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Sostegno “accelerato”: quando l’emergenza diventa sistema

Negli ultimi anni la scuola italiana sembra aver trovato una soluzione ricorrente a problemi complessi: trasformarli in procedure straordinarie. È ciò che sta accadendo anche sul sostegno. Con i nuovi percorsi INDIRE, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha previsto migliaia di posti per la specializzazione, con tempi fortemente ridotti e una struttura pensata per rispondere rapidamente al fabbisogno di docenti. Ufficialmente, si tratta di una risposta necessaria a una carenza cronica. Ma è proprio qui che si apre una questione più profonda, che non riguarda solo l’organizzazione del sistema, ma la visione stessa di scuola.

Il rischio di una risposta solo quantitativa

Il sostegno è da anni uno dei punti più fragili e, allo stesso tempo, più decisivi del sistema scolastico italiano. Eppure continua a essere gestito in una logica emergenziale. Aumentare il numero degli specializzati è certamente necessario, ma aumentare il numero non significa automaticamente migliorare la qualità. Il rischio è evidente: produrre rapidamente nuovi titoli senza intervenire sulle criticità strutturali — precarietà, continuità didattica, qualità della formazione, programmazione a lungo termine. Così il sistema si muove, ma non evolve.

Due percorsi, un’unica funzione: la frattura

Un altro nodo riguarda la crescente distanza tra i percorsi di formazione. Da un lato, il TFA universitario: selettivo, lungo, strutturato, con un forte investimento in termini di tempo, studio e tirocinio. Dall’altro, percorsi straordinari, più brevi, più accessibili, pensati per rispondere all’urgenza. Il punto non è stabilire quale sia “giusto” e quale “sbagliato”. Il punto è che entrambi conducono alla stessa funzione professionale. E questo genera inevitabilmente una frattura: perché quando a percorsi profondamente diversi corrisponde lo stesso ruolo, il rischio è duplice, tra percezione di ingiustizia e svalutazione simbolica della professione.Il problema più grande, però, non è organizzativo. È culturale. Il docente di sostegno non è una figura accessoria, non è un ripiego, non è una soluzione tampone.È un professionista che lavora nel cuore della scuola inclusiva: nella progettazione educativa, nella mediazione didattica, nella relazione con la classe, nella costruzione di contesti che permettano a ogni alunno di apprendere. Questo richiede competenze complesse — pedagogiche, didattiche, relazionali, osservative, metacognitive — e richiede tempo, riflessione, esperienza guidata.
E allora la domanda diventa inevitabile: può una formazione compressa restituire davvero la complessità di questo ruolo?

Non si tratta di mettere in discussione i docenti che accederanno ai percorsi INDIRE. Il punto non è la qualità delle persone. Il punto è il messaggio che il sistema trasmette. E il messaggio rischia di essere questo: che la specializzazione sul sostegno possa essere abbreviata, semplificata, adattata all’urgenza; che la complessità educativa possa essere gestita con strumenti ridotti; che l’inclusione sia una priorità… ma solo fino a un certo punto.

Chi paga davvero il prezzo

Quando si abbassa l’asticella della formazione, non si modifica solo un percorso: si modifica la qualità dell’esperienza scolastica. E chi paga il prezzo non è il sistema, non è il dibattito accademico. Sono gli alunni più fragili, sono le famiglie, è la scuola tutta.

Una domanda che resta aperta

Se il docente di sostegno è davvero una figura centrale per la scuola inclusiva, allora dovrebbe essere anche una delle più tutelate, qualificate e valorizzate: non la più compressa, non la più esposta a logiche emergenziali, non la più sacrificata.

Perché una scuola che accelera proprio lì dove dovrebbe approfondire rischia di perdere il suo equilibrio. E allora la domanda finale non è tecnica, ma profondamente educativa: stiamo costruendo una scuola più inclusiva, o stiamo semplicemente cercando di far funzionare quella che non riusciamo a riformare davvero?

Caterina Stronati

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