I nostri studenti sono immersi in una realtà in cui qualcuno tenta continuamente di smorzare la proporzione storiografica della persecuzione ebraica nella narrazione storica, usando questa narrazione a fini politici. Orbene, come far riflettere una classe di liceo sull’uso politico della Shoah, senza cadere nella retorica o nella polarizzazione?
Parlando di Shoah oggi, dopo tante “giornate della memoria” e 80 anni di commemorazioni ufficiali, si cede spesso alla tentazione di sovrapporre al racconto altre tragedie. Ciò avviene ad esempio dibattendo sull’equivalenza tra Shoah e altre vicende storiche (come l’esodo giuliano-dalmata o le stragi di mafia).
Per mantener viva la consapevolezza civile sui fatti del presente, al contrario, occorrerebbe un confronto critico, scientifico ed educativo sul passato, chiarendo analogie e differenze, per non confondere fatti con emozioni e schemi precostituiti (divenuti pregiudizi). Invece si continua a far del passato un uso retorico contro il “nemico” del momento, accusandolo di “fascismo”, “nazismo”, “antisemitismo”, secondo le opportunità propagandistiche immediate.
Così la memoria del genocidio ebraico è adulterata, strumentalizzata o banalizzata per legittimare opinioni riguardanti il presente, per attaccare avversari politici o per spostare il punto centrale del dibattito pubblico. Tale uso politico e ideologico della Storia riduce la complessità storica a veicolo di propaganda o di (de)legittimazione spicciola, che priva di contenuto il senso della tragedia e alimenta le polarizzazioni. Si semplificano le questioni emergenti mediante paragoni del tutto inappropriati. Si usano simboli, immagini e l’intero trauma della Shoah per criticare misure politiche contingenti, come le restrizioni sanitarie o l’azione di governi cui si è avversi, equiparando situazioni storiche totalmente incomparabili. Nel quadro internazionale nasce così la taccia di “comportarsi come i nazisti” indirizzata allo Stato di Israele (implicitamente accusando gli ebrei tutti di esser peggio dei propri aguzzini) o, viceversa, l’impiego della definizione di “antisemitismo” per delegittimare qualsiasi critica politica alle azioni del governo israeliano. Comportamenti entrambi scorretti e pretestuosi.
Va detto chiaro agli studenti: far ciò è sbagliato e controproducente, perché ostacola la causa della Pace. La Pace si fonda in primis sullo sforzo di comprensione delle ragioni dei contendenti, affinché possano dialogare e costruire insieme, smettendo di ostinarsi nella distruzione reciproca. «Occhio per occhio, e il mondo diventa cieco», diceva giustamente il Mahatma Mohāndās Karamchand Gāndhī.
Perché gli studenti capiscano, occorre spostare il centro dell’attenzione dalla nozione teorica all’analisi critica di fonti e linguaggi contemporanei. Dobbiamo partire dal mondo dei ragazzi, oggi immerso nei social media, il cui pane quotidiano è la banalizzazione strumentale del passato.
Facciamoli riflettere sull’uso propagandistico che oggi si fa della Storia e della memoria. La propaganda mira al consenso, attaccando un avversario vivente. Se ne servono attivisti e politici, spesso banalizzando e strumentalizzando il passato. La storiografia, invece, mira a comprendere quel passato, ricostruendo i fatti mediante documenti oggettivi. È un lavoro di ricerca, sviluppato da ricercatori e storici, che a loro volta potrebbero, se poco obiettivi, scivolare verso la falsificazione ed il negazionismo (cosa accaduta nel passato recente). La memoria, infine, celebrata da istituzioni e da testimoni, mira a condividere il trauma e a trarne insegnamenti civili ed etici; col rischio, però, di slittare nella retorica e nel vacuo ritualismo. Neanche la memoria, insomma, deve diventare un dogma.
Possiamo proporre agli studenti di cercare casi storici recenti (oppure messaggi sulle piattaforme social come Instagram, TikTok, X) in cui siano usati simboli della Germania nazista o della Shoah per criticare fatti attuali: per esempio, divieti di vario genere, discussioni su leggi scolastiche, capi politici di oggi definiti “Hitler”.
Passo successivo sarà porre alla classe la domanda: «Usare questo simbolo serve a capire meglio la situazione di oggi, o è solo una mossa per impressionare la gente e attaccare l’altra parte?». In tal modo porteremo maieuticamente i discenti a comprendere che, se riduciamo la Shoah a frasi esagerate o a ritornelli, ne annulliamo il vero senso storico, e persino la portata tragica e disumana.
Se i nostri ragazzi — nutriti con lo spettacolo televisivo della politica come scontro totale e rabbioso — capiscono che spesso la Storia viene usata come arma, possono sviluppare il pensiero critico. Può essere utile e divertente mostrar loro un video contenente un dibattito politico realmente avvenuto, in cui un politico lancia all’altro l’accusa di antisemitismo o di nazismo: li spingeremo quindi a confrontare il contesto storico reale degli epiteti con l’obiettivo politico di quei paragoni, onde riflettere se i paragoni abbiano fondamento scientifico o se, al contrario, mirino solo a fomentare l’emotività degli spettatori.
Si scoprirà che, se educati e istruiti, i giovanissimi sono molto più intelligenti di quel che potrebbero a prima vista apparire. Farli uscire dal guscio costruito per loro da un sistema malato, è uno dei miracoli che la Scuola — se intesa non come azienda, ma come istituzione costituzionale, e se fondata non su una astratta e burocratica “offerta formativa”, ma sulla libertà e sulla professionalità dei docenti — può compiere.