Il ripetersi oggi di politiche di genocidio appare particolarmente grave ai nostri ragazzi e ragazze più sensibili e informati. È quindi utile inserire l’argomento in una lezione di filosofia o di storia (o di educazione civica), per fornire gli strumenti culturali che permettano di riflettere autonomamente sulla questione, sviluppando anticorpi contro il contagio dilagante del razzismo e del disprezzo per l’Altro diverso da noi.
Tra i filosofi che studiarono la Shoah riflettendo su come essa sia stata possibile, si distingue l’insegnamento di Karl Jaspers (1883-1969), psichiatra e filosofo tedesco. Il regime nazista lo costrinse a scegliere tra fuga all’estero e divorzio da sua moglie, che era di religione ebraica: per i nazisti quel matrimonio lo rendeva nemico della Germania. Era il 1937. Jaspers aveva 54 anni, e dal 1919 insegnava filosofia nell’università di Heidelberg. Non fuggì. Visse in clandestinità con la moglie ad Heidelberg fino alla fine della guerra, salvandosi dall’arresto per l’arrivo degli Alleati. Nel 1929 era stato relatore della tesi di laurea di Hannah Arendt, diventandone poi amico. Profonda era stata la sua amicizia con Martin Heidegger: ma tale amicizia fu presto troncata dall’adesione di Heidegger al nazionalsocialismo. Dopo la guerra, Jaspers riprese la propria cattedra ad Heidelberg.
Le sue prime lezioni vennero raccolte nel 1946 nell’opera La questione della colpa, in cui l’Autore esamina le colpe individuali e collettive del popolo tedesco nella Shoah. I nazisti che si erano macchiati di crimini, secondo Jaspers erano stati colpevoli giuridicamente, in quanto individualmente avevano violato le leggi in nome di princìpi la cui validità non era oggettivamente dimostrabile. La colpa era però anche metafisica, e riguardava tutti i tedeschi che avevano chiuso gli occhi davanti all’orrore della segregazione razziale, in quanto chiunque tolleri o non contrasti azioni inique e crudeli contro altri esseri umani, calpesta il principio della solidarietà umana.
Tutti hanno una comune responsabilità circa il tipo di regime che li governa; di conseguenza tutto il popolo tedesco era, in misura diversa per ogni individuo, colpevole politicamente. Ognuno, infine, di fronte alla propria coscienza era, in proporzioni diverse, colpevole moralmente.
Molti pensatori e filosofi si sono occupati da allora di questi temi. Il tema del male (fatto e subìto) viene tuttora analizzato da filosofi e teologi. Perché è possibile che tanti innocenti soffrano pene indicibili a causa di un odio gratuito, originato da pregiudizi, ignoranza, ideologia? Com’è possibile l’esistenza di carnefici sadici e maniaci come quelli nazifascisti? E attraverso quali meccanismi psicologici l’individuo può scivolare in quella che Primo Levi chiamò zona grigia, ossia la collaborazione di alcuni perseguitati con l’oppressore per salvarsi a danno di altri perseguitati?
Un regime tirannico e totalitario sa come sfruttare a proprio vantaggio le falle della saldezza mentale umana. Obiettivo del totalitarismo è separare la razionalità dai sentimenti: esso domina questi ultimi mediante il controllo sull’educazione, in modo da ostacolare e manipolare i sentimenti stessi e la ragione dell’individuo, inibendone la capacità di empatia: ennesima dimostrazione che la libertà d’insegnamento è fondamento e condizione della democrazia e della civiltà stessa.
Il principio della delega (presente anche in democrazia) fa sentire i cittadini non responsabili delle brutture che il Potere commette in nome della legalità e dell’autorità, ad esso delegate. La massificazione fa il resto, perché tutti tendono a far ciò che tutti fanno. Il pregiudizio ideologico, costruito ad arte, sostituisce il pensiero critico e lo impedisce. Odio e paura vengono insufflati nella popolazione come benzina sul fuoco.
Il filosofo francese Paul Ricoeur (1913-2005), di religione cristiana protestante, pubblica nel 1986 l’opera Il male. Una sfida alla filosofia e alla teologia, nella quale riflette sul tema dell’origine del male, già affrontato da Immanuel Kant e, prima ancora, da Agostino d’Ippona. Colpa, dolore e morte sono concetti che inevitabilmente sfiorano il tema della trascendenza, misterioso anche per una mentalità laica. Il male non si può spiegare come punizione di una colpa, visti i milioni di innocenti che coinvolge. «A che mi serve l’inferno per i carnefici, a che può rimediare l’inferno, quando i bambini sono già stati martirizzati?» (F. Dostoevskij, I Fratelli Karamazov). Per fronteggiare il male, i ragionamenti non bastano: occorrono azioni concrete, perché agire politicamente o eticamente contro la violenza riduce la sofferenza dell’umanità. Occorre dunque sanare le condizioni sociali, garantire i diritti e realizzare istituzioni giuste, cessare i conflitti armati e le disuguaglianze culturali, economiche e strutturali, che generano sofferenza.
Fondamentale — scrive Hans Jonas (1903-1993) ne Il principio responsabilità (1979) — il “coraggio della responsabilità”, per creare un’umanità pronta all’empatia con tutti gli esseri viventi e a farsi carico dei problemi presenti (come quello ambientale e quello del culto della tecnologia).
Temi attualissimi oggi, in un momento storico in cui l’ultraliberismo imperante ovunque e i numerosi governi di estrema destra sparsi per il pianeta hanno risvegliato mostri che credevamo sepolti per sempre: odio sociale, classismo, razzismo, guerre di sterminio, classi dirigenti pronte all’uso di armi termonucleari, distruzione deliberata di interi ecosistemi in nome del dio profitto. Per questo è opportuno discuterne con gli studenti, che saranno gli italiani di domani. Doloroso ma necessario, per loro, confrontarsi con temi difficili come questo, di vitale importanza per il futuro dell’intero genere umano.