C’è bisogno di una rivoluzione nella scuola? Secondo quanto emerge dagli ultimi episodi di protesta alla maturità, che hanno tenuto banco per settimane, sembrerebbe di sì: gli studenti hanno boicottato l’orale dell’Esame di Stato per dire che per loro la scuola va cambiata, dovrebbe diventare più empatica, abbandonare l’impostazione che la vede basata sulla fredda valutazione numerica.
Ma quali sono i problemi della scuola? Verso dove si dovrebbe andare? Dopo aver sentito una docente, commissaria interna all’esame di maturità quest’anno, a favore della protesta, abbiamo deciso di sentire l’opinione di una dirigente scolastica di Novara, Barbara Maduli, anche lei nel mondo della scuola da ben 35 anni, ex docente di lettere. A lei abbiamo chiesto se possa esistere una ricetta, o almeno uno spunto per cambiare la scuola.
In queste ultime settimane si è parlato dei casi di scena muta alla maturità. In particolare ci ha colpito la frase di una delle studentesse che ha boicottato l’esame per protesta: “non c’è mai stata la voglia di scoprire la vera me”. Secondo lei è qualcosa che i docenti dovrebbero davvero fare?
“Evidentemente la didattica trasmissiva non funziona più. Ma ormai da tempo. L’ideale sarebbe poter avere uno stile di insegnamento di tipo laboratoriale che permetta agli studenti di diventare protagonisti del setting di apprendimento. Senza dubbio il docente deve aggiornare la sua cassetta degli attrezzi”.
“Il docente deve arrivare a capire che non basta più trasmettere un sapere, ma bisogna curare due aspetti molto importanti che sono quelli della comunicazione e della relazione empatica. Deve fare un’altra cosa molto importante: incoraggiare tutti i suoi studenti, far capire loro che sono al centro della sua attenzione e del suo interesse, minimizzando i loro errori ed esaltando i loro successi. In sintesi: gli insegnanti devono far capire ai loro studenti che sì, le difficoltà ci sono, che il percorso di crescita e apprendimento è impegnativo, ma che ce la possono fare, che loro sono lì, presenti, ogni giorno, e che camminano al loro fianco, per aiutarli e sostenerli. Solo così gli insegnanti potranno ‘insegnare’ veramente, ossia imprimere un ‘segno’ positivo nei loro studenti, promuovendo la loro autostima e auto-efficacia e facendo emergere il loro potenziale nascosto. Solo così potranno diventare, a tutti gli effetti, leader educativi, facilitatori efficaci e punto di riferimento valoriale nelle loro classi. Io per arrivare a elaborare una mia idea, una mia visione della scuola che possa essere a 360°, una visione olistica che tenga conto di tutti i fattori che entrano in gioco nel rapporto pedagogico, didattico ed educativo e nelle relazioni reciproche all’interno della scuola, ho fatto un percorso mio personale, che mi ha portato a conseguire un master triennale di counseling a orientamento gestaltico esperienziale, presso il CIG (Centro Italiano Gestalt) e adesso sto per laurearmi in psicologia”.
C’è chi denuncia che troppi docenti impartiscono solo nozioni e poco più…
“Non basta più impostare una didattica di tipo trasmissivo, ma è necessario entrare in contatto con i giovani, con gli studenti, in maniera più coinvolgente, perché è questo che le nuove generazioni ci chiedono: una maggiore cura, più attenzione alle relazioni, un maggiore interesse nei confronti di quello che è il loro universo, il loro mondo, che molto spesso è un mondo interiore, un mondo anche profondo, anche di crisi spesso, che però apparentemente non emerge. Quindi non mi stupisco che questa esigenza, questo bisogno di contatto emerga”.
Perchè la protesta è esplosa durante l’ultima interrogazione del percorso scolastico? Cosa intendono dimostrare?
“Tutti questi studenti, che hanno messo in scena una protesta plateale all’esame di maturità, sono arrivati al termine del loro percorso nella scuola media superiore. Stiamo parlando di ragazzi che, prima di affrontare l’esame di maturità, hanno percorso il loro iter scolastico, nel bene e nel male, con i loro compagni e con i loro insegnanti e sono arrivati ormai all’atto conclusivo. In qualche maniera, sembrano rivoltarsi contro il sistema in cui sono vissuti fino ad ora e questo ha suscitato grande scalpore. Questi studenti sono viziati o sono troppo protetti dai genitori o vengono da famiglie nelle quali non sono stati abituati ad affrontare lo stress dell’impegno scolastico, dello studio? A mio avviso, non è così. Quello che questi ragazzi chiedono, secondo me, è di essere ascoltati, di non essere considerati solo dei numeri, in quanto voti o in quanto semplici nomi inseriti in un elenco sul registro elettronico”.
Dai docenti cosa vorrebbero?
