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14.08.2026

Vannacci vuole il ritorno alle classi differenziali, ma la scuola che riconosce non separa

Da Rosaria Corigliano, coordinatrice MIDA, riceviamo e pubblichiamo

Sono una docente della scuola pubblica italiana e, in particolare, una docente di sostegno. È proprio dalla mia esperienza quotidiana che sento il dovere di intervenire sulla proposta di Roberto Vannacci di reintrodurre le classi differenziali per gli alunni con disabilità.
Personalmente considero questa proposta un abominio culturale e pedagogico e un pericoloso passo indietro. Non lo dico per appartenenza ideologica, ma perché vivo ogni giorno la scuola e conosco il valore dell’inclusione.

La scuola italiana ha scelto di superare la separazione e di riconoscere che ogni alunno ha diritto a crescere, apprendere e relazionarsi insieme ai propri compagni. Inclusione non significa ignorare le differenze, ma riconoscerle senza trasformarle in esclusione.
In questa direzione considero importante l’impostazione del Ministro Giuseppe Valditara, che ha riportato al centro la persona, le sue peculiarità, le sue potenzialità e il valore del merito. Valorizzare il merito non significa chiedere a tutti gli stessi risultati, ma mettere ciascuno nelle condizioni di esprimere al meglio le proprie capacità.

Il merito non è l’opposto dell’inclusione: ne è parte integrante.
La scuola ha però anche una responsabilità fondamentale: educare alla libertà, al rispetto e alla responsabilità nelle relazioni. Le Nuove Indicazioni Nazionali 2026 richiamano la parità tra uomo e donna, il superamento degli stereotipi e la costruzione di relazioni fondate sul rispetto.
Questo non è fare ideologia. È educazione civica, educazione all’affettività, educazione alla libertà.

Per questo non condivido la lettura di Vannacci del patriarcato e l’idea degli “uomini forti” chiamati a proteggere le donne.
Per me un uomo è forte quando sa governare se stesso, accettare un rifiuto, una frustrazione o una separazione senza trasformare il dolore in possesso o violenza.
Una donna non è libera perché qualcuno la protegge. È libera perché è una persona.
Lo stesso principio vale nella scuola: una bambina non deve essere considerata fragile perché è una bambina e un alunno con disabilità non deve essere separato perché ha bisogni diversi.

La differenza non deve diventare una condanna.
Se l’inclusione presenta criticità, affrontiamole. Investiamo in insegnanti, formazione, sostegno, strumenti e risorse. Ma non separiamo.
Da docente di sostegno credo che il compito della scuola sia guardare prima alla persona e poi alla sua difficoltà. Un alunno non è la sua disabilità: è una persona con una propria identità, capacità e potenzialità.
Per questo non dobbiamo chiederci come separare meglio, ma come includere meglio.

Voglio una scuola capace di valorizzare chi eccelle, sostenere chi è in difficoltà e accompagnare ogni alunno verso la migliore espressione possibile delle proprie capacità.
Non voglio tornare alle classi differenziali. Voglio una scuola che riconosca le differenze, valorizzi il merito e non lasci indietro nessuno.
Perché il vero progresso non è costruire muri tra le differenze, ma trasformarle in ricchezza per tutti.

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