L’attore Raoul Bova da domani interpreterà un dirigente scolastico, Stefano Fogli, un preside sognatore che fa dell’inclusione la sua missione. Il nome della fiction? Tutto l’amore che resta, in onda da stasera, 29 settembre, su Rai1.
Il protagonista è il fondatore di un istituto sperimentale che accoglie ragazzi con e senza disabilità. Stefano cerca di costruire un luogo dove ogni studente possa avere una chance e nessuno venga isolato. Ecco le parole di Bova ai microfoni di Vanity Fair: “Ho studiato alle magistrali e ho iniziato il tirocinio nelle scuole elementari. Volevo insegnare, era uno dei miei obiettivi. Sognavo una scuola in cui anche lo sport fosse alla base dei rapporti umani”.
“L’educazione sentimentale dovrebbe diventare materia da insegnare, fondamentale per gli uomini e le donne del futuro”. Bova si dice favorevole a una legge che vieti ai minori di 15 anni l’accesso ai social: “È necessaria”.
“Credo che la scuola non debba ghettizzare ma neanche creare alunni tutti uguali, omologati: sarebbe una grande sconfitta; bisogna invece evidenziare le diversità”.
Ecco cosa pensa Bova della questione stranieri nelle classi: “Io credo che la scuola debba essere di tutti, tutti hanno lo stesso diritto di essere rispettati. Ci sono cose che non riesco a decifrare in modo analitico, da dove arrivi un pensiero del genere, per cui debba esserci un tetto. L’importante è che ci sia unione tra i ragazzi”, ha detto a La Repubblica.
Fa parte del cast anche l’attrice Giulia Bevilacqua, che interpreta un’ispettrice del Ministero dell’Istruzione chiamata a verificare che nell’istituto sia tutto in regola. “No ad un linguaggio che parla di tetti o cose del genere. La priorità è dare alla scuola fondi e risorse, corsi di italiano pagati dallo Stato, se il problema è la lingua. Per i disabili, invece, servono insegnanti di supporto e di sostegno, più personale, più risorse, più soldi: è questo che manca alla scuola italiana. Serve anche più tempo per le materie legate all’educazione sentimentale. Ci sono tante cose che si possono fare: ci vuole un po’ di buona volontà e attenzione a tutte le dinamiche che di volta in volta si scatenano tra i giovani”, ha detto a Il Fatto Quotidiano.
“La scuola ideale è quella in cui gli insegnanti valorizzano le ‘stortezze’ degli alunni. Alla fine, siamo tutti un po’ storti. L’insegnante deve valorizzare quella stortezza, perché è ciò che ci rende unici. La scuola è di tutti e deve essere per tutti”, ha aggiunto, a La Repubblica.