Erano le 7.35 del mattino del 21 aprile 2025 – Lunedì dell’Angelo, secondo il calendario liturgico – quando papa Francesco lasciava per sempre questa terra. Dopo aver chiesto un bicchiere d’acqua al suo infermiere Massimiliano Strappetti – racconta il vaticanista Salvatore Cernuzio nel suo ultimo libro “Padre. Un ritratto inedito di papa Francesco” (Piemme) – ed essersi scusato per il disturbo. Un anno dopo, la figura del pontefice argentino “venuto quasi dalla fine del mondo” non smette di affascinare e destare interrogativi, per l’impegno instancabile a favore degli ultimi mostrato in vita e per la complessa eredità consegnata al suo successore. Quel Leone XIV che, mentre scriviamo, affronta l’ultima tappa del suo viaggio apostolico in Africa, culla di un cristianesimo “giovane” e forte, luminoso e troppo spesso minacciato dal terrorismo e dalla violenza politica, che nell’abbraccio al Santo Padre ribadisce la volontà di vivere la fede “sperando contro ogni speranza”, secondo l’insegnamento di san Paolo.
Dopo aver “rischiato” l’elezione già nel conclave del 2005 (come ricostruito da molti vaticanisti, e come confermato in qualche occasione da lui stesso), il cardinale Jorge Mario Bergoglio pensava di rientrare ben presto a Buenos Aires dopo quello del 2013, tanto da aver già prenotato l’aereo per il ritorno (“Ero sicuro di fare in tempo a celebrare le Palme nella mia diocesi”). Lo Spirito Santo (per i credenti) e la volontà del Collegio Cardinalizio di imprimere una svolta alla Chiesa (dopo il trauma delle dimissioni di Benedetto XVI e i vari scandali “Vatileaks”) decisero diversamente. All’età (76 anni) in cui la maggior parte degli uomini è in pensione tempo, Bergoglio prendeva sulle sue spalle il destino della Chiesa universale. Lo faceva con sconcertante semplicità, come un sacerdote inviato dal proprio vescovo in una nuova parrocchia. “Come vorrei una chiesa povera per i poveri”, le prime parole pronunciate a braccio, subito dopo l’elezione. Dettate non dalla retorica, ma dall’esperienza di sacerdote “di strada”, attento agli ultimi e alle periferie.
Nel ministero di successore di Pietro, Francesco portava i tratti che lo avevano contraddistinto in Argentina: quelli di un pastore “con l’odore delle pecore”, pronto a donarsi ai poveri, ai malati, ai drogati, ai carcerati, alle prostitute, agli ultimi degli ultimi della terra. Una vocazione al contatto che si sarebbe rivelata preziosa negli anni della pandemia, quando il mondo intero sarebbe stato costretto all’isolamento da un virus sconosciuto e terribile. Le immagini del Santo Padre che percorre la piazza San Pietro deserta, all’imbrunire e sotto la pioggia, per abbracciare l’umanità intera in una preghiera silenziosa e universale, sono destinate a rimanere nella Storia. Non meno che il rapporto inedito con il papa emerito Benedetto XVI, il mondo percorso in lungo e in largo nonostante l’impedimento della carrozzina, la lotta coraggiosa contro la malattia, la benedizione Urbi et Orbi pronunciata con un filo di fiato il giorno di Pasqua e quel giro in papamobile in piazza San Pietro, per abbracciare un’ultima volta i fedeli.
C’è anche un aspetto legato alla complessa eredità. Negli anni di pontificato sono state tante le scelte che hanno suscitato dei dubbi negli osservatori. A partire da una certa volontà di rompere gli schemi “per principio”, di fare programmaticamente stecca nel coro delle consolidate liturgie vaticane, liquidata dal medesimo come esempio di “locura” argentina e tuttavia difficili (talvolta dolorose) da accettare per una parte di fedeli. Dodici mesi dopo la sua scomparsa, il dibattito sui dodici anni di pontificato è ben lontano dall’essere concluso. Si può dire anzi che cominci soltanto adesso ad aprirsi, dopo l’elaborazione del lutto e la presa di coscienza della necessità di un giudizio sereno, che vada oltre le beatificazioni estemporanee (la Chiesa stessa è molto prudente sul “santo subito”) e le condanne politiche. Non è un caso che sin dai primi mesi di pontificato papa Leone sia stato impegnato a “ricucire” questo strappo, pur restando nel solco del predecessore su tutte le questioni principali, a partire dall’impegno per la pace.
Un ricordo di papa Francesco pubblicato da questa testata non può chiudersi senza un cenno al legame – del resto profondissimo – con il mondo della scuola. Come ricordato dal direttore Alessandro Giuliani già all’indomani della sua scomparsa, il Santo Padre – che aveva insegnato in gioventù – invitava i docenti “ad amare di più gli studenti difficili, quelli che non vogliono studiare, quelli che si trovano in condizioni di disagio, i disabili e gli stranieri, che oggi sono una grande sfida per la scuola”. L’appello era ad attenzionare soprattutto gli allievi “che fanno perdere la pazienza”, perché, parafrasando la Scrittura, “se amate solo quelli che studiano e che sono bene educati, che merito avete? Qualsiasi insegnante si trova bene con questi studenti”. A questi ultimi affidava un altro consiglio: “Una delle cose importanti nella vita è ascoltare, imparare ad ascoltare. Quando una persona ti parla, aspettare che finisca per capirla bene e, poi, se me la sento, dire qualcosa. Ma l’importante è ascoltare”. Un messaggio tratto direttamente dalla scuola del Vangelo, che ha parlato e parlerà a molte generazioni.