C’è qualcosa di diverso nelle agitazioni studentesche e sociali di questa fine 2026. Le decine e decine di scuole e università occupate (con danno alla già ferita pubblica istruzione) vedono da parte studentesca rivendicazioni più ampie del solito, non ristrette all’immediato contingente. Si contesta lo smantellamento dell’istruzione pubblica: le proteste — pacifiche nel 99% dei casi, eccezion fatta per le tetre prodezze degli “sfasciacarrozze” nerovestiti (utili idioti al servizio della repressione) — han come obiettivo i tagli a Scuola e Università, e le riforme che rendono più restrittivi i criteri di “merito” per nascondere le difficoltà economiche che affliggono gli studenti provenienti da famiglie meno facoltose. Si accusa una “selezione” non più basata sull’impegno individuale, ma sull’estrazione sociale. Banalmente, si è compreso che da 35 anni chi non è agiato non può proseguire gli studi nemmeno se è bravo.
I giovani sono più consapevoli che il loro percorso di studio va fatalmente a sfociare in un mercato del lavoro con bassi salari d’ingresso e contratti instabili. Le piazze autunnali, con gli studenti al fianco dei sindacati — di base — dei lavoratori (come non si vedeva dal 2008), stan lì a dimostrarlo. Il modello economico-sociale ultraliberista che schiaccia il mondo, imponendo il rinvio forzato di qualsiasi progetto di vita autonoma, è finalmente contestato dalle fondamenta, proprio da quei giovani che lo stesso sistema vorrebbe assopiti, consumisti, indolenti, schiavi di mille dipendenze, e pronti, al più, a chieder solo aule accoglienti.
Il turboliberismo accelerato pregiudica i diritti civili e sociali fondamentali, inclusa la pianificazione familiare. La precarietà contrattuale impedisce l’accesso ai mutui per l’acquisto della casa e nega stabilità a lungo termine. I bassi salari d’ingresso non permettono di fronteggiare i costi crescenti di gestione e crescita d’un figlio. Lo smantellamento progressivo dello Stato sociale rende scarsi gli asili nido accessibili e meno paritari i congedi parentali, costringendo spesso a scegliere la carriera anziché la famiglia.
Di tutto ciò, intanto, pochissimi si avvantaggiano accumulando ricchezze: multinazionali, investitori finanziari e ceti sociali a più alto reddito.
Stucchevole, in tutto ciò, il dibattito su denatalità e condizione giovanile. Le testate giornalistiche e televisive di destra dipingono il calo delle nascite come indebolimento del “desiderio” di genitorialità, incolpando una generazione “individualista” le cui priorità affettive e valoriali son mutate: la propaganda tenta di spostare le responsabilità della situazione sulle spalle di chi non fa figli, anziché sull’incontrollato sistema ultraliberista che non glielo consente, avendo azzerato l’idea di solidarietà sociale e di società come comunità solidale. Alla descrizione della realtà si preferisce troppo spesso la rappresentazione della gioventù odierna come massa di sbandati, dediti a prolungar la giovinezza e intenti al godimento personale.
A tale propaganda sfugge però che scelte di vita dei trentenni, precarietà occupazionale e crescente politicizzazione degli studenti sono strettamente collegate. Gli studi macroeconomici dimostrano che la scelta di non far figli è dovuta a fattori materiali: contratti a tempo determinato, stipendi che non crescono da decenni (diminuendo in potere d’acquisto) e aumento dei costi abitativi urbani. Per questo i movimenti studenteschi — in Italia e in Europa — connettono futuro lavorativo e diritto allo studio. Miseri salari d’ingresso e affitti insostenibili impediscono l’indipendenza economica: lo dimostrano i resoconti periodici (di ISTAT, CNEL e principali istituti di ricerca) su andamento dei salari d’ingresso dei giovani e stabilità contrattuale in Italia.
Più nero del nero poi — e i giovani istruiti lo sanno — il futuro ambientale, in un Paese tra i più colpiti dal surriscaldamento globale, del quale nemmeno si parla, mentre lievita la spesa militare e la sanità viene smantellata.
Ed ecco che gli studenti medi e universitari manifestano, occupano, contestano. Il messaggio è chiaro: hanno capito che la precarietà non è un problema individuale o locale, ma sistemico, dannoso per il Paese nel suo complesso, perché ne compromette il futuro stesso (come denatalità e declino dell’istruzione dimostrano). Le proteste denunciano che la denatalità non nasce dal disinteresse, bensì dall’impossibilità oggettiva di incastrare i tasselli fondamentali del proprio futuro lavorativo e abitativo.
I dati ISTAT attestano il picco storico del ritardo progressivo dell’età riproduttiva verso l’età adulta avanzata. Oggi il primo figlio arriva in media dopo i 32 anni; nel 1995 giungeva a 28. Per le donne laureate, poi, il primo figlio arriva in media a 34,9 anni, perché condizionate ancor più dai lunghi tempi di studio e di collocazione nel mondo del lavoro.
Le nascite sono al minimo storico: Nel 2025 i nati in Italia sono scesi fino al primato negativo di appena 355.772 (con un tasso di fecondità crollato a 1,14 figli per donna), e le stime sui primi mesi del 2026 confermano una contrazione progressiva. Se le intenzioni reali dei giovani si fossero realizzate, le nascite sarebbero state più che doppie.
Il problema, dunque, non è il desiderio, ma l’ostacolo materiale alla sua realizzazione. Le rivendicazioni delle associazioni studentesche collegano infatti in modo diretto le politiche neoliberiste in voga all’impossibilità di programmare una vita indipendente. Con la mobilitazione nazionale “Cara Italia, quanto ci costi?“, gli studenti sono tornati a manifestare con le tende davanti a Montecitorio e ai principali atenei (come già tre anni fa). Denunciano affitti insostenibili, la carenza di studentati pubblici e la mancanza di copertura finanziaria per le borse di studio. Per quanto tempo ancora sopporteranno di essere ignorati?