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26.11.2025

Scuola parentale, una madre: “Non serve una laurea per educare. I bambini non socializzano in classe, ma nella vita reale”

In questi giorni si parla moltissimo di homeschooling, di scuola parentale, dopo che è esploso il caso della famiglia che vive nel bosco composta da due genitori anglo-australiani e tre figli che non frequentano la scuola pubblica, che da qualche giorno sono stati allontanati dalla famiglia.

Il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha confermato che i bambini hanno rispettato l’obbligo scolastico e le regole relative all’istruzione parentale italiane. Una mamma che fa lo stesso ha dato la sua opinione a La Stampa: “Sono rimasta incinta del mio primo figlio in periodo Covid. Tutte le procedure e le limitazioni prese dalle scuole mi hanno preoccupato, così ho iniziato a chiedermi se l’ambiente scolastico sia davvero l’ambiente migliore per crescere un bambino. Mi sono messa a studiare pedagogia, in particolare gli insegnamenti di Maria Montessori, molto vicina al rapporto con la natura. Così ho scoperto l’educazione parentale e me ne sono innamorata”, ha detto la donna.

Ecco perché non intende iscrivere il proprio figlio alla scuola statale: “Ho scoperto quanto la natura del bambino sia legata al movimento. L’idea di far stare il bambino in una classe, seduto e statico, va contro la sua naturale esigenza di movimento. Ogni bambino è diverso, ma i programmi sono standard: l’istruzione parentale valorizza gli stimoli del bambino. Li posso seguire e farli fiorire, invece di aderire a un programma. Un altro fattore importantissimo è la socializzazione, che poi è sempre la prima domanda che viene fatta: ‘ma come fa il bambino a socializzare?’. Il bambino non socializza stando in classe, con modalità e schemi definiti, per diversi anni. Si socializza nella vita reale, all’esterno, con bambini di età, estrazione sociale e contesti diversi”.

“Il rischio è trovarsi davanti docenti che non sanno adeguarsi al bambino”

Non mancano le criticità: “Il problema sorto negli anni è che sull’istruzione parentale c’è poca informazione e le scuole a volte sono poco collaborative con la famiglia. Così spesso ci si appoggia a delle scuole che sono più formate sull’homeschooling e riescono a garantire al bambino un’esperienza arricchente e positiva. Non un evento traumatico, che mette il bimbo davanti a persone che non conosce e lo vedono come un alieno arrivato da un altro pianeta. Il rischio è trovarsi davanti a educatori, presidi e insegnanti che non sanno adeguarsi al bambino che in casa ovviamente non ha mai fatto una verifica o un esame”.

Poi, la provocazione: “Sono molto fiera e orgogliosa della mia decisione. Nella stragrande maggioranza dei casi le persone sono curiose, di rado mi è capitato di confrontarmi con una chiusura netta. La primissima immediata domanda è sempre: ‘come fanno a socializzare i bambini?’. Il giudizio c’è e si percepisce come negativo. Si capisce meglio con un paragone con noi adulti. Vai in ufficio, ci stai otto ore, è li che socializzi e ti arricchisci? No. E perché invece deve valere per i bambini?”.

“L’homeschooling è una scelta di vita di tutta la famiglia, non riguarda solo il percorso del bambino. I genitori devono avere tempo da dedicare all’istruzione dei figli. Che non sono né quattro né due ore al giorno, perché anche i momenti di apprendimento si modellano sulle esigenze del bambino. Noi per esempio stiamo unendo in due famiglie, c’è un bimbo del quartiere che ha iniziato a lavorare con noi: si può costruire un percorso insieme famiglie con valori condivisi. Non devono essere per forza sempre e solo i genitori a organizzarsi con l’educazione parentale. Ci si può organizzare con una persona che può stare qualche ora, una persona fidata, un amico che ha voglia di trasmettere qualcosa che sa. Non serve una laurea per educare i bambini. I primi maestri dovremmo essere noi genitori. Quello che sappiamo come esserei umani è più che sufficiente perché il bambino cresca ‘imparato’ come siamo noi”, ha concluso la mamma.

Unschooling in Italia, come funziona?

Secondo un’indagine svolta da Laif (L’Associazione Istruzione in Famiglia) la percentuale di coloro che in Italia dichiarano (rispetto al campione individuato da Laif) di aver scelto l’unschooling piuttosto che forme più tradizionali o miste di apprendimento, per esempio l’istruzione parentale, è del 17% circa; inoltre, l’indagine rileva i comportamenti paralleli legati alla scelta genitoriale di avvalersi di un metodo destrutturato come l’unschooling, per esempio coinvolgendo i figli in attività all’aperto, viaggiando, interagendo con il territorio, quasi sempre in contesti non urbani.

Va ricordato che in Italia l’istruzione parentale prevede l’obbligo di sottoporre i minori a un esame di idoneità alla fine di ogni anno scolastico presso una scuola statale o paritaria, dando così la possibilità allo Stato di accertare il rispetto dell’obbligo formativo previsto dalla legge.

La scuola che riceve la domanda di istruzione parentale è tenuta a vigilare sull’adempimento dell’obbligo scolastico dell’alunno. A controllare non è competente soltanto il dirigente della scuola, ma anche il sindaco.

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