“Chiedono ai loro docenti di essere presi in considerazione come persone anche nelle loro fragilità e nelle loro difficoltà, perché molto spesso i ragazzi, pur arrivando in fondo a percorsi molto sfidanti e molto impegnativi, come quelli della scuola media superiore, in qualche maniera avvertono di non essere riusciti a esprimere tutto il loro potenziale e non hanno forse avuto, il più delle volte, la percezione che i loro docenti o anche i compagni di classe li potessero apprezzare per quello che sono, nella loro essenza più profonda, nei loro desideri, anche nelle loro paure, nelle loro fragilità. Come sappiamo, le “soft skills” e l’educazione emotiva sono di fondamentale importanza nella scuola, ma per queste competenze e per i bisogni affettivo-relazionali degli studenti sembra non esserci spazio in una struttura come la scuola, che ha un organizzazione rigida e apparentemente sclerotizzata. A scuola, il tempo è scandito dalla campanella e la didattica funziona sulla base di unità orarie fisse, le “ore di lezione”, i docenti entrano ed escono dalle aule, si siedono e parlano “ex cathedra” ad una platea di studenti che spesso è distratta o sta ad ascoltare in modo passivo. Questa è un’organizzazione in cui sembra che tutto debba essere condotto all’insegna di una sorta di efficientismo, in ossequio ai famosi “programmi ministeriali” e a prassi didattiche immutabili, e dove l’intervento didattico sembra andare a parare solo ed esclusivamente nella conclusione di un percorso valutato in termini docimologici”.
Ma lei come giudica il sistema di valutazione degli studenti?
“Vorrei che fosse chiaro che io non sono contro il sistema di valutazione tradizionale. Penso che il sistema di valutazione che abbiamo noi, così com’è, è l’unico sistema attualmente validato e funzionale al risultato finale che l’iter scolastico ci porta ad avere, cioè la validità legale del percorso scolastico. Per poter conseguire un titolo di studio, in Italia, è necessario passare attraverso la valutazione; non ci dimentichiamo peraltro che la valutazione, sia degli apprendimenti che delle performance scolastiche dei singoli istituti (rilevata dal Sistema Nazionale di Valutazione), va rispettata per legge. Il problema però è che questo sistema di misurazione sembra prendere il sopravvento sulla qualità dell’apprendimento, e sembra che in qualche maniera lasci prevalere una dimensione meramente oggettiva e quantitativa, di misurazione, appunto, delle performance degli studenti, che già, di per se stessa, molto spesso è difficilissima da raggiungere da parte degli stessi docenti. Una valutazione che è, per di più, basata su sull’acquisizione di un sapere che è fine a sé stesso, nozionistico e parcellizzato, e che in qualche maniera, oltre a non tener conto delle competenze e delle abilità auspicate già dal 2007 dall’Unione Europea, non è per nulla armonizzato in un vero e proprio lavoro d’equipe che i docenti fanno molta fatica a svolgere e che dovrebbe essere di tipo interdisciplinare”.
L’insegnamento non è solo valutazione…
“Sì, la scuola non è solo questo. La scuola è una comunità educante, è un ambiente potenziante nel quale gli studenti si devono trovare a loro agio, per esprimersi al meglio delle loro potenzialità. Di conseguenza, deve essere un ambiente costruttivo, un ambiente di crescita nel quale la relazione tra docente e studenti è di fondamentale importanza. Bisogna quindi puntare, prima che sulla trasmissione del sapere, sulla qualità della relazione, che deve essere una relazione empatica e nella quale il docente non solo deve mettere a disposizione dei suoi studenti le sue competenze culturali e disciplinari, ma deve anche fungere da facilitatore nel percorso di apprendimento e deve prendersi cura della crescita armonica e serena dei suoi studenti, ponendo attenzione a tutti gli aspetti caratteriali e comportamentali che essi manifestano, e quindi anche alle loro fragilità”.
In cosa dovrebbero migliorare gli insegnanti?
“Secondo me oggi un bravo docente non deve semplicemente portare in classe il suo bagaglio epistemologico, cioè la componente cognitiva inerente a quello che sa della sua disciplina, ma deve anche mettere in campo tutta una serie di strategie di tipo comunicativo e relazionale, che purtroppo i docenti – soprattutto quelli delle vecchie generazioni, tra le quali anche la sottoscritta – non hanno in quanto non hanno mai avuto una formazione specifica su questo aspetto. Ma qui non si tratta di mettere in campo competenze specialistiche di psicologia dell’età evolutiva o sistemico-relazionale (che lascerei ai professionisti della relazione di cura, psicologi o counsellor), si tratta solo di tornare ai principi basilari della pedagogia. Quindi, se noi ci stupiamo di fronte a un’esternazione apparentemente così estemporanea come quella della studentessa che scrive ai docenti della sua commissione di maturità, evidentemente facciamo fatica a comprendere quello che ormai è un dato di fatto, ossia quello che questa ragazza, come tutti i ragazzi che hanno messo in atto questa sorta di pacifica “obiezione di coscienza” finale, tra le righe ci hanno voluto dire. E il messaggio non sembra essere di puro e semplice ribellismo, di boicottaggio fine a sé stesso, per il mero gusto di rompere gli schemi del sistema-scuola. Tra le righe sembra esserci ben altro, qualcosa del tipo: “Adesso che siamo arrivati in fondo al percorso scolastico, vi chiediamo attenzione, perché non ci avete ascoltati veramente, non avete veramente capito come siamo noi nel profondo nella nostra dimensione interiore, non avete fatto emergere le nostre reali potenzialità'”.
