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Aggiornato il 20.03.2026
alle 13:30

Aggressioni contro i docenti, le testimonianze sulla violenza in rete: “Insulti, minacce e maledizioni via web”

C’è chi ha ricevuto mail di minaccia, nuova versione della classica lettera minatoria. C’è chi è stato insultato in chat, con parole che non si potrebbero ripetere in pubblico. E c’è chi è stato preso di mira sui social, senza nessun riguardo per l’immagine propria e della propria famiglia. La violenza nei confronti dei docenti viaggia sul web, e sempre più spesso è messa in atto dai genitori degli studenti. E non si pensi che, per il solo fatto di essere virtuale, sia meno grave di quella reale. Come spiegato a La Tecnica della Scuola dagli addetti ai lavori – avvocati, sociologi e forze dell’ordine – molto spesso ciò che viene minacciato in rete viene poi attuato nella vita reale. Non è un caso che tali azioni possano essere duramente sanzionate. Purtroppo, nonostante la legge, gli episodi di violenza online sugli insegnanti sono sempre più frequenti. Come dimostrano le statistiche, ma anche le testimonianze raccolte da questo giornale nel corso della rilevazione dedicata al rapporto (tossico) tra insegnanti e famiglie.

Minacce ai docenti, il ruolo dei social

Come detto, le minacce possono essere le più varie. In qualche caso, per innescare la rabbia delle mamme e dei papà non serve nemmeno inoltrarsi nell’anno scolastico. “Sono stato diffamato via social (Facebook) il pomeriggio di un primo giorno di scuola del 2022, da una genitrice insoddisfatta“, scrive un docente. In altri, la violenza digitale si affianca a quella fisica. “Sono stata minacciata di venire picchiata da parte di un genitore, e sono stata diffamata su Facebook da parte di una mamma”, racconta un’altra prof. “Non era esplicito il mio nome, ma si poteva capire a chi veniva diretto l’insulto. In entrambe le situazioni ho informato il dirigente scolastico, e ho prodotto relazioni ben dettagliate”. Una mossa che è servita solo in parte. “Nel secondo caso la genitrice, su lettera scritta dal dirigente, ha cancellato il post“. La minaccia di essere picchiata, con tutte le conseguenze del caso, anche psicologiche, è più difficile da rimuovere.

Dalla lettera minatoria alla mail di minaccia

Se i social vanno per la maggiore, c’è chi non rinuncia alla cara, vecchia mail. Diversi casi, infatti, raccontano di insulti e minacce pervenuti attraverso indirizzi di posta elettronica, pubblici e privati. “La madre di uno studente mi minacciò via mail”, informa un docente, “dicendo che incentivavo alla vaccinazione”. Un riflesso dell’annosa polemica tra pro vax e no vax? Niente affatto, sottolinea il professore. “Semplicemente, durante il Covid avevo avvisato la classe che sarei mancato per recarmi a fare il vaccino. Il genitore minacciò di avvisare la dirigenza, che poi ovviamente ho avvisato io”. Tra le testimonianze pervenute, del resto, c’è anche quella già raccontata da La Tecnica della Scuola sulla mamma che “tramite mail ha maledetto il consiglio di classe, perché la figlia aveva preso solo otto all’esame di terza media”. Troppo poco, evidentemente, secondo l’orgogliosa genitrice.

La violenza corre (anche) sulle chat online

Insomma le diffamazioni via mail e social sono “frequenti”. Ma anche quelle sulla messaggistica istantanea – WhatsApp, Messenger, Telegram, per citare solo le più utilizzate – sono sempre più diffuse. Lo racconta un professore in un’altra testimonianza. “Il padre di un alunno, anziché collaborare nella gestione educativa del figlio, ha pubblicamente screditato noi docenti all’interno della chat di classe, contestando il provvedimento adottato e tendendo a minimizzare tali comportamenti”. Un’ulteriore prova di come il patto educativo tra scuole e famiglie appaia logorato, insomma. Tante altre risposte, in ogni caso, puntano l’attenzione sulle minacce operate attraverso la messaggistica. Qualcuno dichiara di aver ricevuto “calunnie e diffamazioni via chat”, qualcun altro denuncia che “sulle chat si scrivono delle cose allucinanti sugli insegnanti”. Episodi gravi, che troppo spesso si traducono in violenza reale. E che, in caso di denuncia, possono avere seri risvolti giuridici, sia in sede civile che penale. Altro che “virtuale

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