“Ci sono già due conflitti in corso che ci entrano in casa. E qualcuno in Italia aggiunge altre tensioni: lo sciopero del 18 maggio nei servizi pubblici di un sindacato di base in solidarietà alla Flotilla. Quanto aiuti porti ai bambini di Gaza non so”. A dirlo è stato Matteo Salvini, leader della Lega e vicepremier del governo Meloni.
“Il diritto allo sciopero è sacrosanto – ha poi sottolineato Salvini – uno strumento nato per difendere il lavoro”, ma “se c’è uno sciopero per qualsiasi cosa si toglie potere” allo sciopero.
“Ringrazio chi sarà in ufficio al di là delle Flotille e delle battaglie navali“, ha concluso il leader del Carroccio.
“Siamo di fronte all’ennesimo sciopero dei cosiddetti pro-Pal che, con il pretesto dell’agitazione sindacale, finisce unicamente per danneggiare gli italiani”, hanno dichiarato Nino Germanà, Tilde Minasi e Manfredi Potenti, senatori della Lega in commissione Trasporti.
Secondo i tre leghisti “questa paralisi dei trasporti come risposta ‘all’appello lanciato dalla Global Sumud Flotilla’” conferma “la natura puramente politica di un boicottaggio che non ha nulla a che vedere con i diritti dei lavoratori. È irresponsabile scegliere di bloccare il Paese — dai treni al trasporto locale, dalle scuole agli uffici pubblici fino alla sanità — arrecando un danno ingiustificato a chi deve recarsi quotidianamente al lavoro, agli studenti e a chi necessita di visite o cure programmate nelle strutture sanitarie”.
“Compromettere la regolarità di servizi essenziali per perseguire agende politiche estranee al mondo occupazionale è una mancanza di rispetto verso milioni di utenti”, hanno concluso Nino Germanà, Tilde Minasi e Manfredi Potenti.
I motivi che hanno portato l’Unione sindacale di base allo sciopero sono diversi: “la guerra, il genocidio in Palestina, la corsa al riarmo, l’attacco al diritto internazionale e il restringimento degli spazi democratici impongono un salto di qualità nella mobilitazione”, hanno spiegato dalla Usb.
A preoccupare non poco il sindacato sono anche “le conseguenze economiche e sociali che questa guerra produce sulla vita dei lavoratori e delle lavoratrici”.
“La guerra – sostiene l’Usb – entra nelle nostre vite. Entra nei salari che perdono valore (vanificando anche gli aumenti contrattuali, che anche nella scuola non hanno permesso di abbattere l’inflazione, la quale nel frattempo ha toccato livelli record n.d.r.), nella sanità pubblica svuotata, nella scuola impoverita, nel welfare tagliato, negli affitti che aumentano, nei prezzi che corrono, nella benzina che pesa sempre di più sulle famiglie”, considerando che anche gli sconti sulle accise si sono quasi del tutto esauriti.
Secondo i sindacalisti dell’Usb, “ogni euro destinato al riarmo è un euro sottratto a chi lavora, a chi studia, a chi si cura, a chi vive del proprio salario”.
Inoltre, sostengono ancora dal sindacato di base, “a questa scelta si accompagna un attacco sempre più duro alle libertà sindacali e democratiche“.
Con lo sciopero generale, Usb chiede al Governo italiano di “rompere la complicità dell’Italia con la guerra, fermare il riarmo, bloccare ogni filiera economica, industriale, logistica, tecnologica, accademica e commerciale”. Ma anche che le risorse “vengano tolte alla guerra e rimesse dove servono: salari, servizi pubblici, pensioni, sicurezza nei luoghi di lavoro, diritto alla casa, sanità territoriale, scuola pubblica, ricerca”.