Molti docenti però potrebbero obiettare che lo stipendio che percepiscono non è assolutamente adeguato rispetto ad un impegno così grande: si deve quindi pensare sempre più al mestiere del docente come una vocazione?
“Assolutamente, non è solo una vocazione, ma è anche, se non soprattutto, un mestiere di grande responsabilità, che va affrontato con cognizione di causa, partendo sì dalla didattica ma tenendo anche conto dei principi della pedagogia dell’inclusione e dei nuovi apporti delle neuroscienze. Se è vero che i docenti non sono semplici coach o mentori, devono ad ogni modo essere dei leader educativi ed è necessario che si mettano in gioco nella progettualità della scuola. Il problema è: chi veramente oggi si mette in gioco, al di là del lavoro in aula? La scuola si basa su una progettualità condivisa, che trova espressione nel Piano Triennale dell’Offerta Formativa. La percentuale di insegnanti che si mette a disposizione per la progettualità della scuola è minima. E’ però anche vero che le risorse ogni anno messe in campo dal Ministero per la remunerazione degli incarichi aggiuntivi dei docenti sono veramente esigue. Ci vorrebbe una carriera a sé stante, con una remunerazione ulteriore, per chi fa parte dello staff dirigenziale, il cd. “middle management”. Ma è anche vero che non tutti i docenti sfruttano a pieno le risorse messe in campo dal Ministero, ad esempio, con i finanziamenti dedicati ai progetti che le scuole stanno sviluppando nell’ambito del PNRR. La cultura e la prassi delle professionalità applicate ai progetti e del lavoro d’equipe, nella scuola italiana, stentano a decollare”.
Questa protesta della maturità ha portato alla luce, comunque, un disagio che la scuola si trascina dietro. Cosa si può fare a suo avviso per uscire dalla crisi che coinvolge oggi la scuola in Italia. C’è una vera e propria ricetta?
“Io da un po’ di tempo a questa parte sono convinta che per uscire dalla crisi innanzitutto sia necessario partire da un’analisi di quelle che sono le relazioni che si vengono a instaurare nella scuola. Per dirla con Bronfenbrenner, la scuola è un ecosistema, è un organismo “ecologico” complesso, nel quale entrano in gioco diversi fattori e diverse “forze” vettoriali, non necessariamente contrapposte, ma comunque concomitanti e interagenti tra di loro in modo organico e dinamico. Ognuna di queste forze fa capo a tre diversi “attori”, gli studenti, i docenti e i genitori (o, in senso lato, le famiglie), che hanno ognuno esigenze sue proprie e bisogni particolari e che interagiscono tra di loro in un vero e proprio “campo” relazionale. Come in ogni ecosistema, anche nella scuola possono verificarsi fenomeni che ne minano l’equilibrio, trasformando l’ambiente da “omeostatico” a “entropico” e disfunzionale. Al riguardo, sono solita parlare del cosiddetto “triangolo delle Bermuda”, come di quella “triangolazione” relazionale nella quale vanno a naufragare tutti i tentativi di comunicazione sana e equilibrata, che il più delle volte fanno fatica a instaurarsi nel contesto scolastico”.
Cosa vuole dire con questo?
“Intendo dire che ognuno dei tre soggetti di cui parlo, la triade “studenti – docenti – genitori”, va preso in considerazione non di per sé, ma in relazione agli altri. Gli studenti dovrebbero essere al centro del sistema-scuola, ma spesso sono penalizzati da un ambiente che il più delle volte non crea benessere ma amplifica stati emotivi ansiogeni e situazioni d disagio. Ma, se gli studenti sono spesso vittime inconsapevoli, in quanto adolescenti in età evolutiva privi degli strumenti psicologici necessari ad affrontare le problematiche scolastiche, il primo problema da affrontare è il rapporto tra gli adulti, ossia tra docenti e genitori. Paradossalmente, quindi, il problema principale non è tanto costituito dalla “fragilità” degli studenti, ma dal fatto che i ragazzi hanno alle spalle famiglie che, nell’arco di questi ultimi anni, hanno subito, ahimè, una involuzione di tipo valoriale, socio-culturale ed educativo; molto spesso i genitori sono “adu-lescenti”, ossia sono molto più immaturi dei loro stessi figli. Di fronte al loro insuccesso scolastico, spesso si ergono a strenui difensori dei “diritti” dei figli e intervengono a scuola a gamba tesa contro i docenti, che vengono accusati di essere troppo rigidi e prescrittivi, soprattutto in contesti come quello di un liceo nel quale l’impostazione didattica è ancora di tipo tradizionale e trasmissivo; arrivano poi in extremis a sbattere i pugni sul tavolo e a portare via i ragazzi dalla scuola, chiedendo il “Nulla osta”, quando poi ormai non c’è più niente da fare”.
