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Prima ora - Notizie del 3 settembre

Tuteliamo i diritti di educatori e pedagogisti: sono figure di cui ci sarà sempre più bsogno

Vi scrivo e chiedo la vostra attenzione perché, come molte altre persone in Italia che svolgono la mia professione, sono arrabbiata, delusa, sconfortata e tanto stanca.

Sono una ragazza che sta per compiere 29 anni e sono un’educatrice socio-pedagogica e pedagogista, o almeno questo è quello che dicono le mie due lauree, quelle che hanno richiesto anni di studi, sacrifici e investimenti economici al pari di tante altre lauree. Fin dal primo giorno dei miei studi, ho creduto nella mia professione, difendendola sempre a spada tratta e difendendone il valore e l’importanza che effettivamente ha all’interno della società.

Ad oggi, però, mi trovo davanti ad affrontare una realtà difficile e dolorosa, fatta di sfruttamento, incertezze e condizioni lavorative a dir poco denigranti e vergognose.Non lavoro da molto tempo nel Terzo Settore, ma nel giro di pochi anni ho già avuto la possibilità di vedere con i miei occhi cosa vuol dire lavorare nel e con il sociale. In Italia, la realtà per chi lavora ogni giorno nel Terzo Settore è mortificante. Chi decide di intraprendere questa strada si trova di fronte a stipendi ai limiti della sussistenza, completa assenza di tutele e diritti, e carico di responsabilità sproporzionato rispetto al riconoscimento che realmente abbiamo.

Nella mia breve esperienza, ho provato a lavorare in diversi contesti: a scuola, come assistente all’autonomia. Il risultato? Se sei a casa durante le feste non vieni pagata, se il bambino o la bambina sono assenti da scuola non vieni pagata, il tutto raggiungendo meno di mille euro al mese.

Ho lavorato per una cooperativa che si occupava di educativa territoriale. Anche qui vieni pagato ad ore e non sempre in modo equo; il lavoro indiretto è quasi mai pagato in modo corretto. Chiamate, messaggi e brevi mail non vengono conteggiati nella rendicontazione a fine mese, con il telefono che suona ad ogni ora del giorno perché le famiglie, la cooperativa o i servizi ti chiamano di continuo e nessuno ti paga adeguatamente per lo stress giornaliero che questo provoca.
Molto spesso, le ore pagate sono quelle effettivamente svolte con le famiglie in carico e basta. Il resto viene confuso con passione, vocazione e dedizione. Tanta fatica per guadagnare non più di 1.200-1.300 euro al mese, quando sei fortunato.

Ho provato anche la strada della libera professione come pedagogista, aprendo uno studio privato, ma tutto ciò si è scontrato con la quasi totale assenza di riconoscimento e cultura istituzionale nei confronti della nostra figura professionale, consegnando a tale ufficio solo desolazione e sedie vuote.
Questo è sconfortante e svilente per chi studia anni e investe soldi e sacrificio in università e continua formazione.

Per chi vuole provare ad uscire da questo girone di cooperative e sfruttamento, e mettere le proprie competenze pedagogiche a disposizione della scuola pubblica, si trova davanti ad un sistema punitivo, un vero e proprio labirinto burocratico senza fine.

Per poter insegnare non basta solo laurearsi e avere i CFU necessari, ma bisogna attraversare un vero e proprio calvario di abilitazioni, CFU extra, bandi, graduatorie in continuo mutamento. Per non parlare dell’enorme esborso economico che tutto ciò richiede: se si vuole fare la specializzazione per il sostegno bisogna fare un ulteriore corso specifico, il TFA, dalla difficoltà e costo rilevanti; più vuoi raggiungere fasce alte della graduatoria, più bisogna fare corsi e pagare.

Mi domando questo: come si può chiedere ad un professionista sottopagato di indebitarsi e dover affrontare numerose ed elevate spese per poter svolgere un lavoro per cui ha studiato e ha già la formazione?

Mi trovo d’accordo nel dover assicurarsi adeguata formazione personale per poter a nostra volta formare, ma è davvero necessario tutta questa burocrazia e costi così elevati per farlo? Se almeno poi si avessero delle certezze, invece dopo studio, formazioni ed attese si hanno davanti ancora anni e anni di precariato.

Raccogliendo alcuni dati, la situazione in Italia è la seguente:

