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07.11.2026

Voti contestati, cosa deve fare un docente? Autonomia professionale, criteri di valutazione e diritto degli studenti a capire il giudizio

Basta inserire sul registro un 5 in una verifica di storia che repentinamente arriva una mail della famiglia che chiede spiegazioni, o di uno studente che non capisce dove abbia sbagliato continuando a contestare il voto. È una scena frequente, che di solito si verifica nelle prime settimane dell’anno scolastico, soprattutto nelle classi iniziali della scuola secondaria di secondo grado. Ma fino a che punto il docente deve rendere conto del proprio giudizio, e dove comincia la sua autonomia professionale?

Autonomia sì, arbitrio no

Partiamo sempre dalla normativa che aiuta a comprendere il sistema di valutazione per non incorrere in errori, o vizi di forma. Nella fattispecie a supportare il docente nell’espletare le sue funzioni è il D.Lgs. 62/2017 che all’art. 1 sottolinea “la valutazione è effettuata dai docenti nell’esercizio della propria autonomia professionale, ma in conformità con i criteri e le modalità definiti dal collegio dei docenti e inseriti nel PTOF”. Per il secondo ciclo lo stesso impianto è confermato dal DPR 122/2009, di recente riformulato dal DPR 135/2025. L’autonomia, garantita anche dalla libertà di insegnamento sancita dall’art. 33 della Costituzione, è la responsabilità di applicare con competenza criteri condivisi e noti.

La famiglia non può pretendere la modifica di un voto sulla base di una diversa opinione sul merito in quanto il giudizio tecnico resta del docente e, in sede di scrutinio, del consiglio di classe. I genitori, d’altra parte, hanno pieno diritto di capire come sia stato dato quel voto alla verifica sostenuta dal discente.

Un diritto dello studente, prima che un obbligo del docente

Conoscere l’esito della propria valutazione, in termini di tempestività e di trasparenza, rientra tra i diritti dei discenti come sancisce lo Statuto delle studentesse e degli studenti (DPR 249/1998, art. 2, c. 4). Proprio in merito allo Statuto citato, è dovere dei docenti inserire i voti sul registro elettronico, e dunque comunicare gli esiti delle verifiche scritte e orali, in un tempo congruo ad attivare un processo di autovalutazione che aiuti lo studente a individuare punti di forza e di debolezza. La trasparenza nasce come condizione perché la valutazione svolga la funzione formativa che il D.Lgs. 62/2017 pone al centro. Lo stesso decreto chiede al collegio di assicurare omogeneità, equità e trasparenza e alla scuola di informare tempestivamente le famiglie su criteri e risultati.

Va ricordato, infine, che le valutazioni sono atti della scuola soggetti alla legge 241/1990: verifiche corrette e annotazioni sul registro sono accessibili, e il giudice amministrativo non entra nel merito tecnico, ma ne verifica logicità, coerenza con i criteri dichiarati e adeguatezza della motivazione.

Che cosa significa, in concreto, motivare

Motivare, in sostanza, vuol dire rendere riconoscibili tre elementi: i criteri della valutazione, noti prima della prova (e sarebbe ancor più utile attraverso una griglia condivisa in anticipo) in funzione preventiva contro ogni forma di contestazione; scrivere un commento essenziale con correzioni leggibili e chiare, evidenziando gli indicatori; la prospettiva di miglioramento, indicando cosa manca per raggiungere quel “gradino in più” per arrivare al livello di apprendimento successivo.

Un 5 in storia, accompagnato da un commento chiaro e puntuale, come ad esempio: “l’alunno/a dimostra conoscenze frammentarie, esposte senza collegamenti: vanno rivisti i nessi causa-effetto” dice allo studente molto più del numero in sé – anche perché “gli studenti non sono un numero” – e mette la famiglia nella condizione di sostenerlo invece che di contestare il metro di giudizio del docente.

Il colloquio come occasione

Quando arriva la contestazione da parte di un alunno e dei suoi genitori conviene chiarire bene i criteri utilizzati nella valutazione dello stesso discente, tra questi è opportuno, prima di tutto, mostrare la prova, esaminare punto per punto la griglia di valutazione, distinguere le conoscenze e competenze acquisite e consolidate da ciò che va migliorato e approfondito. Così un potenziale conflitto diventa alleanza educativa, coerente con il patto di corresponsabilità. Se emerge un errore materiale, correggerlo è segno di serietà e professionalità, al contrario, se la contestazione riguarda il merito, il docente può confermare con serenità il proprio giudizio, la cui solidità poggia proprio sulla chiarezza con cui è stato costruito.

Trasparenza come strumento didattico

Lo studente che comprende i criteri impara a fare autovalutazione, quest’ultima è una competenza (imparare ad imparare) da acquisire in itinere, permettendo al discente di rileggere un elaborato con gli occhi del valutatore, di riconoscere gli errori ricorrenti, misurando i propri progressi nel tempo. La trasparenza non è un adempimento da esibire in caso di ricorso da parte dei genitori dell’alunno, ma la pratica che rende la valutazione ciò che la norma chiede, ossia uno strumento per imparare. Potremmo aggiungere “imparare a fare meglio”.

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