Tanti genitori sono invadenti verso la scuola e non fanno il bene dei figli: è d’accordo?
“Questo è un fenomeno a cui ho assistito parecchie volte e che io ho trovato trasversalmente in tutte le scuole con cui ho avuto a che fare. Ma, a mio avviso, ognuno deve fare il suo. I docenti devono insegnare e i genitori devono fare i genitori. Nel “triangolo delle bermuda” costituito dalle relazioni disfunzionali “scuola-famiglia”, un ulteriore problema è dato anche da un altro aspetto: le famiglie spesso sono assenti e non partecipano alla vita della scuola, al dialogo educativo. I docenti a loro volta sono disorientati, spesso si sentono attaccati e quindi si chiudono a riccio, stanno sulla difensiva. Fanno fatica a mantenere quel ruolo, il ruolo docente, fatto di competenza e autorevolezza, che una volta era riconosciuto come “naturale” e non veniva messo in discussione. In generale i genitori stessi, nell’affrontare i problemi scolastici dei loro figli, molto spesso sono animati da una forte emotività, da una incapacità di comunicare con quelli che reputano essere i loro antagonisti su una sorta di campo di battaglia, cioè gli insegnanti; oppure sono succubi di una visione della scuola di tipo tradizionale, nella quale loro stessi mettono in campo le loro frustrazioni, le loro aspettative e la loro idea di successo scolastico per i propri figli. I genitori dovrebbero essere a loro volta “educati” alla genitorialità e responsabilizzati, per essere pienamente in grado di accompagnare i loro figli nel percorso scolastico che molto spesso, se si tratta di un percorso di scuola media superiore, è impegnativo, è molto più sfidante, molto più difficile rispetto a quanto sperimentato dagli studenti nel primo ciclo. I ragazzi sono quindi l’anello debole di questa “triade” perché sono spesso non solo disorientati e privi di reali prospettive per il futuro, ma anche molto responsabilizzati e oppressi da un senso di inadeguatezza, non riuscendo a stare al passo delle aspettative dei loro genitori e anche dei loro stessi insegnanti. Quindi non dobbiamo pensare che siano dei semplici bamboccioni viziati e che quindi in qualche maniera si lamentino senza ragione, perché non sono abituati a fare fatica”.
Torniamo alle proteste alla maturità? Come le giudica?
“Come ho già detto, chi legge le proteste degli studenti che hanno voluto boicottare l’esame di maturità con questa chiave di lettura, e li considera solo ed esclusivamente dei ragazzi ribelli, viziati e irriconoscenti, e magari arriva pure a pensare che si debba punire questo tipo di comportamento “deviante” con la bocciatura o con solenni sanzioni disciplinari, secondo me adotta una prospettiva un po’ troppo semplicistica. In realtà spesso i ragazzi e le ragazze, a scuola, sono molto seri e responsabili. Io, ovviamente, faccio riferimento alla mia esperienza personale, di docente prima e ora di dirigente scolastica in un Liceo. In genere chi si iscrive al Liceo lo fa perché ama studiare e vuole apprendere e perché ha passione per le materie che sta studiando. Però al tempo stesso questi studenti sono oberati da tutta una serie di pesi “psicologici” e di aspettative che non sono solo quelle dei propri genitori, ma possono essere anche quelle degli stessi docenti e le loro aspettative personali. Bisogna infatti fare attenzione alla mania di perfezionismo che spesso colpisce gli studenti che vogliono primeggiare e conseguire sempre voti alti, che non accettano lo smacco dell’insuccesso, anche momentaneo, che vivono il brutto voto come un fallimento irreversibile e non come una fase fisiologica e del tutto naturale del processo di apprendimento. Questo tipo di approccio, se non corretto, può trasformarsi in vere e proprie psicosi, ad esempio in patologie inerenti a gravi disturbi alimentari, come l’anoressia. A questo proposito, i primi nemici dal punto di vista psicologico dei ragazzi, degli studenti, sono loro stessi”.
In che senso?
