Quali sono i risultati del “Piano Scuola 4.0”? Lanciata nel 2022 dal Ministero dell’Istruzione (guidato allora dal ministro Bianchi, la cui opera è stata poi continuata da Valditara), questa iniziativa del PNRR italiano mirava a trasformare in “spazi digitali innovativi” 100.000 aule, puntando su “laboratori per competenze digitali” ed “ambienti d’apprendimento ibridi” nell’ambito del “Piano Nazionale Scuola Digitale”.
Punti chiave del Piano Scuola 4.0: creare “laboratori per professioni digitali del futuro” (“Next Generation Labs”) e trasformare le aule fisiche in “ambienti digitali collaborativi” (“Next Generation Classrooms”), con l’obiettivo di “rafforzare il rapporto tra scuola e tecnologie digitali”.
Inglesorum a parte, si notava fin da subito in tutto il piano l’assenza di intenti educativi nel senso pieno del termine. Il piano era unicamente mirato a produrre nei discenti la competenza necessaria all’esecuzione di direttive aziendali: il discente andava formato dal punto di vista ideologico, tecnologico e tecnico, per inserirlo nel mercato del lavoro. Il tutto a suon di quasi 5 miliardi di investimento.
La Scuola cessava di essere l’istituzione pubblica in cui si forma lo spirito critico ed il senso di responsabilità del cittadino nei confronti della comunità. I ragazzi dovevano venire semplicemente addestrati a inserirsi nel sistema e a non porsi mai domande su di esso, senza chiedersi se tale sistema sia giusto e produca felicità, libertà, benessere o l’esatto contrario.
La Scuola, come luogo di addestramento pratico e tecnico al lavoro, diventava pertanto una palestra di indottrinamento ideologico neoliberista, che assumeva come certo e ineluttabile il mercato e lo sfruttamento (del lavoratore, del consumatore, dell’ambiente), quali fondamenta della società umana (trasformata in disumano isolamento): un teatro di maschere, cui la Scuola deve solo fornire i nuovi attori.
Nulla rimaneva della Scuola come istituzione che formi individui, capaci di pensare con la propria testa e di mettere in discussione l’esistente, per migliorarlo e farlo progredire.
Nulla prevedeva il PNRR, invece, per migliorare le misere paghe di docenti e personale ATA, pur essendo queste tra le più basse d’Europa, per lavoratori qualificati e gravati da un forte stress “lavoro correlato” e da alienante burocrazia.
Nulla era previsto dal Piano Scuola 4.0 per migliorare l’edilizia scolastica. In Italia tra il 60 e l’80% degli edifici scolastici è tuttora fuori norma: eppure non sono stati previsti investimenti sull’edilizia strutturale. Il Piano Scuola 4.0 obbligava ad utilizzare non più di un decimo dei fondi complessivi per l’adeguamento degli ambienti (ma solo degli ambienti destinati ad essere “innovativi”).
Un piano di investimento scolastico che si rispetti, inoltre, per migliorare gli ambienti di apprendimento dovrebbe innanzitutto mirare a renderli meno affollati: ciononostante, nel Paese delle classi pollaio nemmeno un centesimo è stato stanziato per ridurre il numero di alunni per classe. Ci si è concentrati, semmai, nel ridurre la Scuola pubblica a mercato di materiale informatico.
Solo un quinto della spesa è stata rivolta ad arredi per gli ambienti di apprendimento, mentre i tre quinti dei fondi venivano destinati all’acquisto di strumenti digitali, peraltro destinati ad esser vecchi dopo tre anni (cioè già nei prossimi mesi). Il trionfo dei criteri quantitativi su quelli qualitativi.
Orbene, una Scuola degna di questo nome deve offrire solo novità commerciali ed aule “innovative”? O deve porsi il problema di come utilizzare quelle aule e quelle novità, e per ottenere quale tipo di cittadino?
Pensiero critico, discussione e sapere devono essere ormai banditi come inutili ferrivecchi, in nome della novità? O non è piuttosto proprio di conoscenza, confronto, analisi critica che abbiamo maggior bisogno, per rendere la società più umana, serena, pacifica, giusta?
Leggendo alcuni passi del Piano Scuola 4.0, si nota il tentativo di usare termini suggestivi e dal significato non sempre chiarissimo. Lo scopo è quello di stupire il lettore aggirando proprio il suo spirito critico, e tentando di far sorgere nel lettore stesso il sospetto di non essere abbastanza aggiornato circa le meraviglie del progresso: «Gli ambienti fisici di apprendimento non possono essere oggi progettati senza tener conto anche degli ambienti digitali (ambienti on line tramite piattaforme cloud di e-learning e ambienti immersivi in realtà virtuale) per configurare nuove dimensioni di apprendimento ibrido. L’utilizzo del metaverso in ambito educativo costituisce un recente campo di esplorazione, l’eduverso, che offre la possibilità di ottenere nuovi “spazi” di comunicazione sociale, maggiore libertà di creare e condividere, offerta di nuove esperienze didattiche immersive attraverso la virtualizzazione, creando un continuum educativo e scolastico fra lo spazio fisico e lo spazio virtuale per l’apprendimento, ovvero un ambiente di apprendimento onlife».
Tutto il linguaggio, ispirato a un vero e proprio gongorismo da terzo millennio, baroccheggia assai, per trascinare il lettore in un ipnotico senso di meraviglia di fronte alle magnifiche sorti e progressive della scuola tecnologica prossima ventura. Tanto che anche Susanna Tamaro ha definito questa modalità di scrittura «pomposo fraseggio atto a mascherare la fumosità degli intenti».
Ebbene, è giunto il momento che i collegi dei Docenti tornino a far valere la libertà di insegnamento che la Costituzione attribuisce a chi insegna: una libertà che sarebbe tempo di ripristinare, non a vantaggio dei docenti, ma degli studenti e della società tutta.