Cyberbullismo, pedopornografia, violenza. Sono tante le minacce che si possono incontrare sul web, e che colpiscono soprattutto i più fragili, a cominciare dai bambini. Fenomeni che purtroppo sono in crescita, per combattere i quali è necessaria molta prevenzione, che inizia proprio a scuola. A dirlo è Marcello La Bella – primo dirigente della Polizia di Stato, responsabile del Centro Operativo Sicurezza Cibernetica – Sicilia Orientale – noto ai più come Polizia Postale – nel corso della nuova puntata di “Logos. Storie e parole del mondo della scuola”. Una lunga conversazione, nella quale il dirigente ha illustrato gli ultimi dati dei crimini informatici e il lavoro messo in campo per combatterli.
La priorità, appunto, è mettere in salvo i più piccoli. Ma anche gli adulti possono essere oggetto di violenze sul web, sotto forma di insulti, minacce e provocazioni. Un tema ben noto ai docenti, che spesso sono “vittime” dei genitori degli alunni. Come emerso da una rilevazione condotta da questo giornale, il 74% degli insegnanti dichiara di essere oggetto di violenza da parte delle famiglie dei ragazzi. Di questi solo il 5%, per fortuna, parla di violenze fisiche, mentre il 25% dichiara di averle subite per via digitale, attraverso mail, social e piattaforme di messaggistica istantanea. E se alcuni casi possono apparire grotteschi (come quello di una mamma che ha “maledetto” il consiglio di classe per un voto troppo basso), secondo il dirigente La Bella si tratta di fenomeni che non vanno sottovalutati affatto.
Spesso, purtroppo, avviene il contrario. Come dimostra il fatto che le violenze online, a differenza di quelle fisiche, non vengono denunciate. Proprio quella, però, è la precondizione per intervenire. “Questo tipo di reati sono procedibili dietro querela di parte”, spiega il dirigente. “In altre parole, la vittima deve formalmente denunciare l’accaduto alle forze di polizia che ci consente in questo caso poi di andare a verificare chi è l’ignoto. Per fare questo abbiamo anche necessità di atti dell’autorità giudiziaria. Queste forme di violenza, ahimè, ci sono”, conclude. “Gli insegnanti devono capire che per intervenire abbiamo bisogno delle denunce. E che si tratta di episodi molto seri, che non vanno presi sotto gamba”.