“Spesso a scuola mi è capitato di assistere ad attacchi di panico, a scene di pianti, a ragazzi che non ce la fanno, che non riescono ad affrontare lo stress dello studio, il ritmo serrato dei compiti in classe e delle interrogazioni. Se la scuola è vissuta come una “macchina” che mira solo alla misurazione degli apprendimenti attraverso la valutazione, se l’aspetto più importante, per i tre “attori” dell’ecosistema scuola, è dato dal profitto, dai voti, dalla performance, la conseguenza naturale è che gli studenti, a un certo punto, si sentano sopraffatti dalla scuola e rispondano allo stress a cui sono quotidianamente sottoposti nell’ambiente scolastico non solo con disagio, ma con vere e proprie psicosi. Io ho avuto modo di parlare con parecchi genitori di studentesse anoressiche, spesso ricoverate in strutture ospedaliere, e anche con ragazzi che non se la sentivano più di venire a scuola e per i quali la frequenza scolastica era diventata un peso insopportabile, che provocava loro ansia e rigetto, fino a casi di vero e proprio ritiro sociale. Ragazzi e ragazze che, semplicemente, cessavano di frequentare le lezioni e, chiusi in casa, si inabissavano nella loro depressione, assorbiti da un buco nero da cui non riuscivano più a riemergere. Di questo disagio noi ci dobbiamo fare carico perché evidentemente il problema è grave, è un problema che probabilmente si è andato aggravando con il Covid, ma è che nasce dalla percezione stessa che hanno gli studenti del loro essere a scuola”.
Per il docente diventa difficile governare tutto questo. O no?
“Certamente, questo è un carico eccessivo da reggere, per i docenti. I consigli di classe oggi sono chiamati ad affrontare un numero crescente di casi che vengono fatti rientrare nei BES (Bisogni Educativi Speciali) e devono farsi carico di situazioni spesso delicate, di disagio psicologico; i genitori sempre più spesso presentano alla scuola istanza di attivazione di PDP non più solo ped DSA (i cosiddetti “disturbi specifici di apprendimento”) ma per vere e proprie psicosi certificate dall’ASL o suffragate dalla diagnosi di psicologi. Per quanto gli stessi psicoterapeuti cerchino di orientare i docenti a proporre in questi casi interventi didattici mirati e personalizzati, spesso i docenti si trovano in difficoltà e sono impreparati ad affrontare un fenomeno che sta diventando sempre più massiccio, per non dire sistemico. Per questo, a mio avviso, è necessario che si ponga mano, al più presto, a una legge nazionale, che introduca nelle scuole, in organico e in pianta stabile, lo psicologo scolastico: un professionista della relazione di cura che offra ai docenti un supporto e strumenti operativi, in un’ottica di prevenzione e di contenimento. Perché questi fenomeni di “fragilità” psicologica, da parte degli studenti, se debitamente trattati e presi in tempo, con una adeguata “terapia della parola”, possono essere risolti prima di sfociare in psicosi. Per di più, abbiamo a che fare con genitori che spesso sono essi stessi fragili e instabili, ansiosi, sono emotivamente troppo coinvolti, e che spesso non riescono ad affrontare le problematiche di studio dei figli in maniera equilibrata. Un altro tema delicato è quello dell’orientamento “formativo”. Com’è noto, recentemente il Ministero ha istituito nelle scuole la figura dell’Orientatore e quelle dei tutor scolastici, che dovrebbero curare l’orientamento a livello didattico, formando il cd. “Portfolio” dello studente e mettendolo in condizione di esprimere il suo “capolavoro”, ossia i suoi talenti più autentici. Ma i ragazzi stessi, anche al Liceo, sono problematici, molto spesso non hanno le idee chiare nemmeno su quelle che potrebbero essere le loro future scelte dopo il diploma. Riuscire a far emergere quello che veramente gli studenti vorrebbero fare, o che amano fare, le loro potenzialità, chi lo dovrebbe fare? Anche questo compito oggi è demandato ai docenti. I docenti sono quindi chiamati a un ruolo di grande responsabilità ma a loro volta sono disorientati, sono in crisi perché non si vedono più riconoscere quel ruolo autorevole che una volta si dava all’insegnamento e hanno un’immagine di se stessi che è ancora molto legata al passato, a un ruolo, un insegnamento dalla cattedra, a una funzione di trasmissione del sapere in maniera tradizionale che ormai è venuta meno. E spesso sono insofferenti e fanno fatica ad accettare questo ulteriore “peso” che oggi grava sulle loro spalle, quello di essere i coach, i “talent scout” dei loro studenti. Un compito che vivono come un’ulteriore incombenza burocratica.”.
Cosa possiamo consigliare ai nostri insegnanti in prima linea?
