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15.09.2026

Stipendi, il ceto medio lavora e paga le tasse ma in 15 anni ha perso un terzo di ricchezza: vive per la casa e con pochi risparmi sul conto, così anche docenti e Ata

In Italia “il ceto medio è quello che lavora, paga le tasse e tiene in piedi l’Italia, che al netto dell’inflazione ha perso tra un quarto e un terzo di ciò che aveva“. A dirlo è stata la segretaria generale della Cisl, Daniela Fumarola, concludendo a Roma la tavola rotonda “La ricchezza delle famiglie e lo sviluppo del Paese“, nell’ambito dell’iniziativa organizzata dalla Scuola sindacale nazionale della First Cisl.

La sindacalista ha ricordato che “in 15 anni la ricchezza degli italiani non è stata redistribuita: è risalita verso l’alto. Il 5 per cento più ricco, un milione e 300 mila famiglie, possiede oggi il 50 per cento della ricchezza del Paese, quando quindici anni fa ne aveva il 40 per cento. Alla metà meno abbiente, tredici milioni di famiglie, resta poco più del 7 per cento”.

Fumarola ha detto che “la ricchezza dei più ricchi è fatta di azioni, di quote di imprese, di titoli. Quella di tutti gli altri”, ovvero la grande maggioranza degli italiani, “è fatta della casa in cui vivono e di qualche risparmio sul conto”.

La numero uno del sindacato Confederale ha aggiunto che “da quando le Borse hanno ripreso a correre, chi aveva capitali finanziari ha visto crescere il proprio patrimonio; chi aveva soltanto la casa e uno stipendio è rimasto fermo, e l’inflazione ha fatto il resto”.

Nelle ultime settimane la situazione si è fatta ancora più difficile: come abbiamo avuto già modo di scrivere, sul “piatto” va messo anche il caro-carburante, per il quale servono ormai oltre due euro al litro, con la possibilità che arrivi a tre euro: con la benzina e il diesel a questi prezzi, sarà inevitabile l’aumento ulteriore di materie prime e generi alimentari. Per i dipendenti, a stipendio fisso, spesso inadeguato, la vita si farà dura. Quelli della scuola risultano tra i più esposti: del resto, gli insegnanti prendono a fine mese 400 euro al mese lordi in meno rispetto alla media dei lavoratori pubblici; per il personale Ata il ritardo è ancora maggiore. Per chi deve viaggiare ogni giorno, per raggiungere la scuola di servizio, si prospettano mesi difficili.

Qualche settimana fa, in un’intervista al “Quotidiano nazionale, la stessa Daniela Fumarola, segretaria generale Cisl, aveva detto che “la difesa del potere d’acquisto di lavoratori e pensionati è l’emergenza prioritaria. In concreto chiediamo: conferma e consolidamento della detassazione”.

Sul taglio dell’Irpef per il ceto medio, considerato una prioritá, Fumarola aveva chiesto “di portare l’aliquota al 32% per i redditi fino a 60mila euro. Parliamo di un ceto troppo spesso dimenticato, fatto di lavoratori e pensionati che sostengono la quota più rilevante del gettito tributario e subiscono un prelievo sproporzionato. Alleggerire il fisco su questi redditi è una questione di equità sociale, ma anche una leva economica fondamentale, così come sarebbe la detassazione delle tredicesime la piena rivalutazione delle pensioni: significa rimettere risorse reali nelle tasche delle famiglie e dare una spinta ai consumi e alla domanda interna”.

Anche secondo l’Anief, il gap rispetto ad altri Ministeri è diventato abissale, anche di 10 mila euro annui in meno come nel caso dei dipendenti delle Funzioni Centrali. È evidente che occorrono interventi straordinari per ridurre questo squilibrio”.

A rientrare nel range degli italiani con i compensi fermi e frenati dal costo della vita sono sicuramente gli insegnanti e il personale Ata della scuola: malgrado gli aumenti contrattuali dell’ultimo triennio, che hanno portato in media 412 euro lordi complessivi, come ricordato qualche giorno fa anche dalla premier Giorgia Meloni, la maxi inflazione accumulata nello stesso periodo, pari al 17 per cento, ha continuato a prevalere vanificando quindi gli incrementi in busta paga.

“Come sindacato – ha dichiarato Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief – proponiamo di introdurre delle manovre che avrebbero l’effetto immediato di ridurre la distanza dei compensi e dare ossigeno ad una categoria sempre più in difficoltà economica, a partire da coloro che operano in regime di precariato e nei primi nove anni di ruolo, durante i quali lo stipendio rimane a lungo fermo. Già un incremento stipendiale di 150 euro, come indennità integrativa speciale, il recupero dell’anno 2013 ai fini della carriera, soppresso 15 anni fa per via di un accordo scellerato con gli altri sindacati, e una minore tassazione sarebbero importanti per rimpinguare i compensi della categoria”, ha concluso il sindacalista.

La linea dei sindacati ha trovato credito anche nella maggioranza: il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha infatti dichiarato di essere d’accordo nel ridurre “l’Irpef al 33% fino a 60mila euro”, come pure “una flat tax incrementale strutturale al 5% per tutti, applicata all’incremento di reddito rispetto a quello dichiarato l’anno precedente, premiando anche partite Iva, artigiani e professionisti”.
Ma soprattutto, Tajani ha precisato che deve esser valorizzato un principio: “incentivare chi lavora, investe e produce di più. Lo stesso vale per gli straordinari e per la detassazione dei premi di produttività”.

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