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02.04.2026

Pensioni scuola, quest’anno “solo” 25mila domande? Anief: “Presto si lascerà il lavoro a 70 anni, riconoscere il burnout”

Quante sono state le domande di pensionamento del personale scolastico quest’anno, ovvero dal 1° settembre 2026? Secondo il sindacato Anief poco più di 25mila, come riporta Adnkronos, anche se sono numeri ancora non ufficiali. Secondo la sigla sindacale “considerando l’età media di chi lavora a scuola, ormai ben oltre i 50 anni, c’è poco da essere allegri. In futuro, inoltre, andrà sempre peggio: i giovani lavoratori, infatti, sono destinati ad abbandonare l’attività professionale oltre i 70 anni e con assegni pensionistici sempre più magri”.

Le parole di Pacifico

“Se confermata – commentaMarcello Pacifico, presidente nazionale Anief – la consistenza di domande risulta esigua, perché va considerato che sono tra i 200mila e i 300mila i lavoratori ultra-sessantenni della scuola pubblica italiana”.

“Per noi è sempre più chiaro che le norme generali per l’accesso al pensionamento (ormai oltre i 67 anni per quella di anzianità) non possono comprendere tutte le categorie lavorative: un caso emblematico è quello della scuola, dove il rischio salute risulta ben oltre la media nazionale; risulta quindi sempre più impellente procedere con il riconoscimento del burnout favorendo, non certo rallentando come avviene ora, il ricambio generazionale: ancora di più dopo che il Parlamento, su richiesta dal Governo, ha deciso con l’ultima legge di Bilancio di alzare la soglia dell’età di pensionamento. Noi a questo ci opponiamo, lo abbiamo detto in Senato e lo diremo in tutte le sedi, a partire da quelle istituzionali”, conclude.

Le previsioni

Sempre peggio: nel volgere di tre-quattro anni l’età per andare in pensione diventerà di 67 anni e mezzo. Le proiezioni, riportate dal Sole 24 Ore, sono della Ragioneria dello Stato e rispecchiano in pieno le anticipazioni che La Tecnica della Scuola aveva fornito a fine 2024 e poi confermate lo scorso mese di ottobre. Secondo quanto scritto nel rapporto contenente ‘Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario 2025’, quindi, i requisiti anagrafici e contributivi per il pensionamento potrebbero subire dal 2029 un incremento di ulteriori 3 mesi. L’aumento è superiore a quello precedente, che conteneva una maggiorazione d’età per lasciare il lavoro, sempre dal 2029, di soli due mesi.

Il problema è che questo aumento, si aggiunge ai tre mesi approvati di recente dal Governo Meloni e che entreranno a regime nel 2028: subito dopo, nel biennio 2029-2030, la pensione di vecchiaia passerà a 67 anni e 6 mesi, mentre quella di anzianità, per chi ha accumulato contributi in maniera massiva nel corso della carriera, si sposterà a 43 anni e 4 mesi (42 anni e 4 mesi per le donne).

Sul parere della Ragioneria dello Stato bisognerà comunque attendere il parere dell’Istat: un parere che difficilmente sarà contrario, visto che le stime demografiche indicano una crescente tendenza alla riduzione del tasso demografico: la maggioranza delle coppie italiane si ferma infatti ad un figlio (di recente, la media nazionale ha toccato il record negativo di 1,1 figli a famiglia).

Come se non bastasse, il numero di lavoratori attivi sempre più ristretto, mettendo in crisi sempre più nera le casse dell’Inps. E chi governa il Paese è costretto a prendere provvedimenti.

Secondo la rivista Investire Oggi, poiché “la popolazione vive più a lungo” di questo passo “due o tre mesi alla volta, molto presto le pensioni di vecchiaia supereranno il tetto dei 70 anni. E non ci vogliono simulatori per capirlo”.

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