“Il docente deve rendersi conto che ha un ruolo fondamentale nella dinamica della educazione e della formazione dei suoi studenti e che è un suo sacrosanto diritto, e non un dovere, riappropriarsi di questo ruolo attivo di “leader educativo”. Questo ruolo non l’ha mai perso in realtà, ma semplicemente l’ha messo in secondo piano. Eppure, secondo me, la ricetta è proprio questa. Questa è la soluzione. L’insegnante deve capire, che lui può tutto, ha in mano tutto quello che serve per portare i suoi studenti ad affrontare i grandi temi, i grandi interrogativi, le grandi sfide della modernità e accompagnarli alla crescita. Però a mio avviso, per poterlo fare, deve cedere il controllo, ossia deve lasciare andare l’idea di poter controllare in toto il processo di apprendimento dei suoi studenti; deve fidarsi delle dinamiche relazionali che possono instaurarsi in classe, deve farsi da parte e facilitare l’apprendimento nei suoi studenti; deve in qualche maniera presentarsi come un compagno di viaggio che si mette non in una posizione di superiorità, ma in una posizione di collaborazione e di dialogo, di interlocuzione con i suoi studenti. Infine, deve fare un’altra cosa, per me molto importante: incoraggiare tutti i suoi studenti, far capire loro che sono al centro della sua attenzione e del suo interesse, minimizzando errori, ridimensionando i loro insuccessi, e al tempo stesso esaltando i loro successi. Facendo loro capire che sì, le difficoltà ci sono, che il percorso di crescita e apprendimento è impegnativo, che si devono impegnare, ma che ce la possono fare e che non si devono abbattere alle prime difficoltà. Questo devono avere, oggi, i docenti: devono avere il coraggio di incoraggiare, per essere considerati a pieno titolo leader educativi. Se poi, per far questo, dovranno spendere del tempo e rinunciare a porzioni della loro programmazione, pazienza. Ma ci avranno guadagnato in serenità, in soddisfazione e, perché no? in felicità. Così, la prossima volta, invece di avere una studentessa che scrive per protesta: “non c’è mai stata la voglia di scoprire la vera me”, ci saranno studenti che, anche a distanza di anni, si ricorderanno dei loro docenti e che, incontrandoli per strada, diranno loro: “Non ho mai avuto un insegnante che credesse in me tanto quanto ha fatto Lei.”.
Possono le scuole, come comunità, agevolare questo processo?
“La ricetta, se c’è, ovviamente non può essere adottata dalle singole scuole, ma dal Ministero, perché ovviamente, come ho avuto modo di mettere in evidenza, il discorso è complesso e le problematiche in gioco sono tante. Come dicevo, la scuola in realtà è un ecosistema, quindi ognuno di questi elementi, di questi soggetti è portatore di valori, è portatore di bisogni e deve essere ascoltato, compreso e mai giudicato. Bisogna però che si faccia un passo in avanti per uscire da questa situazione di crisi, a partire dagli insegnanti che devono in qualche maniera rinunciare a una dimensione di mera trasmissione del sapere per diventare a pieno titolo quello che in realtà dovrebbero essere sin dall’inizio, cioè dei professionisti dell’educazione che hanno il compito, l’alto compito educativo, di trasmettere i valori della nostra cultura, della nostra civiltà, della nostra democrazia, della nostra storia, della nostra tradizione, alle nuove generazioni e soprattutto dare loro degli strumenti per poter trasformare questo sapere in saper fare, in esperienza, in vita concreta”.
Quindi, va cambiato anche il modo di insegnare?
“Innanzitutto, gli insegnanti dovrebbero insegnare ai ragazzi come si studia. Spesso questa competenza, imparare ad imparare, è data per scontata. Come hanno da tempo messo in evidenza le neuroscienze, i metodi di studio di tipo tradizionale, basati sul famoso “leggo, sottolineo, ripeto”, non funzionano in quanto non fanno perno su quello che è il meccanismo di funzionamento della mente che apprende. Anche questo è importante da mettere in evidenza: i docenti dovrebbero in qualche maniera avere gli strumenti per insegnare non sulla base di prassi ormai obsolete ma avendo a disposizione un bagaglio “scientifico”, che è quello della neurodidattica, delle neuroscienze. Come fa a imparare il cervello di un adolescente? Nell’apprendimento va riconosciuta non solo l’importanza delle emozioni, ma anche l’inutilità di un’assimilazione meccanica del sapere, del tutto inefficace nella misura in cui è fine a sé stessa e che si riduce a una mera ripetizione di nozioni che rimangono appiccicate in maniera superficiale nella memoria a breve termine. Tutto questo bagaglio pratico di “know how” inerente al metodo di studio (gestione del tempo, gestione dello stress, uso di mappe mentali, uso di mnemotecniche, metodiche di comprensione testuale, ecc), il più delle volte, non è assolutamente praticato a scuola. I docenti stessi lo trascurano, non sanno insegnare a imparare un metodo di studio, e di conseguenza gli studenti non sanno come studiare”.
Valditara ha promesso una riforma della maturità, un esame che sembra ancorato al passato per certi versi. Secondo lei ha ancora senso?
