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Prima ora - Notizie di martedì 1° settembre

Tre mesi di vacanza!

Or poserai, stanca mia campanella: per tre lunghi mesi, il tuo batacchio non colpirà il bordo e non farà urtare il metallo.

Tu, oggetto inanimato, la mattina sei capace di trasformare un esercito di jeans assonnati con la bocca che ancora profuma di cappuccio e brioche in velocisti olimpici. Tu, a cui pietà manca, non ti preoccupi di separare due labbra in condivisione di ebbrezze, quando il mondo sembra ridotto a due sole persone, con Prévert nella mente. Tu, crudele, sempre in anticipo la mattina, e sempre in ritardo per l’orologio del professore.

Tu, che con il tuo trillo assordante già dalla prima ora di questa lunga traversata, interrompi i miei sogni di gloria con Rino negli auricolari, ricordandomi di non aver aperto quell’odioso mattone perché la matematica non sarà mai il mio mestiere; ma che la maturità prima o poi la dovrò prendere, vivendo con mio padre che sembra Dante e mio fratello Ariosto.

Tu, che nella ricreazione mi fai rimanere col cornetto nel varco del desiderio senza gustarlo fino in fondo, a differenza degli amici di fronte alla scuola, seduti comodamente ai tavolini del bar in compagnia di colonne di fumo e puzza di cenere fredda e catrame.

Solo tu puoi interrompere quel professore vestito di scuro con giacca in tweed, gilet, camicia bianca, cravatta spesso leggermente slacciata e pantaloni una taglia più grande, con un’aria da intellettuale e anticonformista ma con la The Bridge color cuoio sulla cattedra, che proprio in quell’attimo fuggente in piedi come Robin Williams sta declamando da attore navigato l’inclito enjambement di Dante, ma tant’è. Vuolsi così colà dove si puote. E anche il professore deve obbedir tacendo!
Tu, che fai durare un’eternità gli ultimi tre minuti prima che i novelli narratori, liberi delle pesanti bisacce, rovescino tra le pareti di casa pezzi di vita ai loro genitori con gli occhi lucidi.
Riposati finché puoi, allora, mia odiata e amata campanella. Perché non è vero, come cantava Rosanna Fratello, che tre mesi sono lunghi da passare.

Sono passati in fretta, invece, questi lunghi giorni, infiniti solo nelle nostre menti quando, aggrappati alle finestre, col divertimento nella testa e gli endecasillabi ormai nel dimenticatoio, programmavamo le nostre estati.
Volati via, ahimè, tra spritz, falò sulle spiagge, libertà e libidine cucite sulla nostra pelle, salsedine sui corpi abbronzati di creme e di sole con le notti che rubavano sempre più tempo al giorno. È passato in fretta il tempo delle cicale senza catene e con le ali.
Settembre poi verrà, ma senza sole / e piangeranno solo gli occhi miei quando penso ai debiti da recuperare e a quei libri dimenticati nel sottoscala. Vorrei tornare indietro per un momento / ma il tempo non si ferma, corre lontano, cantava il grande Villa.

Ora le spiagge si svuotano in un soffio e i momenti dell’estate solo ricordi nei nostri mattoncini da rivedere e gustare di nascosto durante le noiose ore della consecutio temporum.
E così, presto quel batacchio tornerà a colpire il bordo, il metallo ricomincerà a urlare e noi saremo di nuovo lì, con un libro nello zaino e la colazione a metà, a contare i minuti che ci separano dalla libertà.
E quando quello strillo vibrerà lacerando l’aria la mattina del 15 settembre, di colpo quello stesso esercito di jeans assonnati, con nuove leve di esploratori senza bussola, sarà inghiottito dal forno impietoso per una nuova traversata e rovesciato fuori dopo sei ore di macerazione, coi loro corpi bagnati non più di sapore di mare ma di cipolle andate a male.

All’interno di quelle vetrate, dietro la cattedra, ritroveremo lo stesso professore in tweed leggero e camicia bianca. Povero diavolo, che rabbia mi fa quando penso all’accusa ingiusta che deve sopportare per far parte dell’unica categoria che gode di ben tre mesi di vacanza!
Sol chi non ha eredità di cultura poca gioia ha dei professori. E vede solo i novanta minuti di gioco dentro le aule, ma non nota il tempo per preparare la partita e stabilire chi ha vinto e chi ha perso, tra le scartoffie degli scrutini, le assenze giustificate e da giustificare, a giugno, e le torbide mattine della maturità, a luglio.

E quei libri e quotidiani da leggere, il continuo bombardamento di notizie – Putin Stretto di Hormuz MAGA Iran Palestina la grazia a Minetti Ranucci – su cui il professore deve essere preparato per rispondere alla famelica classe? Queste cose e altre ancora tra un tuffo in acqua e una granita al limone.

Per lui, a ben vedere, quei famosi tre mesi di vacanza non sono mai stati altro che un’illusione.
Resta un mese scarso. Un mese in ozio. Ma ozio letterario. Per preparare materiale da offrire come «Perle ai porci» a coloro che domani, abbandonate troppo presto le braghette per la divisa istituzionale, occuperanno gli scranni del comando e penseranno che gli insegnanti siano dei privilegiati. E lo grideranno dal piccolo schermo con quell’aria da asinus portans mysteria. Vedranno sempre lo spettacolo, ma non sapranno quanta regia dietro quella rappresentazione. Perché loro hanno occupato gli scranni senza il peso del Carbone-Campanile sotto il braccio, ma sempre con la tavoletta in mano per chiedere ciò che dovrebbero sapere.

Cara campanella, alla fine l’unica ad essersi veramente riposata tre mesi sei proprio tu! Testimone silente di intere generazioni. Che tu possa squillare ancora e conservare la tua funzione per molti anni, in questo mondo che troppo facilmente cambia il noto con l’ignoto, il certo per l’incerto costringendo la banderuola affumicata a girare senza pietà in assenza di punti di riferimento!

Squilla sempre più forte, caro vecchio ferro, cara compagna dell’età mia nova, e illumina con una manciata di neuroni quegli spettatori analfabeti che pretendono di giudicare i professori dai minuti di lezione dentro le quattro pareti grigie di un’aula scolastica. Ma le pareti del docente non hanno confini, e dal rumoroso vivere quotidiano egli, nel silenzio dello studio, sforna perle di saggezza da elargire ai suoi allievi.

Piero Luvara

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