  • Secondo i rapporti di Almalaurea, a circa un anno dalla laurea magistrale in Scienze pedagogiche la retribuzione netta mensile è di 1.218 euro, per poi diventare di 1.450 euro a 5 anni dalla laurea. La media nazionale di tutti i laureati magistrali a 5 anni dalla laurea è pari o supera 1.900 euro netti. Pedagogisti ed educatori in media guadagnano il 25-30% in meno degli altri laureati.
  • Il Contratto Collettivo Nazionale del Terzo Settore prevede una paga base oraria netta tra i 7,50 e gli 8,50 euro. Cifre inferiori o al pari di altre mansioni che non richiedono titoli di studio. Ad esempio, un operaio specializzato/metalmeccanico senza titoli universitari prende in media dai 10 ai 12 euro all’ora, una badante senza titoli guadagna anche lei dai 10 ai 12 euro all’ora.
  • Sempre secondo Almalaurea, oltre un laureato in area socio-pedagogica su 3, circa il 32-35%, a un anno dalla laurea lavora in ambiti in cui il proprio titolo non è ritenuto efficace o necessario per le mansioni svolte.
  • Turnover selvaggio: le reti del Terzo Settore registrano da anni un tasso di abbandono elevatissimo: oltre il 40% degli educatori assunti nelle cooperative lascia il posto entro 3-5 anni dall’inserimento per cercare lavoro altrove, stremati dalle condizioni economiche e dalla mancanza di progressione della carriera.
  • Nelle professioni di cura come quella dell’educatore e pedagogista, è stato rilevato che a livello nazionale oltre il 60-68% degli operanti nel sociale e nella scuola soffre di sintomi riconducibili al burnout severo.
  • Per educatori e pedagogisti che cercano sollievo all’interno del contesto scolastico, il sistema prevede un esborso che varia dai 2.000 ai 3.000 euro per conseguire il TFA e/o abilitazioni. Somma di denaro che equivale a 2-3 intere mensilità solo per poter accedere al canale di reclutamento scolastico.

A rendere ancora più inaccettabile questa situazione è il confronto con gli altri Paesi europei, dove l’Italia si posiziona agli ultimi posti. In Paesi come Germania, Lussemburgo o Danimarca, un educatore lavora con contratti e stipendi che variano dai 2.300 ai 3.500 euro al mese, in quanto queste professioni sono percepite e riconosciute come pilastri sociali fondamentali, e non come l’ultima ruota del carro da svendere al ribasso nel privato sociale.
Ulteriore tasto dolente è la farsa dell’istituzione degli albi, Legge 55/2024. La legge in questione è stata approvata a inizio 2024 per istituire appunto l’Ordine delle professioni pedagogiche e i conseguenti albi dei Pedagogisti e Educatori socio-pedagogici.
Migliaia di persone come me hanno fatto domanda di iscrizione ad entrambi gli albi, ma ad oggi la burocrazia risulta essere bloccata e la situazione completamente in stallo. La situazione è vergognosa: nessuno sa se effettivamente le domande siano state ricevute o accolte e, nel mentre, continuiamo a rimanere sprovvisti di albi, riconoscimento e tutele.

Penso di poter parlare a nome di molti coetanei e giovani come me, che custodiscono nel cuore il desiderio e la voglia di costruirsi un futuro solido e che quotidianamente vedono spegnersi i propri sogni.

Come possiamo costruirci un futuro, una famiglia, sposarci e fare dei figli con questi presupposti? A malapena ci bastano i soldi per pagare un affitto, la spesa e le bollette. Spiegateci perché dobbiamo continuamente essere trattati come professionisti di serie B e come possiamo continuare a lavorare in queste condizioni arrivando spesso a rimetterci di salute e benessere mentale.

Con questa lettera chiedo con forza alle Istituzioni competenti e alla società civile:

1. Dignità salariale e contrattuale nel Terzo Settore: lo stop definitivo ai contratti d’appalto al massimo ribasso, il riconoscimento e la retribuzione di tutto il lavoro indiretto (programmazione, colloqui, messaggi, trasferte) e l’adeguamento delle tabelle salariali agli standard dei Paesi europei.

2. Il reale riconoscimento dei titoli universitari (L-19 e LM-85) nella scuola: l’accesso a percorsi abilitanti e di specializzazione sul sostegno gratuiti o a costi calmierati, che valorizzino i 5 anni di formazione pedagogica già acquisiti anziché trasformarsi in una tassa sul precariato.

3. Lo sblocco immediato degli Albi e dell’Ordine (Legge 55/2024): risposte trasparenti, tempi certi e l’operatività reale degli Albi dei Pedagogisti e degli Educatori socio-pedagogici per dare dignità e tutela legale alla categoria.

4. L’inserimento strutturato e di ruolo del Pedagogista nelle scuole di ogni ordine e grado e nei servizi pubblici del territorio.

Non siamo una vocazione a basso costo da sfruttare nei momenti di bisogno e dimenticare quando si parla di diritti. Siamo professionisti laureati e formati per occuparci della crescita, dell’inclusione e del benessere della collettività.
Un Paese che sfrutta chi si cura del suo futuro è un Paese che sta rinunciando a sé stesso. Siamo stanchi di vivere di passione e morire di precariato. Vogliamo diritti, stipendi adeguati, il nostro Albo e la dignità che ci spetta di diritto.
È ora che qualcuno ci dia una risposta e la considerazione che meritiamo.
Con la ferma speranza che questa denuncia non finisca per l’ennesima volta nel dimenticatoio, ma venga letta e presa in considerazione dalle Istituzioni e dalla stampa con la gravità che merita.

Anna Broccardo

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