“A mio avviso questo non è il problema principale che deve affrontare la scuola in questo momento. Il problema più grosso della maturità è che si basa ancora una volta sull’acquisizione di un sapere che tende a perpetuare i contenuti ormai obsoleti dei programmi ministeriali, dimenticando però che i programmi ministeriali non esistono più e che ormai da anni parliamo di programmazione. Non è però detto che si debba per forza di cose, per comporre il cd. “Documento del 15 maggio” che deve prevedere tutti i contenuti, divisi per disciplina, svolti nel corso del quinto anno e che la commissione d’esame deve recepire, riproporre sempre gli stessi contenuti, che ormai da anni i commissari ascoltano sciorinati dagli studenti all’esame di maturità. Sono anni che a me capita di presiedere commissioni e sono anni che sento gli insegnanti d’italiano chiedere sempre le stesse cose: Manzoni, Verga, D’Annunzio. Massimo rispetto per questi grandi autori della nostra tradizione letteraria, però magari si potrebbero anche proporre dei percorsi alternativi. Ma secondo me l’aspetto più importante dell’esame di maturità è che è un vero e proprio rito”.
Un rito intoccabile?
“Innanzitutto è un rito di passaggio ed è giusto che venga mantenuto. Non solo perché in questo modo si ossequia una tradizione intoccabile. In fin dei conti, l’esame di maturità ancora oggi serve perché celebra un evento saliente nella vita di un individuo, il passaggio di condizione, da quella studentesca della scuola media superiore a quella successiva che poi lo studente abbraccerà uscito dalla scuola media superiore. Si avverte l’emozione anche del cambiamento, ed è giusto che sia così. L’esame di maturità è un rito di passaggio e come tale va vissuto dagli studenti. È giusto che gli studenti siano coinvolti emotivamente. A patto che le emozioni siano positive e non legate alla frustrazione per aver svolto prove non in linea con le aspettative o aver conseguito un voto inferiore a quello atteso. E’ una prova complessa, forse la prima vera prova sfidante che gli studenti devono affrontare per diventare “maturi”, ossia degni di entrare nel mondo degli adulti. Una prova che va accettata nella sua aleatorietà e nella sua imprevedibilità, nella quale la valutazione è sottratta in parte ai docenti “curricolari” e demandata anche al giudizio di insegnanti “esterni”. Mi è capitato talvolta di vedere del tutto disattesi i pronostici iniziali fatti dai docenti interni. Ho visto studenti presentati con una media di voti altissimi fare prove mediocri negli scritti o avere all’orale una resa inferiore alle aspettative, spesso schiacciati dal peso della propria emotività. E studenti mediocri (o ritenuti tali), magari considerati poco studiosi, fare exploit eccezionali e strappare valutazioni ben superiori alla loro media. Questo è giusto e bisogna che gli studenti si attrezzino, per non rimanere delusi. Questo fa parte della vita. Quello che non ha più molto senso ormai è perpetuare stancamente un bagaglio culturale di contenuti fini a se stessi e quindi arrivare ad ascoltare più o meno sempre le stesse cose”.
Quindi la maturità va adeguata ai tempi?
“Ecco, secondo me certamente, si potrebbe rivedere. E sostanzialmente sono stati già fatti significativi passi in avanti in questo senso. Per esempio, è stato svecchiato il famoso tema, che ormai non esiste più. Però secondo me non è questo il problema. Non è aggiustando il tetto che possiamo risolvere il problema dell’edificio scolastico. L’edificio scolastico va rifondato a partire dalle fondamenta. La maturità è il tetto. Ma ribadisco, io francamente non vedo la necessità di un’ulteriore riforma dell’esame di maturità. Semmai andrebbero rivisti i contenuti delle singole discipline. Sarebbe forse il caso di spiegare ai docenti che, fatti salvi i contenuti minimi e imprescindibili che non devono mancare nelle singole programmazioni disciplinari, sono liberi di proporre contenuti fuori dagli schemi usuali, qualcosa di più originale. Perché non lo fanno? Perché c’è, implicita, una sorta di assunto di base, che fa sì che tutti si debbano uniformare a una “vulgata” che è quella dei cd. “programmi” e quindi tutti tendono a proporre sempre gli stessi percorsi; e anche perché per un insegnante è più faticoso lasciare la propria zona di comfort e proporre qualcosa di nuovo. Ma questa è una prassi didattica che si può tranquillamente modificare”.
Lei si occupa di benessere scolastico: cosa può fare un dirigente per migliorare il clima della scuola in questo senso? Come cambia l’approccio da un liceo classico (che lei ha diretto per quasi tre anni) ad un istituto tecnico, in cui lavorerà dal 1° settembre?
“Secondo me un dirigente può fare molto. Non è vero che i dirigenti sono dei meri burocrati, completamente assorbiti da questioni di tipo amministrativo e si occupano poco di didattica o sono concentrati esclusivamente nell’organizzazione della scuola. Innanzitutto, il dirigente scolastico deve essere a sua volta un leader educativo carismatico, deve rappresentare un punto di riferimento per tutta la comunità scolastica, per gli studenti in primis, ma anche per i docenti e per i genitori. Deve essere un professionista del cambiamento, un comunicatore allenato a gestire le relazioni e la cosiddetta negoziazione, e quindi ha un ruolo delicato molto importante. Deve essere una persona equilibrata, che sa come affrontare le crisi e come risolvere i conflitti, che è in grado di mediare, ma soprattutto che è in grado di ascoltare. Forse la dote principale di un dirigente deve essere la capacità di ascoltare: deve essere aperto il dialogo, disponibile alla mediazione, non deve mai chiudersi in ufficio, nel suo splendido isolamento, lasciando fuori coloro che hanno la necessità di interloquire con lui. Deve saper esercitare il suo potere di delega, costruirsi la sua rete di alleanze e fidarsi dei suoi collaboratori. Non deve mai irrigidirsi eccessivamente, pretendendo di riuscire a controllare tutto. In sintesi, deve sapere come rendere concreta una leadership “diffusa”. E, infine, deve essere una persona “auto-centrata”, in grado di gestire, spesso da sola, la complessità.”.
