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09.05.2026

Educazione civica: Raphael Lemkin, padre della parola “genocidio”, paladino dei diritti delle minoranze

Ignorato dai più, malgrado la sua importanza per l’umanità odierna e futura, è oggi il nome di Raphael Lemkin, l’avvocato che per primo coniò il termine genocidio. Inserirlo in un curricolo di educazione civica può ravvivare negli studenti l’interesse per una disciplina altrimenti avviata verso lo stesso burocratico impoverimento, che avvolge quanto sulla Scuola cala dall’alto per decisioni politiche che prescindono dai docenti.

49 suoi familiari massacrati dai nazisti

Nato il 24 giugno 1900 a Wołkowysk (comune della Polonia allora nell’impero russo, ma oggi appartenente alla Bielorussia), Raphael Lemkin fu un ebreo polacco. Dopo l’invasione nazista della Polonia nel settembre 1939, riuscì a fuggire in treno. Il treno fu però bombardato, ed egli scappò rocambolescamente attraverso le foreste, mettendosi infine in salvo negli Stati Uniti d’America.

Dal nazismo non si salvarono, invece, 49 suoi parenti, assassinati nella Shoah con oltre 10 milioni tra ebrei, rom, sinti, disabili, antifascisti, omosessuali. Ciò dimostrò la giustezza della battaglia che, in solitudine, Lemkin aveva intrapreso già dagli anni ‘30: era necessario proteggere tutti gli esseri umani da qualsiasi sterminio. Occorreva una legge sovranazionale che prevenisse i massacri.

Contro tutti gli stermini, la necessità di una legge internazionale

Annientamenti di popoli inermi erano sempre avvenuti, prima e dopo la Shoah. Recentissimo era quello perpetrato dallo Stato turco contro gli armeni (1915-1923, 1,5 milioni di vittime): nessuno dei responsabili era stato punito. Qualche parente degli uccisi si era fatto giustizia da sé. Ad esempio nel 1921 a Berlino uno studente armeno aveva ucciso Talaat Pascià, già ministro degli interni dell’impero ottomano. A Parigi nel 1926, d’altronde, un ebreo ucraino uccise Symon Petliura, ex capo della Repubblica Popolare Ucraina, responsabile di alcuni pogrom.

Secondo Lemkin la giustizia non poteva essere un’iniziativa personale di singoli, né una vendetta. Urgeva una legge internazionale, fatta rispettare da una Corte sovranazionale. La distruzione di una comunità etnica doveva essere considerata non solo una barbarie o un affare interno di un singolo Stato, ma un crimine contro l’umanità, proibito e punito in tutto il mondo.

Bastava leggere il Mein Kampf per intuire l’orrore incombente

In nome di questo principio, Lemkin propose questa norma internazionale alle Nazioni Unite, mentre già Hitler prendeva il potere e il suo Mein Kampf faceva presagire quanto di orribile stava per esser perpetrato. Il tutto mentre le comunità ebraiche europee sottostimavano il rischio rappresentato dall’odio antisemita dei nazifascisti, certe di cavarsela con danni limitati, come altre volte nella storia era capitato.

Lemkin tra 1941 e 1942 chiese a Roosevelt di prendere in considerazione seria le notizie terribili che giungevano dall’Europa occupata da Hitler e Mussolini, e di fare della guerra contro di essi una lotta di liberazione degli ebrei. Roosevelt sottovalutò le argomentazioni di Lemkin, e gli chiese “pazienza”, perché la guerra mondiale era per lui ben altra cosa.

Nasce la parola genocidio: eseguire ordini delittuosi diventa un delitto

Fu allora che Lemkin pubblicò nel 1944 la sua opera fondamentale: Il dominio dell’Asse nell’Europa occupata (Axis Rule in Occupied Europe), che conteneva per la prima volta la parola genocidio, “sterminio di una stirpe”. Non era un semplice neologismo di origine greca e latina, ma la nascita d’un nuovo parametro giuridico ed etico, che dava un nome preciso a un delitto non previsto prima dal diritto internazionale. Ne conseguì un principio importantissimo: chi esegua ordini illegali (come quelli miranti al genocidio), è sempre e comunque responsabile di averlo fatto, e non è giustificato dall’intenzione di eseguire ordini. L’obbedienza cessava di essere una virtù, se non subordinata all’etica.

Era una rivoluzione del pensiero, e Lemkin fu tenacissimo nell’attuarla. Tuttavia, malgrado i suoi sforzi, e nonostante la tragedia che aveva travolto la sua famiglia, le delegazioni ONU lo trattarono spesso come un fastidioso seccatore. Eppure, alla fine, Lemkin vinse la battaglia civile e nonviolenta per far riconoscere il genocidio come il peggiore dei crimini. Quando un gruppo intero è annientato — sosteneva Lemkin — tutta l’umanità è mutilata: è perciò necessaria una giustizia planetaria che prevenga questo atroce delitto contro l’umanità, spegnendolo sul nascere. Ecco perché, nel Giardino dei Giusti di Gerusalemme, Lemkin, Giusto fra le Nazioni, è un’icona dei diritti umani.

Impedire i genocidi diviene un obbligo giuridico per tutto il pianeta

Il suo lavoro costituì la base giuridica del processo di Norimberga, cui Lemkin partecipò come consulente del procuratore capo Robert H. Jackson. Nel 1946 l’ONU riconobbe il genocidio come crimine internazionale. Gli stati piccoli manifestarono un consenso tale, da far sentire obbligati persino gli USA ad aderire.

Nel 1951 Lemkin riuscì a far entrare in vigore la UN Genocide Convention (Convenzione ONU per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio), che definisce nel dettaglio le caratteristiche giuridiche di questo mostruoso crimine. Oggi aderiscono alla Convenzione ben 149 stati su 195. L’adesione implica l’obbligo d’impedire attivamente qualsiasi iniziativa mirante al genocidio etnico, razziale, nazionale, religioso.

Un genocidio, secondo Lemkin, poteva essere anche culturale o politico; ma l’Unione Sovietica — non a caso — si dichiarò contraria: e non se ne fece nulla. Lemkin considerava genocidio anche lo sterminio per fame degli ucraini perpetrato nel 1932-33 dallo Stato sovietico; ma nel 2015 Putin ha bollato come “estremisti” gli scritti di Lemkin, vietandone la lettura in Russia.

Non ebbero per lui la gratitudine che avrebbe meritato

Lemkin morì povero, solo e dimenticato. La morte lo rapì il 28 agosto 1959, a 59 anni, d’infarto, su una panchina di New York. Dal 1992 l’ONU nomina uno special advisor per prevenire i genocidi; eppure un vero impegno internazionale in tal senso non esiste ancora, come dimostrano i tanti genocidi cui continuiamo ad assistere ed i tentativi di nasconderli, camuffarli, negarli.

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