Qualche settimana fa una lunga lista di compiti per le vacanze, assegnata a uno studente di seconda superiore, è diventata oggetto di discussione sui social dopo essere stata condivisa da una mamma con lo scrittore e insegnante Enrico Galiano. Il post, che ha raccolto migliaia di visualizzazioni e oltre mille reazioni, ha riportato al centro dell’attenzione un tema che da anni divide famiglie e docenti: il carico degli esercizi estivi e la sua reale utilità.
Ma con l’avvento dell’IA, strumento sempre più affinato (tra poco verrà rilasciata, tra l’altro, la nuova versione di ChatGpt for teens, con la modalità studio), ha ancora senso assegnare compiti scritti?
Sicuramente assegnarli permette agli studenti di non staccare completamente il cervello e comunque provare, nell’ozio estivo che può diventare soffocante, a portare a termine qualcosa. Ma i docenti ormai sanno che molto probabilmente, anche complice il tanto tempo a disposizione, i ragazzi proveranno a inventarsi qualcosa per non svolgerli, o comunque svolgerli “a cervello staccato” con l’ausilio dell’intelligenza artificiale.
Già quasi un anno fa, ai microfoni della Tecnica della Scuola, il docente e formatore Giovanni Morello ha detto la sua, sottolineando il bisogno di ripensare il rito dei compiti per casa: “Mi è capitato di sentirmi proporre elaborati di un certo livello da parte di studenti che fino a quel momento non avevano avuto questo tipo di prestazioni. L’insegnante, ovviamente, lo vede subito. In effetti, il rito della verifica dei compiti svolti a casa, per esempio, va rivisto”.
“Non ci si può limitare a dire: ‘Leggimi il tuo elaborato sulla lezione di ieri’. Quello che hanno scritto, se non mi convince molto in termini di effettiva paternità, non lo considero molto. La prova finale, per me, è quella orale, in cui loro cioè spiegano cosa hanno scritto, lo motivano e supportano con le loro considerazioni, i loro collegamenti e il loro linguaggio. In questo modo, il meccanismo del cheating (barare) si smonta immediatamente. L’elaborato scritto a casa, per me, non soddisfa in alcun modo il compito assegnato. Saper commentare personalmente l’elaborato svolto a casa soddisfa quel compito. Non meno di questo. Se risulta che è stato copiato, non è stato neanche svolto”.
Nel video pubblicato sui social, Galiano ripercorre l’elenco ricevuto, relativo a sole quattro discipline: scienze, inglese, matematica e fisica. Per scienze un libro a scelta e cinque puntate di un podcast; per inglese un libro con esercizi, pagine di grammatica e verifica a settembre; per matematica almeno 129 esercizi più diverse pagine di teoria da studiare; per fisica il ripasso dell’intero programma, la correzione delle verifiche svolte e un documento di otto pagine da analizzare.
Galiano solleva anche il tema della verifica del lavoro svolto, portando ad esempio la disciplina più gravosa: “129 esercizi per 20 studenti vuol dire 2580 esercizi da correggere a settembre”. Per l’insegnante la regola dovrebbe essere assegnare solo ciò che si è in grado di correggere, perché un carico eccessivo rischia di tradursi in un lavoro fatto male anche dagli studenti più diligenti, tra copiature, uso di app e compiti accumulati negli ultimi giorni.
Osservando la raccomandazione finale della docente di inglese, “riposate”, Galiano fa notare come ogni insegnante assegni i propri compiti in modo indipendente, senza reale contezza del carico complessivo accumulato dallo studente. Ne emerge, spiega, “l’idea di una disorganizzazione fra i docenti e una mancanza di comunicazione“: un paradosso per una scuola chiamata a insegnare proprio il lavoro di squadra.