Cosa dovrebbe fare il dirigente scolastico per migliorare il ‘clima’ nella scuola?
“Non si può pensare che il dirigente scolastico, da solo, sia il salvatore della patria, e che intervenga d’imperio per risolvere i problemi. Il ruolo di mediatore del dirigente scolastico è fondamentale, perché è il dirigente che ha la visione d’insieme, che ha un occhio sulla foresta e non sulle singole piante su cui sono appollaiati tutti quanti a partire dai docenti, fino ad arrivare agli studenti e ai genitori. È la visione d’insieme che ha il dirigente che gli permette di tenere insieme tutto, partendo dal presupposto che come leader educativo lui ha una ben precisa visione della scuola, che per lui è come la stella polare, e che deve realizzare la missione della scuola stessa. E’ il dirigente scolastico colui che, un po’ come Mosè che ha guidato il popolo di Israele attraverso le acque del Mar Rosso, ha la responsabilità di traghettare la comunità scolastica attraverso acque spesso veramente perigliose, come sono quelle che stiamo attraversando in questo ultimo periodo della nostra storia culturale e sociale”.
Qual è la dote principale del bravo preside?
“La dote principale che deve, secondo me, avere il dirigente scolastico, oltre a quella dell’ascolto attivo, è l’empatia. Questo si chiede anche ai docenti, a dire la verità, però in maniera particolare la deve sviluppare il dirigente e soprattutto deve avere un approccio “compassivo”: non deve giudicare mai gli interlocutori; anche se ha di fronte un docente particolarmente rigido o particolarmente problematico o particolarmente polemico, anche se ha di fronte un genitore agitato o maleducato, è fondamentale che il dirigente non ecceda né in accondiscendenza, né in rigorismo. Deve ovviamente agire sempre nel rispetto delle regole e delle leggi, perché il dirigente è il garante delle leggi e soprattutto è il garante del diritto allo studio, che è un diritto costituzionalmente garantito. E questo lo ricordo soprattutto a me stessa, perché non è facile, in situazioni di stress o di forte conflittualità, mantenere l’equilibrio, la lucidità e la coerenza nell’azione dirigenziale. A me è capitato a volte di avere momenti in cui trascendevo, magari alzavo la voce e davo in escandescenze, ma tutte le volte, ripensandoci a freddo, me ne sono sempre pentita, perché non è prevaricando che si risolvono i problemi. Per poter creare un clima di benessere a scuola, il dirigente deve essere lui, per primo, di esempio, deve essere un grande comunicatore, deve essere in possesso di doti di mediazione e deve saper intessere relazioni umane ed equilibrate con tutti quei soggetti che, come abbiamo visto, interagiscono tra di loro in maniera spesso disfunzionale in un ambiente, quello della scuola, che potrebbe facilmente essere tossico e in cui sembra che tutti siano in lotta contro tutti. Per poter intervenire nelle situazioni più complesse e delicate, anche in un’ottica di prevenzione e di contenimento, a mio parere il dirigente dovrebbe però essere coadiuvato da un professionista, lo psicologo scolastico, assunto in pianta organica nella scuola”.
Come cambia l’approccio da un liceo Classico (che lei ha diretto per quasi tre anni) ad un istituto Tecnico, in cui lavorerà dal 1° settembre?
“Il liceo è ancora visto dall’utenza come una scuola di livello superiore, rispetto agli istituti tecnici e professionali, una scuola in cui viene insegnato un sapere teorico ed “enciclopedico”, che offre agli studenti una buona base di preparazione culturale, ma esclusivamente finalizzata all’accesso all’istruzione universitaria. Di contro, l’istituto tecnico è ancora visto come scuola di “serie B”, e spesso può essere scelto per ripiego, da studenti che non se la sentono di affrontare lo studio più impegnativo di un liceo. Ma oggi non è più così: un istituto tecnico di qualità presenta spesso un iter di studi impegnativo e calibrato su competenze di tipo tecnico, ma a mio avviso offre un’offerta formativa più attuale, con materie a volte molto importanti, come l’economia politica, la sociologia e il diritto. Forse sarebbe il caso di svecchiare l’impostazione liceale e aprire anche la programmazione dei licei al mondo economico e giuridico”.