo strumento principale di gestione del personale?

Le leggi per punire chi offende o diffama online esistono già e si applicano a tutti. Creare una norma speciale per i docenti che limiti il loro modo di esprimersi nel tempo libero è un’operazione giuridicamente debole e pedagogicamente pericolosa. Il rischio reale non è la perdita di decoro dei singoli, ma la trasformazione di una categoria di intellettuali in un corpo di impiegati timorosi del giudizio digitale dell’autorità. Se il prezzo del decoro è la fine del pensiero critico, ne vale davvero la pena?

“Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia.”

Questa celebre frase di Don Milani ci ricorda che la scuola è una comunità politica nel senso più nobile del termine. Se il nuovo codice spinge i docenti a ritirarsi nel privato per paura, ognuno cercherà di “sortirne da solo”, rinunciando al dibattito pubblico. Commentare la realtà, anche in modo aspro, fa parte del dovere civile di chi educa: chiudersi nel silenzio per proteggere il proprio posto di lavoro non è sobrietà, è l’avarizia di chi smette di mettere la propria faccia al servizio della crescita democratica di tutti.

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